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La povertà: problema economico o anche relazionale?

Il solo “benessere” materiale non può soddisfare del tutto l’esistenza di una persona, non può realizzarla a pieno. Non vuol essere “ipocrita” questa affermazione, pur in un’epoca come la nostra dove ancora esistono sacche di povertà importanti e disparità economiche scandalose. Ancora oggi, infatti, è “a livello culturale, educativo, che si gioca la partita principale del nostro tempo”, per recuperare quei “capitali sociali” fondamentali e superare ogni forma di povertà

Di fronte alle recenti competizioni elettorali in alcune Regioni del nostro Paese, si è assistito all’ormai consueta - e a volte stucchevole - riproposizione di interminabili dati statistici che, letti e interpretati dai competitori dei diversi schieramenti partitici, convergono di fatto nella costatazione che un alto tasso di povertà affligge ormai da tempo la nostra economia nazionale, e non solo.

Evidentemente, quando parliamo di povertà si è soliti porre attenzione soprattutto sulle povertà materiali, quelle più visibili, ma specialmente nel mondo occidentale dobbiamo forse considerare il fatto che molte povertà non si manifestano a questo livello, anche se spesso sono collegate ad esso. Si pensi, ad esempio, all’affievolimento intervenuto in questi decenni in ordine a capitali sociali quali la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la compassione, la fedeltà, l’onestà, la veridicità…, l’indebolimento delle quali configura tante nuove forme di povertà.

Si pensi, ancora, a certe povertà che affliggono il mondo giovanile o quello degli anziani. In entrambi i casi, sono soprattutto povertà relazionali, non la scarsità di beni materiali, che impediscono alle giovani generazioni di sentirsi veramente generate, di appartenere a una storia, di sentirsi a casa nel mondo che abitano; ugualmente, sono povertà relazionali che relegano gli anziani in una sorta di emarginazione, fatta soprattutto di solitudine e di paura. Ancora, sono povertà culturali che espongono individui e comunità al fanatismo identitario e alla paura del mondo globale. Paradossalmente sono proprio coloro che si sentono più radicati in una comunità e in una storia ad essere più aperti e più disponibili nei confronti della diversità.

Sono povertà culturali che imprigionano milioni di persone, rendendo le loro vite sempre più frustrate, isteriche e insoddisfacenti. Sono, infine, povertà culturali che spingono le famiglie e le coppie di molti Paesi europei, soprattutto l’Italia, ma anche la Germania e la Spagna, a non mettere più al mondo figli. E qui, in questa che i demografi chiamano la nostra “morte demografica”, le nuove povertà trovano il loro culmine. Una società che non è più capace di generare, infatti, è una società alla deriva, una società in preda a una crisi che - è bene rimarcare - è soprattutto antropologica, non economica, e che potrà risollevarsi soltanto a condizione che al suo interno si generi una sorta di purificazione o rigenerazione culturale.

Anche dal punto di vista più squisitamente economico, l’usura dei capitali sociali non sembra essere dovuta solo e principalmente alla globalizzazione, quanto a una cultura, quella occidentale appunto, la quale impoverisce fino a divenire sterile proprio nel momento in cui al proprio interno vanno in crisi i presupposti antropologici - greci, giudaico-cristiani, liberal-democratici - che l’avevano resa così grande e potente. È la storia di questi ultimi trent’anni. Economia di mercato, scienza e tecnica… si espandono su scala globale senza che dentro di loro ci sia più traccia dello spirito che li ha generati. Se a questo si aggiunge la crisi della politica, rimasta anch’essa vittima di questo stesso processo di svuotamento, la sua crescente incapacità di governare le nuove sfide che abbiamo di fronte, ecco che il quadro si delinea in tutta la sua allarmante dimensione.

