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“La santità è il volto più bello della Chiesa”: omelia di mons. Perego per Ognissanti

Aggiornato il: 23 dic 2019

Ferrara, 1 novembre 2019

S. E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, chi sono i Santi che noi oggi ricordiamo? La pagina dell’Apocalisse ci ha ricordato che “sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello”. Sono le persone cristiane che hanno vissuto la quotidianità, fatta di sofferenza, talora di umiliazioni, di rinnegamenti, di offese, anche di violenze – come per 300 milioni di persone cristiane nel mondo - , ma guardando alla Croce di Cristo, lasciandosi guidare, lavare dallo stile di vita di Cristo. Sono “una moltitudine immensa” – ci ricorda sempre l’Apocalisse – “di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”: nessuno è escluso dalla chiamata alla santità: tutti possono diventare santi. Molto bella questa immagine dell’Apocalisse, che allarga la santità. E’ la prospettiva anche dell’esortazione apostolica di Papa Francesco, Gaudete et exsultate, dedicata alla chiamata universale alla santità. “Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità». Il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo. Mi piace vedere la santità - continua Papa Francesco - nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante” (G.E. 6-7).

La Chiesa santa è una Chiesa che cammina, che incontra, che sfida la storia, in ogni tempo, portando sulle spalle la storia di Gesù, la Tradizione di una Chiesa che sa guardare in faccia “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce delle persone, soprattutto dei più poveri” (G.S. 1). Com'è avvenuto con l’ultimo Sinodo sull’Amazzonia, dove la Chiesa si è lasciata prendere per mano da un popolo cristiano di un angolo della terra, caro a tanti nostri missionari negli ultimi cinquant’anni, che custodisce un tesoro di vita, di natura, grazie al quale il nostro mondo respira e la nostra Chiesa cammina, tra le sofferenze dei più poveri e i nuovi martiri - come suor Dorothy Stang, uccisa nel 2005 crivelllata di colpi a 73 anni dai sicari dei proprietari terrieri e disboscatori – che donano la vita coniugando Bibbia e lo Statuto della terra. Suor Dorothy, così come accaduto per il santo vescovo Oscar Romero, è stata assassinata non “per odio verso la fede cattolica” ma “per odio verso la giustizia”, quella desiderata da Dio. “In questo Sinodo - ha detto Papa Francesco nell’omelia conclusiva, il 27 ottobre scorso - abbiamo avuto la grazia di ascoltare le voci dei poveri e di riflettere sulla precarietà delle loro vite, minacciate da modelli di sviluppo predatori. Eppure, proprio in questa situazione, molti ci hanno testimoniato che è possibile guardare la realtà in modo diverso, accogliendola a mani aperte come un dono, abitando il creato non come mezzo da sfruttare ma come casa da custodire, confidando in Dio”. Molti martiri di oggi sono “i perseguitati per la giustizia” ricordati dalle beatitudini evangeliche nella pagina dell’evangelista Matteo di oggi”. Non è facile cercare la giustizia, perché significa ricercare il bene comune, difendere i beni comuni. L’individualismo, l’egoismo, la ricerca del profitto ad ogni costo, la salvaguardia di alcune comodità rischiano talora di farci dimenticare il bene comune e i beni comuni per mettere al primo posto il bene personale o familiare o nazionale. E’ quanto ricorda Papa Francesco nell’enciclica Laudato si' :“La situazione attuale del mondo provoca un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo. Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune” (L.S. 204). La santità non cresce sull’egoismo e l’individualismo, ma solo nella condivisione e nell’attenzione agli altri e al mondo. E la condivisione e l’attenzione all’altro – come ci ha ricordato la pagina della prima lettera di San Giovanni – nasce dalla consapevolezza che a nostra volta siamo amati da Dio come figli, “realmente”. Il realismo del suo amore, oltre che da una vicinanza concreta nella storia, che ha avuto la sua manifestazione più alta nel dono di suo Figlio, Gesù di Nazareth, nasce da un futuro che Lui ci prepara e che i Santi ci ricordano con la loro testimonianza di vita: l’eternità è la molla di un impegno concreto nella storia. Senza speranza non si ama, non ci si impegna, non si guarda agli altri e al creato con gli occhi dell’amore.

Per questo, “la santità è il volto più bello della Chiesa” (G.E. 9), ha scritto ancora Papa Francesco. Anche oggi. Ricordarlo con lo sguardo a tutti i Santi del Paradiso ci aiuta a camminare e a sperare.

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