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Il pane del cammino: omelia di mons. Perego per il Giovedì Santo


Ferrara, 9 aprile 2020


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, forse l’immagine evangelica che rende al meglio la nostra situazione odierna è quella dei discepoli di Emmaus: delusi, sfiduciati, in cammino. Ma come i discepoli di Emmaus ci ritroviamo oggi ad essere accompagnati dal Signore nell’ascolto della Parola e a metterci a cena con Lui. Il Giovedì Santo, l’ultima Cena, è l’inizio di un cammino rinnovato, nella gioia, che ci accompagna al Risorto, alla Pasqua.

Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio. La pagina dell’Esodo ricorda le prescrizioni pasquali: la famiglia riunita, il giovane agnello, il pane lievitato, la celebrazione comunitaria, la cena frettolosa, per metterci ancora in cammino, per uscire dall’esilio delle nostre preoccupazioni, delle nostre paure e incamminarci verso la libertà. Nell’unico racconto s’incontrano la tradizione pasquale del pastore e la tradizione pasquale dell’agricoltore. Una celebrazione che si ripete, è ‘memoriale’, per non dimenticare la presenza reale di Dio nella nostra vita e nella storia: di Dio che, ci libera, ci salva. Ma anche una celebrazione che ci libera da tutto ciò che fa lievitare, da ciò che gonfia, dalla nostra superbia. La pagina evangelica di Giovanni ricorda l’ultima Cena di Gesù, fermandoci, però non sulle parole della Cena – queste sono ricordate dall’apostolo Paolo nella pagina ai Corinzi – ma sul gesto della lavanda dei piedi. E’ un gesto che non ripeteremo quest’anno, per ragioni sanitarie. Per questo vorrei leggere e meditare con voi soprattutto le parole dell’ultima Cena ricordate da Paolo e da Giovanni.

Paolo ricorda le parole della “cena del Signore”. Gesù afferma di immedesimarsi nel pane e nel vino. Il pane e il vino sono il segno della sua donazione: “Questo è il mio corpo”. E’ una presenza reale, concreta, che si ripete – ricorda Paolo – “ogni volta che mangiate questo pane e bevete questo calice”. E’ una presenza che aiuta a ricordare, è ‘memoria’, ma anche realizza ancora “la nuova alleanza”, la salvezza. E’ un dono, “per voi”, ricorda ancora Paolo: non il dono di una cosa, ma della vita.

Giovanni sottolinea, nel dialogo di Gesù con Giuda prima e con Pietro poi, che il Signore chiede solo di pensare e provvedere anche ai poveri, secondo l’usanza della Pasqua Ebraica, ma invita ad assumere lo stile della povertà, del servizio. Il sacrificio della “nuova alleanza” passa non attraverso un semplice rito o un gesto di carità, ma attraverso la condivisione dello stile di Gesù. La lavanda dei piedi ha cosi un duplice significato: battesimale, cioè di purificazione dal peccato, e morale, l’inizio di una vita nuova nello stile di servizio di Gesù.

L’Eucaristia è presenza, è ricordo, è alleanza. L’Eucaristia è un dono per la nostra salute e la nostra salvezza. In questi tempi di incertezza, di paura, di smarrimento – di “tempesta” ci ha ricordato Papa Francesco – l’Eucaristia ritorna ad essere un farmaco. L’Eucaristia richiama anche lo stile di vita del cristiano, lo stile del servizio e della carità. L’Eucaristia, in questa nostra situazione di sofferenza e di smarrimento, è un gesto di cura che si assomma ai gesti di cura e di servizio dei numerosi malati che affollano tanti Ospedali, ma anche li avvalora. L’Eucaristia richiama così la solidarietà, la fraternità in un tempo in cui il rischio, a diversi livelli, è quello dello sfruttamento, dell’abbandono, dell’accaparramento, dell’umiliazione.

L’Eucaristia accompagna la vocazione del battezzato ad “avere gli stessi sentimenti di Cristo”, l’educazione al servizio, facendoci incontrare con il Cristo ‘Servo’, per costruire comunione, fraternità. Ogni forma di divisione, di esclusione, di separazione, di autoreferenzialità tradisce il sacramento dell’Eucaristia, come ricorda anche l’apostolo Paolo, soprattutto nelle pagine delle lettere ai Corinzi e ai Romani.

Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, sediamoci anche a noi oggi alla Cena del Signore, con il desiderio di recuperare il senso e il valore della presenza reale di Gesù nella nostra vita, ma anche lo stile di servizio che questa presenza ‘ogni volta’ ci sollecita.

Ci sono stagioni della vita, come quella che oggi viviamo, dove l’Eucaristia ritorna ad essere la fonte e il culmine della vita cristiana, anche senza la nostra partecipazione, in comunione solo spirituale. Mai come oggi comprendiamo che non siamo noi a fare l’Eucarestia, ma è l’Eucarestia che ci forma, ci conforma a Cristo, nostro Servo e nostro Signore, che ci viene incontro: l’Eucaristia fa la Chiesa. E nella Chiesa l’Eucaristia è il pane di vita, il pane del cammino: ci regala – come ci ricorda S. Ireneo – la speranza della Risurrezione. Così sia.

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