Se - come affermava nella Politica Aristotele – «senza il necessario è impossibile sia vivere che vivere bene», ovvero una vita veramente umana può iniziare soltanto una volta che abbiamo il “necessario” per vivere, la cosiddetta “qualità della vita” umana è qualcosa che si gioca sia sulla dimensione materiale che su quella, in senso lato, socio-culturale. Così, accanto alla disponibilità di beni materiali, di un reddito che consenta un certo grado di consumo, giocano un ruolo importante anche altri fattori, quali la salute, le aspettative di vita, l’istruzione, la capacità di scelta delle persone, un ambiente naturale e sociale soddisfacente, la tutela dei diritti umani… In questo senso, famiglia, scuola, Chiesa e Comunità confessionali, istituzioni politiche… tutti dovrebbero diventare consapevoli che è precisamente a livello culturale, educativo, che si gioca la partita principale del nostro tempo e del nostro Paese, in particolare.

In questa prospettiva, diventa sempre più evidente che il reddito non rappresenta il “totale” delle nostre vite. Si potrebbe avere infatti una discreta “qualità di vita” anche con un reddito relativamente modesto se, ad esempio, si considera la sobrietà un valore importante e si hanno magari relazioni sociali soddisfacenti; così come si potrebbe avere una pessima “qualità di vita” anche con redditi elevati, se nel caso non riusciamo a tenere a freno il nostro desiderio di avere di più o se, per qualsiasi ragione, ci si trova a vivere in un Paese con pochissimi beni disponibili. Ma, soprattutto, diventano determinanti l’istruzione e la formazione di cui si dispone, quindi, la cultura, il modo d’essere e di pensare degli individui e delle comunità.

Anziché condurre battaglie ideologiche di qualsiasi tipo, quindi, proprio la sfida delle povertà e delle disuguaglianze impone che politica ed economia riscoprano la loro autonomia, ma anche il senso della loro finalità comune: il bene dell’uomo. Un bene che non coincide mai con la ricchezza e il potere fine a sé stessi, né può tollerare il dispotismo del potere e del denaro che si vede all’opera su scala globale.

Il principale dovere morale che una comunità politica ha nei confronti dei poveri è infatti quello di garantire a tutti le stesse opportunità di sviluppare alcune “capacità”, che riteniamo indispensabili per una vita decente, e senza le quali diventerebbero una parvenza gli stessi diritti politici e l’uguaglianza politica. Questa è l’uguaglianza di cui dovrebbe preoccuparsi la comunità, non l’uguaglianza economica. I poveri non hanno diritto agli stessi redditi economici dei ricchi, ma hanno diritto di imparare a leggere e a scrivere, di avere una casa, di poter mandare i figli a scuola, di essere tutelati nella salute e nell’accesso alle cure… Ugualmente, le persone che godono di maggiori risorse economiche dovrebbero capire, a loro volta, che la loro ricchezza non è, al tempo stesso, un diritto, e che quindi “renderle disponibili” in senso solidale per il bene comune sarebbe un gesto umano e culturalmente significativo.

Non ci sono, quindi, modelli economici generali da applicare in astratto, in quanto la povertà non può essere compresa con indicatori medi e con analisi generalizzate: l’arretratezza culturale ed educativa assume mille sfaccettature nei diversi gruppi etnici, sociali, territoriali, che non possono essere appiattite, ma vanno guardate con attenzione.

In questo riconoscimento viene assunto un fatto semplice: non possono esserci sviluppo ed emancipazione che non nascano dal basso, dalla persona e dai suoi legami, dal suo prendere l’iniziativa verso sé stessa e verso gli altri, imparando a leggere, all’interno dei singoli territori e delle singole situazioni, i molteplici aspetti in cui si declina la povertà. È un approccio allo sviluppo che potremmo definire sussidiario: un dialogo affinché le persone si educhino e si aiutino a sviluppare il loro unico e originale capitale umano.

P. Augusto Chendi

Pubblicato sull'edizione de "la Voce di Ferrara-Comacchio" del 14 febbraio