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Il ‘genio’ di Maria, donna, Madre delle Grazie: omelia di mons. Perego

Aggiornato il: 23 dic 2019

Basilica di San Francesco, Ferrara, 13 ottobre 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, orfani della nostra Cattedrale, non siamo orfani, però, della presenza di Maria, Madre delle Grazie, patrona della nostra Chiesa, che oggi celebriamo solennemente.

La Madonna delle Grazie è la Madonna del popolo. All’angolo della Cattedrale dove l’immagine di Maria è tradizionalmente posta sull’altare fino a questo angolo della chiesa di S. Francesco dove è collocata in questo mese, molti fedeli di Ferrara, uomini e donne, giovani e adulti, si sono rivolti a Lei, condividendo con Lei, Madre delle Grazie, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del popolo, soprattutto dei più poveri.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci presenta due donne protagoniste della storia della salvezza, Ester e Maria.

Ester è un’orfana ebrea, deportata in terra straniera, la cui situazione a un certo punto cambia, in modo sorprendente, radicale: per misteriosa disposizione di Dio diventa la regina di una grande potenza, quella persiana, e in questo suo ruolo influente riesce a salvare il suo popolo dal pericolo della distruzione – come abbiamo ascoltato dalla prima lettura di oggi. E’ l’esempio del riscatto delle donne, ma anche della valorizzazione delle donne da parte di Dio. La sua storia, insieme a quella di Rut e di Giuditta, forma una trilogia di racconti sapienziali che vedono protagonista una donna.

Maria, come Madre, la ritroviamo con il Figlio a un matrimonio, a una festa popolare, all’inizio della vita pubblica. Maria non chiede anzitutto qualcosa, ma segnala una mancanza, una povertà, un bisogno: “Non hanno più vino”. Queste parole spostano l’attenzione da Maria a Gesù: è Lui il protagonista della festa. Gesù all’affermazione di Maria, pone un interrogativo che sottolinea la libertà e divinità di Gesù, la differenza tra Gesù e sua Madre. E per arricchire la festa degli sposi, Gesù compie il primo segno della manifestazione della sua gloria: un segno che provoca la fede dei discepoli. Le parole di Maria, “fate quello che vi dirà”, sono rivolte anzitutto ai servi, ma sono rivolte anche ai discepoli e a noi. Maria ci indica Gesù come il Salvatore, il Messia. Giovanni ci farà ritrovare Maria anche alla fine della vita di Gesù, come Madre, sotto la croce. A Cana, Maria sembra ricordarci che ascoltare la Parola del Signore significa rendere la nostra vita aperta ai doni di Dio. L’indicazione di Maria come “donna” e non come Madre da parte di Gesù pone un’attenzione al ruolo della donna nel cammino di fede e della Chiesa. E’ un tema che San Giovanni Paolo II ha riproposto nella lettera apostolica Mulieris dignitatem sulla vocazione e missione della donna nella Chiesa, pubblicata nell’anno mariano del 1988. San Giovanni Paolo II nella lettera scriveva che “in ogni epoca e in ogni paese troviamo numerose donne «perfette» (cf. Prov 31, 10), che - nonostante persecuzioni, difficoltà e discriminazioni - hanno partecipato alla missione della Chiesa. Basta menzionare qui Monica, la madre di Agostino, Macrina, Olga di Kiev, Matilde di Toscana, Edvige di Slesia ed Edvige di Cracovia, Elisabetta di Turingia, Brigida di Svezia, Giovanna d'Arco, Rosa di Lima, Elisabeth Seton e Mary Ward”. Aggiungerei a questo elenco S. Chiara, la prima donna a vedere approvata dal papa la regola delle Clarisse, Santa Teresa Benedetta di Gesù, morta con i fratelli di origine ebraica nel campo di concentramento di Auschwitz e patrona d’Europa, con altre due donne, S. Brigida di Svezia e S. Caterina da Siena. “La testimonianza e le opere di donne cristiane hanno avuto significativa incidenza sulla vita della Chiesa, come anche su quella della società", ha scritto S. Giovanni Paolo II. “Anche in presenza di gravi discriminazioni sociali le donne sante hanno agito in «modo libero», fortificate dalla loro unione con Cristo. Una simile unione e libertà radicata in Dio spiegano, ad esempio, la grande opera di Santa Caterina da Siena nella vita della Chiesa e di Santa Teresa di Gesù in quella monastica. Anche ai nostri giorni la Chiesa non cessa di arricchirsi della testimonianza delle numerose donne che realizzano la loro vocazione alla santità. Le donne sante sono una incarnazione dell'ideale femminile, ma sono anche un modello per tutti i cristiani, un modello di «sequela Christi», un esempio di come la Sposa deve rispondere con l'amore all'amore dello Sposo” (n.27). Le donne cristiane, nella Chiesa e nella società, hanno saputo trovare forme originali di servizio e di ministerialità alla luce della vita delle persone, delle famiglie. Nell’Ottocento, donne e religiose cristiane hanno favorito l’emancipazione femminile attraverso la scolarizzazione – penso alle Canossiane, alle Orsoline e alle Suore della carità nella nostra stessa città e nel ferrarese – all’assistenza ai malati e agli anziani, ma anche a un’educazione familiare, prima sociale e poi politica, che ha reso le donne protagoniste nella vita della città, dalla nascita del sindacato, alla Resistenza al diritto al voto. Il Concilio Vaticano II e il post-Concilio hanno valorizzato una partecipazione e una ministerialità di fatto delle donne in ambito liturgico, teologico, catechistico e caritativo, che hanno aperto una nuova riflessione anche sui carismi delle donne e su una ministerialità istituita, oggetto anche del Sinodo sull’Amazzonia in corso, voluto da Papa Francesco, e già proposta anche nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (E.G. 103).

Maria, donna, sposa, madre è modello di una Chiesa Madre, ma anche modello del femminile nella vita della Chiesa e della società che, fin dai primi secoli della storia del cristianesimo, ha favorito il riconoscimento della dignità della donna. Una dignità che l’uso strumentale del corpo femminile, nella tratta e nella prostituzione, nei troppi femminicidi, il non riconoscimento di pari opportunità sul lavoro, la penalizzazione di fatto della maternità sul piano sociale, chiede anche oggi di essere salvaguardata nelle nostre città. A questo proposito mi piace ricordare un passaggio del Messaggio alle donne di San Paolo VI, l’8 dicembre 1965, al termine del Concilio Vaticano II: “Voi siete presenti al mistero della vita che comincia. Voi consolate nel distacco della morte. La nostra tecnica rischia di diventare disumana. Riconciliate gli uomini con la vita. E soprattutto vegliate, ve ne supplichiamo, sull’avvenire della nostra specie. Trattenete la mano dell’uomo che, in un momento di follia, tentasse di distruggere la civiltà umana”. L’appello di Paolo VI alle donne vale ancora oggi, perché la vita che viene umiliata, abbandonata, lasciata morire, trovi delle donne, delle madri a custodirla e proteggerla.

Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, guardando a Maria Madre delle Grazie, nostra patrona, chiediamo a Lei di accompagnarci nella vita della nostra Chiesa, perché – per usare le parole dell’apostolo Paolo – siamo “santi e immacolati nella carità”, maturando anche la speranza che nella nostra città e nei nostri paesi crescano sempre più i passi, i gesti e le scelte di riconoscimento della dignità e della ministerialità delle donne.