• Redazione

Il Sinodo, cammino di ascolto, discernimento e dialogo: omelia di mons. Perego

Basilica di San Francesco, Ferrara, 7 ottobre 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari confratelli, cari diaconi,

il nostro tradizionale incontro e la concelebrazione eucaristica nella settimana mariana sono un segno della comunione presbiterale. Al tempo stesso, all’inizio di questo nuovo anno pastorale, diventa l’occasione per riflettere insieme sul tema dell’Eucaristia, paradigma del cammino sinodale che stiamo per iniziare insieme, domenica 17 ottobre, in comunione con le Chiese del mondo e in Italia.

Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio. La pagina della Sapienza ci ricorda che per il Signore è “Beato” l’uomo che lo ascolta, perché troverà in lui la vita. L’ascolto è ciò che il Signore chiede in tutta la storia della salvezza all’uomo. Ma l’uomo troppo spesso, fin dalla creazione, non ascolta, costruisce i suoi progetti da solo, non realizzando così la sua vita. Anche la Chiesa è chiamata ad ascoltare: ascoltare il Signore, la sua Parola e confrontarla con le parole degli uomini. Come ha saputo fare Maria: l’ascolto ha accompagnato la sua scelta libera di essere la Madre di Dio. L’ascolto ha accompagnato la relazione con suo Figlio Gesù. La Chiesa oggi ascolta perché cambiano le situazioni e le persone. Il sinodo è anzitutto tempo di ascolto: ascolto della parola di Dio e ascolto delle parole degli uomini, per saper essere ‘sacramento di salvezza’. A questo proposito, valgono ancora oggi i tre pensieri con cui Paolo VI apriva l’enciclica Ecclesiam suam: “il desiderio di confrontare l'immagine ideale della Chiesa, quale Cristo vide, volle ed amò, come sua Sposa santa ed immacolata e il volto reale, quale oggi la Chiesa presenta, fedele, per grazia divina, ai lineamenti che il suo divin Fondatore le impresse e che lo Spirito Santo vivificò e sviluppò nel corso dei secoli in forma più ampia e più rispondente al concetto iniziale da un lato, all'indole della umanità ch'essa andava evangelizzando e assumendo dall'altro; ma non mai abbastanza perfetto, abbastanza venusto, abbastanza santo e luminoso, come quel divino concetto informatore lo vorrebbe” (n.11); “un bisogno generoso e quasi impaziente di rinnovamento, di emendamento cioè dei difetti, che quella coscienza, quasi un esame interiore allo specchio del modello che Cristo di sé ci lasciò, denuncia e rigetta. Quale sia cioè il dovere odierno della Chiesa di correggere i difetti dei propri membri e di farli tendere a maggior perfezione, e quale il metodo per giungere con saggezza a tanto rinnovamento…per trovare non solo maggiore coraggio a intraprendere le dovute riforme, ma per avere altresì dalla vostra adesione consiglio ed appoggio in così delicata e difficile impresa” (n.12); la ricerca “delle relazioni che oggi la Chiesa deve stabilire col mondo che la circonda ed in cui essa vive e lavora” (n.13). Il cammino sinodale che ci prepariamo a vivere è anche tempo di discernimento. L’ascolto della Parola e delle parole degli uomini ci chiamerà a saper scegliere quali parole, gesti, rinnovano la nostra vita e il nostro cammino insieme. Tutti percepiamo che alcune parole non raggiungono più il cuore delle persone, come anche alcuni gesti rischiano di tradire l’annuncio evangelico. Tutti riconosciamo che alcune cose appesantiscono la vita ecclesiale, la rendono incapace di dedicare tempo all’annuncio, ad uscire e incontrare le persone. Tutti sappiamo come la distanza tra i battezzati e coloro che vivono il Battesimo nella partecipazione attiva alla vita della Chiesa si è fatta sempre più grande: si ripete oggi l’episodio di Gesù con i dieci lebbrosi guariti, dove uno solo torna a ringraziare. Tutti sappiamo che la Chiesa vive nel mondo e non distante dal mondo e dobbiamo imparare un dialogo ancora troppo assente: con chi non crede più, con chi vive in altre esperienze di Chiesa o di altre esperienze religiose. Dobbiamo scegliere quali parole, quali gesti debbono caratterizzare la vita della Chiesa e su questi rinnovare anche la nostra ministerialità, il nostro servizio diaconale e presbiterale. Infine, il cammino sinodale ci impegna a cambiare i luoghi, le strutture della Chiesa. Nessuna struttura è necessaria all’annuncio del Vangelo. Ogni struttura può essere utile: perché aiuta la comunità a pregare, perché favorisce i cammini di iniziazione cristiana e la formazione permanente, perché favorisce l’accoglienza e l’aiuto dei più poveri e dei sofferenti. La diocesanità della Chiesa ha favorito anche un’attenzione particolare al territorio, ha portato a distinzioni parrocchiali e vicariali e oggi alle unità pastorali per un annuncio del Vangelo che raggiunga tutti e favorisca la preghiera, la catechesi e la carità.

Cari confratelli e diaconi, il cammino sinodale sarà per noi una grazia se favorirà l’ascolto, il discernimento e il dialogo con il mondo e arriverà ad alcune scelte che rinnoveranno il cammino e le strutture della vita ecclesiale. I sinodi non modificano la fede e la morale, ma richiamano la fede e la morale a nuove parole e a nuovi gesti. Sarebbe da irresponsabili sprecare questa grazia: rischieremmo di continuare la nostra vita tristi e delusi come il giovane ricco del racconto evangelico. Maria, “piena di grazia”, ci insegna che occorre saper cogliere le sorprese che il Signore pone sul nostro cammino, senza paura e con uno sguardo sempre alla paternità di Dio e ai fratelli e alle sorelle. Chi sceglie lo stile di Maria sarà per il Signore – come ci ha ricordato la pagina evangelica – “fratello, sorella e madre”.


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