• Redazione

Il dono del Messale: omelia di mons. Perego

Messa crismale


Ferrara, Basilica di S. Francesco, 8 ottobre 2020


S. E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari confratelli, per la prima volta il nostro presbiterio, per le ragioni sanitarie che tutti conosciamo, è riunito per la Messa crismale in un giorno diverso dal Giovedì Santo. Sentiamo ancora la sofferenza di giorni che sono stati segnati da una distanza materiale e dei disagi ancora presenti oggi e che chiedono anche nelle attività pastorali prudenza e responsabilità, ma anche la certezza che in questo tempo si è creato un legame fraterno profondo tra noi in forza della nostra Ordinazione e della comunione.

“Ministri del nostro Dio”, il nostro sguardo è a Gesù Cristo, “il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe e il re della terra”, “che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”, “che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” – ci ha ricordato la pagina dell’Apocalisse di S. Giovanni. In Gesù Figlio noi ci riconosciamo figli; in Gesù Servo, noi ci riconosciamo servi. Il nostro ministero presbiterale prende forma dal ministero di Gesù, trasmesso ai suoi apostoli e discepoli e vissuto quotidianamente. Le caratteristiche di questo ministero ci sono richiamate dalla pagina di Isaia, ripresa nel testo evangelico di Luca. Anzitutto evangelizzare. Dopo il Concilio Vaticano II, l’evangelizzazione, a cui San Giovanni Paolo II ha aggiunto l’aggettivo “nuova” – ha guidato la sinodalità e la missione della Chiesa, anche della nostra Chiesa in Ferrara-Comacchio. Papa Francesco, nell’esortazione Evangelii Gaudium, scrive che “Sebbene questa missione ci richieda un im­pegno generoso, sarebbe un errore intenderla come un eroico compito personale, giacché l’opera è prima di tutto sua, al di là di quanto possia­mo scoprire e intendere. Gesù è « il primo e il più grande evangelizzatore ». In qualunque forma di evangelizzazione il primato è sempre di Dio, che ha voluto chiamarci a collaborare con Lui e sti­molarci con la forza del suo Spirito” (E.G. 12). L’evangelizzazione porta con sé l’impegno di “fasciare le ferite”, “consolare”: non è mai separata dalla promozione umana, come ci hanno ricordato i Vescovi italiani nel decennio Evangelizzazione e promozione umana, negli anni ’70, e nel decennio Evangelizzazione e testimonianza della carità”. Anche Papa Francesco ha ripreso questa coniugazione stretta tra evangelizzazione e promozione umana nel capitolo quarto dell’esortazione Evangelii Gaudium, dedicato a “La dimensione sociale dell’evangelizzazione”, dove, tra l’altro, il Papa ricorda che “Come la Chiesa è missionaria per natura, così sgorga inevitabilmente da tale natura la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove” (E.G. 179). Questa scelta preferenziale per i poveri - come ci ricorda la nuova enciclica sociale ‘Fratelli tutti’ – ci porta a coniugare carità e giustizia. Il nostro ministero, pertanto, è un ministero di consolazione, di prossimità, di ricerca della giustizia e del bene comune, accompagnati da un Magistero sociale della Chiesa che ci aiuta a interpretare ‘i segni dei tempi” e che ci ricorda come “la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità” (Fratelli tutti, 105). E infine, ci ricorda la pagina di Isaia, l’evangelizzazione è “allietare”, portare la gioia, la gioia del Vangelo, la gioia della Pasqua. San Paolo VI, nell’esortazione Gaudete in Domino, a tale proposito, ha un passaggio molto bello: “la gioia del Regno portato a compimento non può scaturire che dalla celebrazione congiunta della morte e della risurrezione del Signore. È il paradosso della condizione cristiana, che illumina singolarmente quello della condizione umana: né la prova né la sofferenza sono eliminate da questo mondo, ma esse acquistano un significato nuovo nella certezza di partecipare alla redenzione operata dal Signore, e di condividere la sua gloria. Per questo il cristiano, sottoposto alle difficoltà dell'esistenza comune, non è tuttavia ridotto a cercare la sua strada come a tastoni, né a vedere nella morte la fine delle proprie speranze… L'Exultet pasquale canta un mistero realizzato al di là delle speranze profetiche: nell'annuncio gioioso della risurrezione, la pena stessa dell'uomo si trova trasfigurata, mentre la pienezza della gioia sgorga dalla vittoria del Crocifisso, dal suo Cuore trafitto, dal suo Corpo glorificato, e rischiara le tenebre delle anime” (G.D. 4) Un prete gioioso, in una comunità gioiosa, è un prete che evangelizza. Un prete che è deluso, pessimista, chiuso rischia di non evangelizzare e di tradire l’Exultet, la gioia pasquale.

