• Redazione

La Chiesa ci aiuta a scoprire vicino il Signore: omelia di mons. Perego

XIV Domenica del Tempo Ordinario

Lido di Spina, 4 luglio 2021

S.E. Mons. Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Un cordiale saluto a tutti voi, cari fratelli e sorelle. Come ogni anno ci incontriamo su questo Lido di Spina, davanti al nostro mare Adriatico, in questa chiesa per lodare e ringraziare il Signore, dopo un nuovo anno non facile, che ha limitato gli incontri e ha generato ancora sofferenze e morte nelle nostre famiglie: una condizione che​ speriamo sia meno grave nei prossimi mesi, così che la nostra vita sia aperta alla​ speranza. Saluto in particolare i turisti e le loro famiglie che hanno scelto di ritornare​ tra noi, mantenendo quel legame familiare con questa nostra terra e questo nostro​ mare. La Parola di Dio di questa Domenica, Giorno del Signore, nella pagina del profeta​ Ezechiele, ci ricorda come il profeta sia stato inviato da Dio agli israeliti ‘ribelli’, 'testardi’, ‘dal cuore indurito’. Non è la prima volta che il Signore manda un profeta al suo popolo. Nella storia d’Israele molte volte Dio manda i profeti per aiutare il popolo a ritornare a Dio. Ezechiele per aiutare il suo popolo a ritornare a Dio vive in mezzo al suo popolo, cammina con gli israeliti. Ogni rinnovamento non avviene​ dall’alto, ma camminando in mezzo, insieme alle persone, secondo uno stile sinodale, a cui papa Francesco ci sta abituando, nello spirito del Concilio Vaticano II. Infatti la Chiesa cammina con le persone, celebra con il popolo di Dio, invita alla partecipazione, alla responsabilità, perché ogni battezzato sia un testimone della fede. Un cammino tra la gente segnato anche – ci ricorda l’apostolo Paolo – dalla sofferenza, indicata in quella ‘spina nella carne’. Non è forse vero che anche il​ cristiano che testimonia la fede talora è deriso, è contestato, è isolato, oggetto di​ calunnie e di falsità, di incomprensioni? Non è forse vero che la storia della Chiesa è anche una storia di martiri? Non è forse vero che anche nella sofferenza – come la recente pandemia – anche il cristiano è chiamato alla fede, alla speranza, alla carità? La debolezza del cristiano, però, diventa talora la sua forza, se non fa perdere la fede, se alimenta la speranza, se non allontana dagli altri: se fa proprio il mistero pasquale. La storia dei santi ce lo insegna. Tutti ricordiamo la forza di S. Giovanni Paolo II nei momenti di debolezza dopo l’attentato o nei mesi ultimi della sua vita, quando neppure​ le parole gli uscivano dalla sua bocca. Tutti ricordiamo le sofferenze di S. Paolo VI dopo la riforma del Concilio Vaticano II o negli ultimi giorni della sua vita, quando fece l’accorato appello ai terroristi per la liberazione di Aldo Moro. Tutti ricordiamo​ la sofferenza di papa Francesco per la pandemia che mieteva tante vittime e la sua preghiera in solitudine nella piazza S. Pietro deserta. La sofferenza talora purifica la nostra immagine della Chiesa e del mondo, ci ricorda i nostri limiti, la nostra condizione umana di creature e ci rende capaci di libertà. Nella nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio abbiamo una giovane serva di Dio, Laura Vincenzi, che ha fatto della sofferenza la strada di un cammino di santità cristiana. Le sue testimonianze, soprattutto le sue lettere al fidanzato, recentemente ripubblicate, scritte durante la sofferenza per un sarcoma che la porterà alla morte, a 23 anni, ci sorprendono per la sua capacità e forza di amare, che nasce dalla fede, intensificate proprio dalla sofferenza. Nella pandemia abbiamo assistito come la sofferenza abbia generato anche storie esemplari di carità e di prossimità, di condivisione e gesti a cui, in tempi normali,​ difficilmente avremmo assistito. Tante persone semplici sono diventate familiari per chi era nella sofferenza. E tante persone sofferenti sono diventate familiari a chi li assisteva. La quotidianità è il luogo dove cresce la nostra fede e incontriamo il Signore. E’ ciò che non capiscono i compaesani di Gesù, che non riescono a considerare le sue parole e i suoi gesti come messianici, perché riconoscono l’umanità di Gesù, ma non sanno riconoscere che in Gesù Dio è loro accanto, Dio è di casa. Dio invece vive nella quotidianità, come un padre. E il suo Figlio, nostro fratello, Gesù Cristo vive tra noi: figlio di Maria, artigiano, con alcuni familiari. La fede chiede a noi di saper riconoscere questa vicinanza, prossimità di Dio. La fede non cresce sui miracoli, sui fatti straordinari. I fatti straordinari, i miracoli – come ci insegnano le pagine del Vangelo – confermano sempre la fede.

Cari fratelli e sorelle, raccogliamo l’invito del Signore oggi a riconoscerlo nella

quotidianità, nella storia, come un vicino di casa. La chiesa, casa tra le case, ci ricorda questa vicinanza del Signore, questa presenza ‘per sempre’ tra noi. Anche questa Eucaristia di oggi, cari turisti, cari fratelli e sorelle, è un segno di una Chiesa che si rende vicina all’uomo, per rendere vicino il Signore.

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