• Redazione

La vita religiosa segno di una Chiesa della speranza: omelia di mons. Perego

Presentazione di Gesù al tempio

Giornata per la vita consacrata


Ferrara, Basilica di S. Francesco, 2 febbraio 2021


S. E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, quaranta giorni dopo il Natale celebriamo la Presentazione di Gesù al tempio. E’ una festa che sottolinea ancora una volta il mistero dell’Incarnazione, l’umanità del Figlio di Dio, che rispetto e fa sue le prescrizioni rituali ebraiche. Ad accogliere al tempio Gesù, Giuseppe e Maria, la famiglia di Nazareth, sono gli anziani Simeone e Anna, l’uno mosso dallo Spirito Santo e l’altra dall’attesa del Messia. Queste due persone anziane che vanno incontro al Messia portano la nostra attenzione alla vita dei tanti anziani nelle nostre case, nelle case famiglia, nelle RSA e negli Ospedali, che sono privati dalla possibilità di incontrare il Signore nelle nostre chiese e talora anche i loro familiari. Non manca, però, nei nostri anziani il desiderio, come Simeone, e l’attesa, come Anna, di incontrare il Signore. E agli anziani, care sorelle consacrate, siete particolarmente vicine voi e con loro oggi rivivete l’incontro con il Signore, quale è stata la vostra consacrazione alla vita religiosa. Ogni consacrazione religiosa, maschile e femminile, non solo attraverso i voti della povertà, castità e obbedienza – che ogni anno rinnovate durante questa celebrazione -, ma anche nel nutrimento alla Mensa della Parola e del Pane eucaristico, alimenta l’incontro quotidiano con il Signore. E’ Lui, lo Sposo, il fratello con cui camminare insieme, come i discepoli di Emmaus, per scoprire che Lui è la risurrezione e la vita. Questo incontro, questo cammino con il Signore, soprattutto nei momenti più difficili, come quelli che oggi viviamo, alimenta la fede, la speranza e la carità, genera in noi il desiderio di rafforzare con la nostra vita la testimonianza cristiana. “Il dolore, l’incertezza, il timore e la consapevolezza dei propri limiti

che la pandemia ha suscitato – ha scritto Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti - , fanno risuonare l’appello a ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza” (F.T. 33). Anche dello stato di vita consacrata, aggiungo, che non può trascurare di lasciarsi interpellare dal mondo, insieme alla stessa Chiesa, la barca su cui tutti navighiamo, per riprendere ancora l’immagine usata da papa Francesco. Come Simeone anche voi, cari fratelli e care sorelle, aprite la giornata in chiesa e partecipate all’Eucaristia, pane di vita, fonte della nostra speranza. Come Anna ogni giorno nutrite il vostro apostolato con preghiere e sacrifici, con responsabilità e passione, servendo Dio e i fratelli e le sorelle “notte e giorno”. La nostra Chiesa è grata ad ognuno e ognuna di voi, a ogni Congregazione e istituto religioso per il dono della vostra presenza che aiuta tutti ad alzare gli occhi dalle cose, guardare con cura i fratelli e le sorelle, lodare il Signore. Ognuno e ognuna di voi porta un ‘carisma’, un dono originale al cammino della nostra Chiesa, in un tempo in cui la lontananza da Dio si percepisce anche nel dolore, nelle paure, nella solitudine, nella disperazione delle persone. Siate per noi uomini e donne della speranza, che aiutano a guarda in alto, al Dio nostro Padre, e oltre; che aiutano a fermarsi vicino a chi è nel bisogno, ma anche a continuare il cammino; che sappiano costruire gesti e percorsi di famiglia, di fraternità. Aiutate le persone a capire – come ricorda ancora Papa Francesco – che “L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì” (F.T. 31). Nella consacrazione – per usare l’immagine della lettera agli Ebrei – il Signore vi ha resi liberi, rendendovi ‘segno’, ‘sacramento’ della presenza di Dio tra gli uomini. Attraverso di voi la Chiesa diventa una comunità della speranza – per usare le parole della costituzione conciliare Lumen Gentium, “perché circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo” (n.8). La luce, che è un altro segno di questa festa, diventa per voi impegno di essere luce nel mondo, che spesso cade nelle tenebre dell’egoismo e del peccato. La luce ci aiuti anche, giovani e anziani, a leggere i ‘segni dei tempi’, le occasioni che non mancano mai nel nostro cammino di incontrare oggi il Signore sulla nostra strada, così che la Chiesa – come disse San Paolo VI nel discorso di apertura del secondo periodo del Concilio, il 29 settembre 1963 – “Sposa di Cristo in lui si rispecchi ed in lui, con vivacissimo amore, voglia scoprire la sua propria forma, quella bellezza, che Egli vuole in Lei risplendente”. Così sia.

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