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La cittadinanza, sempre: messaggio di mons. Perego sulla cittadinanza onoraria a Liliana Segre

Aggiornato il: 23 dic 2019

La cittadinanza onoraria alla senatrice Liliana Segre fa onore a Lei, alla storia antifascista e democratica di Ferrara. Diventa un segno concreto contro ogni forma di razzismo e di pregiudizio, che purtroppo ritornano nella vita politica, sociale e culturale e non risparmiano neppure la nostra stessa città. Il rabbino Luciano Caro mi aveva permesso di salutare e ringraziare la Senatrice per la sua battaglia culturale e politica, quando venne a Ferrara il 19 gennaio scorso, sul palco con il Presidente e la Direttrice del Meis, l’ex-sindaco Tagliani e il prefetto Campanaro, in una sala piena soprattutto di studenti e di giovani. Alcuni volti noti di politici erano assenti, probabilmente per altri impegni. Una battaglia, quella della senatrice Segre, purtroppo segnata da offese e violenza, che ha portato alla sua proposta di creare una Commissione per fronteggiare i “fenomeni di odio, intolleranza, razzismo, antisemitismo e neofascismo, che pervadono la scena pubblica accompagnandosi sia con atti e manifestazioni di esplicito odio e persecuzione contro singoli e intere comunità, sia con una capillare diffusione attraverso vari mezzi di comunicazione e in particolare sul web. Parole, atti, gesti e comportamenti offensivi e di disprezzo di persone o di gruppi assumono la forma di un incitamento all’odio, in particolare verso le minoranze; essi, anche se non sempre sono perseguibili sul piano penale, comunque costituiscono un pericolo per la democrazia e la convivenza civile”. Purtroppo la mozione della Senatrice non ha visto l’adesione di alcune forze politiche. La proposta di dare la cittadinanza onoraria a Liliana Segre è, comunque, senza dubbio buona. Tuttavia, a riguardo di ciò che è buono, non so cosa ci sia di vero nel proverbio che descrive la strada per l'Inferno lastricata di "buone intenzioni", ma so per certo che in Paradiso ci si va per aver dato da mangiare e da bere, vestito i nudi, ospitato lo straniero, visitato gli ammalati e i carcerati (Mt 25). “Nella cultura dominante - ha scritto papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium - il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto all’apparenza” (n. 62).

La senatrice Segre da bambina è stata esclusa, internata, rifiutata, offesa, insieme a molti del suo popolo ebraico, a rom e sinti, omosessuali e a quei cattolici che difendevano queste persone dalle offese (mi limito al ricordo del Santo Massimiliano Kolbe). Era il tempo del fascismo e del nazismo nella nostra Europa. Forse sulla base della storia di quella bambina, oggi Senatrice e ora nostra concittadina, occorre riflettere su come trattiamo l’altro quando è straniero o rom o sinto o omosessuale o cattolico che richiama i valori evangelici. Forse dobbiamo interrogarci se non sia il caso di rivedere un decreto che ha portato da due a quattro anni i tempi di attesa della cittadinanza, dopo dieci di permanenza in Italia. Forse dobbiamo ragionare se la sua estensione della cittadinanza ai bambini e ragazzi figli di immigrati, che completano un ciclo di studi (jus culturae), non debba essere considerata una semplice concessione, ma piuttosto il riconoscimento di un percorso di integrazione che rinnova le nostre città. Alimentare paure, stereotipi e chiusure su una comunità che si allarga significa indebolirla. Spero che il riconoscimento alla senatrice Segre contribuisca a far maturare quella consapevolezza politica, culturale e sociale necessaria a favorire una nuova legge sulla cittadinanza. Solo così non resterebbe una semplice buona intenzione.

+ Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Abate di Pomposa

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