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La festa del Perdono: omelia di mons. Perego 

Aggiornato il: 23 dic 2019

Tolentino (MC), 15 settembre 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

"Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Le parole del figlio prodigo che chiedono il perdono al Padre, ritornano oggi come una richiesta di perdono al Signore da parte di ognuno di noi, in questo giorno di festa e nel ricordo di San Nicola da Tolentino, cari fratelli e sorelle, consapevoli della paternità e della misericordia di Dio. Saluto la comunità agostiniana, custode di questo santuario, e le onorevoli autorità presenti, che rappresentano il popolo di questa terra. La Parola di Dio di oggi ci prende per mano, per maturare la consapevolezza che il perdono è, anzitutto, un dono di Dio. La pagina dell’Esodo che abbiamo, ricorda come nella storia del popolo di Dio è facile abbandonare il Signore, guardare altrove, confidare in altri, crearsi i propri idoli – come il vitello d’oro per gli ebrei di allora. L’intelligenza del popolo è offuscata, perché dimentica le grandi opere del Signore, in particolare il perdono e la libertà, la fine di un esilio e di una persecuzione, come dimentica le testimonianze di fede dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Il peccato spesso nasce dalla perdita della memoria e il perdono del Signore apre gli occhi del cuore e della mente per saper riconoscere, ricordare. La pagina evangelica di Luca rappresenta la forza della cura e del perdono con due parabole. La parabola del Pastore che, attento osservatore, non dimentica nessuna delle pecore e, accorgendosi della mancanza di una sola del gregge di cento, va a ricercare la mancante. La parabola di un figlio che se ne va di casa e il Padre che lo attende e lo accoglie ci ricorda che, solo rientrando in se stesso, con un atto di responsabilità e intelligenza, il figlio ritorna a casa e chiede perdono. La cura e il perdono nascono solo dalla libertà, dall’intelligenza, dalla passione dell’uomo che si riconosce peccatore, non è mai un atto della prepotenza di Dio. Nella parabola del figlio prodigo e del Padre misericordioso ritroviamo presentati in maniera narrativa gli atti di un cammino penitenziale che ritrova il perdono del Signore: rientrare in se stessi, chiedere perdono, accogliere la penitenza, ricevere il perdono, iniziare un nuovo cammino di vita. San Nicola, a Tolentino, ha saputo trovare nel sacramento della riconciliazione, un luogo importante del suo ministero, dedicando al confessionale diverse ore della giornata. E dal confessionale, dall’incontro con la sofferenza, la miseria, i conflitti, il peccato dell’uomo, San Nicola ha saputo dare continuamente attualità, forza al suo ministero di predicazione e di carità, ma anche alla sua vocazione di agostiniano. Infatti, dedicare ore al perdono dei peccati significava per San Nicola un atto di amore, in linea con quanto S. Agostino scrive nella bella pagina a commento della prima lettera di Giovanni: “Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene”. Nel sacramento della Riconciliazione San Nicola insegnava come il perdono è il segno concreto del comandamento dell’amore, che per il cristiano è “la sola cosa credibile”, come ricordava il grande teologo Von Balthasar. Al tempo stesso, il perdono, che non chiude ma apre a relazioni nuove, è anche segno di speranza, la piccola virtù che, che però, apre al futuro, al Paradiso. E forse anche per questo San Nicola è il protettore delle anime del Purgatorio: perché ha saputo aiutare a leggere nei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia, nel perdono e nel pane di vita, le risorse, per un cammino di vita eterna. C’è la fatica, però, di non comprendere la forza del dono e del perdono, della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Talora si ritiene più intelligente, più giusto escludere, abbandonare chi sperimenta il peccato. E’ la fatica del fratello maggiore della parabola, che non vuole perdonare e donare, non accetta la logica della riconciliazione e della condivisione, non è felice. E’ una prospettiva che sposa una visione elitaria, esclusiva, settaria, utilitarista, quella del figlio maggiore, che – talora, anche inconsapevolmente – può essere ritrovata nelle nostre comunità, non solo sul piano ideologico e politico, ma anche ecclesiale, dimenticando che “solo l’amore è credibile”, che “solo sulla base dell’amore e non – in ultima istanza – su quella della consapevolezza o dello spirito o del sapere o del potere o del piacere o dell’utile, ma su tutti questi soltanto come modi e presupposti di quell’unico atto che tutto informa e tutto realizza e che risplende sublimamente nel segno di Dio”, scrive ancora il teologo Von Balthasar (H.U. Von Balthasar, Solo l’amore è credibile, Torino, Borla, 1977, p. 141). San Nicola nella sua vita di carità, rubando ore al sonno, ha reso concreto, quotidiano l’amore: nella amabilità, dolcezza, tenerezza, nella gioia, nella ricerca della pace, nella sollecitudine verso le sofferenze, le miserie e le povertà delle persone e delle famiglie che i testimoni hanno rivelato dopo la sua morte e che hanno permesso di riconoscere in Lui, un uomo delle beatitudini, un santo. E guardando a San Nicola possiamo comprendere la verità delle parole di Papa Francesco, quando scrive nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate, dedicata alla chiamata alla santità: “Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità” (G.E. 32). E’ ciò che ci ha ricordato oggi San Paolo, nella bella pagina all’amico Timoteo: chi si fida e affida al Signore trova “grazia” e “misericordia” da Dio in sovrabbondanza. Cari fratelli e sorelle, con questa consapevolezza che la grazia del Signore sovrabbonda, nonostante i nostri peccati, che il suo perdono ci raggiunge tutti e dovunque, che “ogni cristiano, nella misura in cui si santifica, diventa più fecondo per il mondo” (G.E. 33), come hanno testimoniato le parole e la vita di San Nicola da Tolentino, vogliamo oggi condividere la festa del perdono, la gioia di sentici tutti responsabili in questa casa comune che è il mondo, ma anche figli e fratelli in questa casa del Padre che è la Chiesa, memori delle parole che leggiamo nella Regola agostiniana: “la prima cosa per la quale siete stati riuniti è che viviate unanimi nella casa e che abbiate un cuor solo e una sola anima in Dio” (Regola, 1,2). Così sia.

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