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La nostra Sichem: omelia di mons. Perego

Ferrara, Consulta Apostolato dei laici, 13 gennaio 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Un cordiale saluto a tutti e un Buon Anno.

Il nostro incontro si apre con la lettura di una bella pagina biblica (Gs.24,23-28). Giosuè, “Servo del Signore” ha conquistato la terra di Canaan e l’ha divisa tra le diverse tribù. Ma prima di congedarsi raduna a Sichem tutte le tribù e rinnova l’alleanza tra Dio e Abramo, recitando il suo Credo che ha al centro il termine ‘servire’. “Noi serviremo il Signore” rispose il popolo a Giosuè. Il servizio è il modo della testimonianza. E il segno di questo servizio è la pietra innalzata da Giosuè.

Condivido con voi alcune riflessioni a partire da questo testo.

1.Una prima riflessione. Viviamo ancora in un tempo di pandemia, di sofferenza e morte prossima a ciascuno di noi: nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, tra gli amici, i parenti. Al tempo stesso ci prepariamo con speranza a un tempo nuovo, una speranza fondata sulla ricerca e sull’intelligenza dell’uomo soprattutto, perché si apra una stagione nuova. Sembra che Dio sia servito solo a consolarci nel tempo della morte e dell’incertezza, ma dal vaccino in poi ritorna nei nostri ricordi occasionali. Fosse così sembra che Dio sia servito solo prima, nella paura. O serva solo dopo la morte. E invece nella barca della storia l’uomo non è mai solo a navigare. Dio precede, accompagna, segue la nostra navigazione: come ha fatto con il popolo d’Israele. Nei tempi della tempesta come della calma – per usare l’immagine evangelica, Dio ‘dorme’ con noi. La pandemia ci ha aiutato a riscoprire questa presenza familiare di Dio nella barca della Chiesa e a rinnovare uno stabile rapporto con Lui, come Israele aveva rinnovato l’alleanza. Questa presenza l’abbiamo percepita ascoltando la sua Parola, talora spezzata ogni giorno da alcuni sacerdoti, religiosi e da alcuni amici; questa presenza l’abbiamo vissuta realmente nella celebrazione Eucaristica quotidiana o domenicale; questa presenza l’abbiamo ritrovata nella fede operosa nella carità di molte persone. In altri termini questa presenza l’abbiamo percepita nella Chiesa, popolo in cammino, sacramento della salvezza che Cristo ha portato incarnandosi, famiglia di famiglie, parrocchia, Chiesa tra le case. Solo insieme si vive la fede. Una fede privatistica, individualistica non regge ai flutti della vita, perché si sradica dalla vite e dissecca. Solo insieme si cammina, anche quando il nostro passo è incerto, perché troppo piccoli o perché troppo anziani. E’ il ‘noi’ pronunciato dal popolo d’Israele.

2.Una seconda riflessione prende spunto dalle parole del popolo: “Noi serviremo il Signore”. La fede e la morale cristiana hanno sempre al centro il ‘servizio’, il dono. Mi ha sempre colpito la riflessione antropologica religiosa, quando spiega la differenza tra il sacro e il magico. Il sacro è sempre altruista, il magico è solo individualista. L’uomo religioso guarda e ascolta Dio e gli altri. Chi crede nella magia guarda solo a se stesso e ruba a Dio e agli altri qualcosa per sé. E’ la differenza del sacrificio di Abele rispetto al sacrificio di Caino. La fede cristiana coniuga negli stili di vita la parola servizio: che diventa impegno educativo per un genitore, mai facile, un servizio diaconale o presbiterale, servizio ai piccoli o ai poveri; anche la professione è servizio. Con uno sguardo nel servizio sempre duplice: alla Parola di Dio da spezzare, nelle case, nelle chiese, nelle piazze e nei diversi luoghi educativo e ai poveri, agli ultimi, a chi non è vicino, ma chiede la nostra vicinanza, come il Buon Samaritano, icona della enciclica sociale Fratelli tutti di Papa Francesco. E’ interessante, a questo proposito un’altra duplice accezione del termine servizio indicata da Papa Francesco, una negativa e una positiva. Papa Francesca indica come negativo il servizio ai “più potenti” (F.T. 52), il servire “gli interessi di pochi” (F.T. 76), “l’organizzazione delle società al servizio di quelli che hanno già troppo potere” (F.T. 166), mentre come positivo alimentare “il servizio del bene” (F.T.77), la “dedizione al servizio”, “cura della fragilità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano, con quell’atteggiamento solidale e attento, l’atteggiamento di prossimità del buon samaritano”(F.T. 79). A questo proposito particolarmente indicativo è il numero 115 dell’enciclica di Papa Francesco, laddove scrive: “In questi momenti, nei quali tutto sembra dissolversi e perdere consistenza, ci fa bene appellarci alla solidità che deriva dal saperci responsabili della fragilità degli altri cercando un destino comune. La solidarietà si esprime concretamente nel servizio, che può assumere forme molto diverse nel modo di farsi carico degli altri. Il servizio è in gran parte, avere cura della fragilità. Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo. In questo impegno ognuno è capace di «mettere da parte le sue esigenze, aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone” (F.T. 115). Anche la politica, l’amore alla città, a cui il Papa dedica l’intero capitolo quinto dell’enciclica, rivolgendosi soprattutto ai laici deve essere “al servizio del vero bene comune” (F.T. 154) e non “al servizio del proprio progetto personale e della propria permanenza al potere” (F.T. 159). Giosuè rimanda tutti nei propri territori per esercitare questo servizio a Dio e ai fratelli.

3.Una terza riflessione. La pietra che Giosuè pianta è il segno di questa storia d’amore e di servizio che Dio e il popolo costruiscono insieme. Nel corso della storia la nostra fede speranza e carità sono state legate a delle pietre che sono il segno dell’intelligenza e dell’amore cristiano: le basiliche, i monasteri, le cattedrali, le pievi, gli ospedali, le università, gli ospizi, le scuole, le migliaia di opere socio-sanitarie frutto della consacrazione di uomini e donne, dell’impegno sociale di famiglie, di laici. E’ anche la storia più recente del movimento sociale cattolico che in parole e opere – come per la vita di Gesù – hanno testimoniato di amare Dio e il prossimo come se stessi e con tutto se stessi. E’ questa storia di testimonianza e di servizio che anima la Consulta dell’apostolato dei laici, una sorta di Sichem ripetuta per ricordare e servire. E’ questa storia di testimonianza e di servizio che chiede anche il nostro territorio dove il Signore ci ha chiamato a vivere, speriamo, come per Giosuè, “Servo del Signore”- se andiamo a leggere anche il versetto 29 del capitolo 24 – che visse fino a 110 anni.

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