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IV Domenica di Avvento, Giuseppe aiuta la Vita a nascere tra noi: omelia di mons. Perego 

Aggiornato il: 23 dic 2019

Basilica di San Francesco, Ferrara, 22 dicembre 2019

S. E. Mons. Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi la quarta tappa del nostro cammino verso il Natale. Attendiamo con gioia la venuta del Figlio di Dio, che porta la vita nuova. La pagina del profeta Isaia, compagno di viaggio in questo tempo di Avvento, ricorda già una nascita straordinaria: “la vergine concepirà e partorirà un figlio”. A nascere è l’Emanuele, il Dio con noi, il Figlio che più di ogni altro sentiamo vicino nella nostra vita nelle gioie e nelle speranze, nelle tristezze nelle angosce. Nella pagina respiriamo l’aria dell’attesa, che è l’aria tipica dell’Avvento, del Natale, ma anche l’aria che respiriamo nelle nostre famiglie quando nasce un figlio, o quando si aspetta l’arrivo di un figlio o si accompagna nella vita un figlio. Questa attesa che sperimentiamo anche noi ci aiuta ancora di più a sentire l’attesa del Natale. E’ l’aria della speranza, che unita alla fede e alla carità costruisce l’abito del cristiano, aiutandolo a leggere la vita non chiusa nel tempo, ma aperta all’ eternità, aperta a continui incontri, con Dio e i fratelli. Il re Acaz non ha il coraggio di aprirsi a questa speranza, ma si ferma a confidare solo in un’alleanza politica più che nell’alleanza con Dio. Questa incredulità, mancanza di fede in Dio per riporla maggiormente nelle cose, nelle promesse di persone autorevoli, nella politica è uno dei mali che attraversa anche il nostro tempo come il tempo del re Acaz. Senza Dio rischiamo di non accorgerci di ciò che il Signore realizza attorno a noi, come Erode. Senza Dio rischiamo di perdere il senso e il limite del tempo della nostra vita. E il Natale ci aiuta a respirare di questo bisogno di Dio, perché il Figlio che nasce è il Messia, ci ricorda che Dio è il Creatore e il Signore della storia, che fidarsi di Lui significa avere la vita. Al tempo stesso l’attesa del Natale ci abitua alle relazioni con gli altri, spesse volte sacrificate, rimandate, ma che invece costituiscono la base su cui cresce l’amore al prossimo. Lo ha ricordato anche Papa Francesco in un bel passaggio dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium: “L’azione pastorale deve mostrare ancora meglio che la relazione con il nostro Padre esige e incoraggia una comunione che guarisca, promuova e rafforzi i legami interpersonali. Mentre nel mondo, specialmente in alcuni Paesi, riappaiono diverse forme di guerre e scontri, noi cristiani insistiamo nella proposta di riconoscere l’altro, di sanare le ferite, di costruire ponti, stringere relazioni e aiutarci «a portare i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2)” (E.G. 67). Non fermiamoci solo alle pagine dei giornali che ci ricordano ogni giorno la morte, anche di innocenti - nelle case, in Ospedale, sulle strade – rischiando di alimentare solo disperazione, di fermare il tempo. Leggiamo anche queste pagine della Parola di Dio che ci aprono alla speranza, ci regalano la vita.

“Cristo Gesù bussa alla nostra porta attraverso la Sacra Scrittura – scrive ancora Papa Francesco nella lettera che istituisce la Domenica della Parola -; se ascoltiamo e apriamo la porta della mente e del cuore, allora entra nella nostra vita e rimane con noi” (A. I. 8). Anche le parole dell’apostolo Paolo - “apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo” - all’inizio della lettera ai Romani ci invitano ad essere aperti alla grazia di Dio che arriva tra noi attraverso suo Figlio, Gesù Cristo. E’ una grazia che trasforma i cuori di “tutte le genti”, una grazia non esclusiva, che nasce da “Dio, Padre nostro”. Il Natale ci fa scoprire anche questa paternità di Dio, che è il volto di Dio che Gesù viene a portarci. La pagina evangelica di Matteo, che ci accompagna in questo anno liturgico, ci ricorda la conseguenza dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria: è la conversione. Non solo di Maria, ma anche di Giuseppe, l’altro protagonista del Natale, che diventa umanamente il volto del padre. Il Signore che viene ci aiuta a cambiare, ad accogliere, a condividere, donare la propria vita. Maria che per grazia diventa madre, come Giuseppe che diventa padre, sono il segno di una nuova generazione che avviene quando ci si fida e affida al Signore. L’accoglienza della vita in noi ci rende capaci di vita, di gesti di rispetto, di amore, di giustizia. Giuseppe, discendente di Davide, è l’uomo giusto, che traduce nella famiglia di Nazareth, nel silenzio e nell’obbedienza, la tenerezza di Dio, ma anche la fedeltà di Dio alle promesse antiche. L’evangelista Matteo rende Giuseppe il protagonista del Natale: è lui il discendente di Davide, è lui che non rifiuta Maria e ne diventa lo sposo, è lui che dà il nome Gesù al bambino che nasce: Gesù, cioè il Salvatore, ed Emanuele, cioè Dio con noi. Non è facile anche per noi, come non lo è stato per Giuseppe, sentire che il Natale generava una nuova vita. L’incontro con l’angelo di Maria e Giuseppe è la dimostrazione che fidarsi del Signore significa vincere la propria sterilità, la disperazione, il dubbio per aprirsi nuovamente alla vita, alla gioia, all’incontro.

Il Natale non è un sogno, ma la realtà di un incontro con il Signore che viene tra noi, come un figlio, come uno dei nostri figli, che rimane sempre con noi. Giuseppe ne è testimone. Cari fratelli e sorelle, ci auguriamo a vicenda che questo Natale ci porti la gioia dell’incontro con un figlio, il Figlio di Dio. Nel presepe, insieme a Maria e Giuseppe, ci siamo anche noi a contemplare il Bambino che è nato e insieme con gli angeli anche noi vogliamo prepararci a cantare a Natale: “gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.