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La nostra vita è come una tenda: esequie don Gian Carlo Montoncello, omelia di mons. Perego

Aggiornato il: 23 dic 2019

Jolanda di Savoia, 25 settembre 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Letture:

2Cor 4,14-5,1;

Salmo 41-42 (L’anima mia ha sete del Dio vivente)

Lc. 7, 11-17

“L’anima mia ha sete del Dio vivente”. Le parole del salmo, cari confratelli, cari fratelli e sorelle, assumono un significato pieno di fronte alla morte del nostro confratello don Giancarlo. Con i familiari, queste parole ci aiutano a sperare, perché il nostro Dio è il Dio della vita. E’ un Dio che assume i giorni della nostra vita e offre ad essi un futuro, una vita eterna.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato rende ragione della nostra speranza. “Siamo convinti – ci ricorda Paolo – che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui”. Don Giancarlo è ora accanto al Signore, perché nel suo ministero ha accresciuto la grazia, fino all’ultimo. Ordinato presbitero nel 1965, dopo un’esperienza di vicario a Porotto e alla Sacra Famiglia, diventava parroco a Gradizza per 10 anni, per poi passare nel 1977 alla parrocchia di Jolanda di Savoia. A questa parrocchia, a questo angolo di pianura, coltivata a riso, don Giancarlo ha dedicato con passione e carità oltre quarant’anni della sua vita e del suo ministero presbiterale, unendo poi anche la cura pastorale delle Contane, dal 1985. Al mio arrivo come Pastore di questa Chiesa di Ferrara-Comacchio fu uno dei primi parroci da me visitati. Le sue forze stavano via via calando, segnate dalla malattia, rendendolo più affaticato nei movimenti, ma mi accompagnò a vedere la chiesa, la ‘sua chiesa’ di S. Giuseppe che aveva voluto affrescata, ricca di immagini, di cui era orgoglioso. La malattia lo costringerà al ritiro, nella nostra casa del Betlem, dove ha vissuto i suoi ultimi mesi, fino alla morte. Nel nostro ultimo incontro, all’Ospedale di Cona, pochi giorni fa, tra le poche parole prima di recitare insieme un’Ave Maria, mi disse: “E’ dura”. In queste parole di don Gian Carlo rileggo le parole di Paolo ai Corinzi, che segnalava la fatica di accettare un corpo che “si va disfacendo”, “il peso della nostra tribolazione”, ma anche la volontà di non scoraggiarsi, lo sguardo sulle cose invisibili, con quei due occhi che si erano fatti più grandi in un corpo sofferente.

La morte, anche la morte di don Gian Carlo ci ricorda che la nostra vita – sono ancora parole dell’apostolo Paolo, “come una tenda”, in attesa di essere smontata per una casa “non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli”. E’ in questa casa, duratura, che il Signore oggi accoglie don Gian Carlo, pastore fedele.

La pagina evangelica di Luca, che abbiamo letto qualche giorno fa, ci porta nella città di Nain, dove Gesù ha il seguito di una grande folla, ma si ferma e ha compassione per una madre che ha perso il suo unico figlio. Il miracolo indica certamente la divinità di Gesù, ma anche la sua umanità di fronte a una giovane morte e alla sofferenza materna. Gesù ridona la vita, ma anche consola. E’ il guaritore dell’anima e del corpo. Anche a noi oggi il Signore, come alla vedova di Nain, che aveva perso il suo unico figlio dice: “Non piangere”. “Non piangere”, ripeto a voi, perché a don Gian Carlo, che ha dato la sua vita per il Signore e per il suo popolo, siamo certi che il Padre ha preparato una nuova casa, una nuova vita.

Caro don Gian Carlo, in questa celebrazione eucaristica, siamo noi, i presbiteri, i familiari, gli amici, i parrocchiani – oggi qui numerosi - a pregare per te, come tu hai fatto per le persone e le famiglie della tua comunità parrocchiale in tante celebrazioni eucaristiche, nella certezza che per il lungo e fedele servizio pastorale in questa chiesa dedicata a S. Giuseppe, lo sposo di Maria, il patrono della buona morte ha preparato per te un posto riservato nella casa del Padre.

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