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L’Incarnazione al centro della storia: in morte dell’Arcivescovo emerito Luigi Negri

Basilica di San Francesco, Ferrara, 4 gennaio 2022


S. E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


“Il Signore dona e il Signore toglie”. Le parole di Giobbe ritornano stasera a risuonare in questa basilica che accoglie la salma del confratello Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa dal 2013 al 2017. Stasera l’Arcivescovo Negri è tornato a casa, nella sua Chiesa di Ferrara-Comacchio, per ricevere e regalare il suo ultimo saluto: noi daremo a Lui il saluto e lo riceveremo da Lui, nella grazia del Signore, in questa basilica e non nella Cattedrale, ancora chiusa, e dalla cattedra dove ha pronunciato con passione e dedizione il suo Magistero episcopale. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, in questo tempo in cui viviamo il Natale, l’Incarnazione del Figlio di Dio, il mistero che ha guidato per tutta la vita il Vescovo Negri, come il suo maestro e amico il Servo di Dio don Luigi Giussani, con cui iniziò “un’avventura cristiana” – come ebbe a dire nell’omelia del suo ingresso a Ferrara – nel marzo del 1957. Scriveva don Luigi Giussani: “Il fatto dell’Incarnazione, l’inconcepibile pretesa cristiana, è rimasto nella storia sostanzialmente nella sua interezza: un uomo che è Dio − che, dunque, conosce l’uomo e che l’uomo deve seguire per avere la vera conoscenza di se stesso e delle cose. L’esperienza iniziale di coloro che hanno vissuto con Gesù e lo hanno seguito, trasmessa dai Vangeli, ha un significato inequivocabile: il destino non ha lasciato solo l’uomo. Il cristianesimo è un avvenimento che è stato annunciato nei secoli e ci raggiunge ancor oggi. Il vero problema è che l’uomo lo riconosca con amore”. E il Vescovo Luigi ripeteva nell’omelia di Natale del 2015: “Il senso profondo del presente e del passato, l’unico orientamento dell’intelligenza e del cuore, è nato come un bambino e a questo bambino noi tributiamo lo stesso onore di Dio, perché la salvezza di Dio è cominciata nella vita di questo bambino ed è cresciuta giorno dopo giorno nella vita, nella coscienza, nel cuore, nella capacità di amare di questo uomo nato tra gli uomini eppure Figlio di Dio generato dalla potenza dello Spirito, nel cuore e nella vita di Maria di Nazareth…Dio ha preso sulle sue spalle e nel suo cuore la nostra vita e l’ha rinnovata in profondità”, concludeva l’Arcivescovo Negri. L’Incarnazione genera un nuovo corso della storia, dà senso alla nostra nascita e alla nostra morte, perché ci rende figli e ci inserisce in una esperienza di fraternità che dalla Chiesa – come ci ricorda Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti – si estende a tutta l’umanità, che diventa una sola famiglia umana. E in questa storia - ci ricorda la prima lettera di Giovanni che abbiamo ascoltato - siamo chiamati a “praticare la giustizia”, a vincere il peccato. “Chi non pratica la giustizia non è da Dio – ci ricorda ancora S. Giovanni – e neppure lo è chi non ama suo fratello”. Giustizia e amore nell’esperienza cristiana camminano insieme e sono l’abito della vita cristiana. Il sacerdote e Vescovo Negri da educatore ha insegnato a praticare la giustizia e l’amore, attraverso la guida del Magistero sociale della Chiesa. Diceva sempre nell’omelia di Natale del 2015 che la dignità di figli di Dio che l’Incarnazione ci regala chiede “la responsabilità di lavorare, perché la dignità umana storica, sociale sia riconosciuta e promossa… Certamente si deve lottare e lavorare perché nella storia umana vengano sempre più attivamente riconosciuti e perseguiti quei diritti che in qualche modo costituiscono gli aspetti storici della dignità dell’uomo… E’ questa la grande strada della fede: impedirci di vivere soli, chiusi in noi stessi avendo come unico criterio quello che pensiamo, la nostra ragione naturale, il nostro orgoglio, la nostra capacità di realizzare, la nostra capacità di sentirci buoni o meno buoni. La fede è una compagnia, è la compagnia con il Servo di Dio fatto carne”, concludeva. Il Dio che si incarna, viene ad abitare in mezzo a noi, ha una missione, ci ha ricordato la pagina evangelica di Giovanni, quella di essere – usando le parole del Battista – “l’agnello di Dio”, quella di dare la sua vita per la vita del mondo. L’Incarnazione rimanda immediatamente alla passione e morte di Gesù, al dono della sua vita per la salvezza degli uomini. E l’incontro con il Signore cambia la nostra vita, come ha cambiato la vita di Simone che diventa Pietro, il primo dei discepoli, come ha cambiato la vita del giovane Luigi Negri, poi sacerdote e Vescovo.

“Tutto di Cristo e tutto per la Chiesa”. In queste parole del Vescovo Negri ritroviamo la totalità del dono di sé a Cristo e alla Chiesa, con il proprio stile, con le peculiari qualità, cari fratelli e sorelle, cari confratelli, che ha caratterizzato la sua vita cristiana, il suo ministero presbiterale ed episcopale. La sua lezione di amore a Cristo e alla Chiesa, non contrapponendo mai l’uno all’altra, lo Sposo alla Sposa, rimane il dono più prezioso da custodire, il suo regalo in questo Natale. Così sia.

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