La gioia e la pace del Signore passano attraverso i ‘segni santi’, i sacramenti e la vita liturgica delle nostre Chiese, con al centro la celebrazione dell’Eucaristia. Le nostre comunità stanno per avere tra le mani la nuova edizione del Messale romano, a 50 anni dalla pubblicazione della prima edizione, il 26 marzo 1970. Il Messale non è soltanto un libro liturgico tra gli altri, ma è uno strumento “generativo” di una identità ecclesiale che ha in Cristo e nel suo Vangelo il criterio fondamentale, nella Liturgia, oltre che nella catechesi e nella carità, il luogo della presenza in mezzo a noi del Signore. Il Messale romano, come ricordava San Paolo VI, citando Pio XII, nella costituzione apostolica Missale Romanum, pubblicata il 3 aprile 1969, è stato il frutto di un movimento liturgico, “segno della provvidenziale disposizione di Dio per gli uomini del nostro tempo, un passaggio salutare dello Spirito Santo nella sua Chiesa”. Il Concilio Vaticano II, con la costituzione Sacrosanctum Concilium, ha posto le basi della riforma generale del Messale romano alla luce anche della pubblicazione delle più antiche fonti liturgiche e delle formule liturgiche della Chiesa Orientale. Veniva così sostituito, dopo quattro secoli il Messale romano promulgato da San Pio V in seguito al Concilio di Trento, che era stato per i “sacerdoti di rito latino la norma per la celebrazione del Sacrificio eucaristico”. Il nuovo Messale romano di San Paolo VI, come è noto, ha arricchito la Preghiera eucaristica di un gran numero di prefazi, inizialmente tre nuovi Canoni, ha semplificato i riti, ha ristabilito alcuni elementi che nel tempo erano andati perduti – l’omelia, la preghiera dei fedeli, l’atto penitenziale, il salmo responsoriale. “Per far aumentare sempre più nei fedeli la fame d’ascoltare la Parola del Signore” – scriveva ancora San Paolo VI - Il Lezionario domenicale è stato diviso in tre anni ed ha visto l’aggiunta di una lettura dall’Antico Testamento o dagli Atti degli Apostoli, oltre l’epistola e il Vangelo. Anche il Santorale, il Comune dei Santi, le Messe rituali e le messe votive hanno avuto sostanziali modifiche. Un elemento che era rimasto pressoché invariato era il Graduale romano, per quanto riguarda il canto. San Paolo VI concludeva la riconsegna del Messale Romano confidando che “questo Messale sarà accolto dai fedeli come mezzo per testimoniare e affermare l’unità di tutti, e che per mezzo di esso, in tanta varietà di lingue, salirà al Padre celeste, per mezzo del nostro Sommo Sacerdote Gesù Cristo, nello Spirito santo, più fragrante incenso, una sola e identica preghiera”. L’unità è data anche dal fatto che nella Liturgia non si dice ciò che si pensa, ma nel fatto che si cerca di pensare ciò che si dice: “la nostra mente concorda con le nostre parole”, ci ricorda Sacrosanctum Concilium (n.90), citando la Regola di S. Benedetto. Mi piace sottolineare questa importanza per l’unità, una delle note fondamentali della Chiesa, che San Paolo VI ha legato alla promulgazione del nuovo Messale Romano. In questo senso, ripeto, la nuova edizione del Messale è strumento generativo di un’identità ecclesiale. Questo chiede a ciascuno di noi presbiteri di prendere in mano la nuova edizione del Messale Romano tenendo fede a questo criterio di unità. Pertanto, con il prossimo Anno liturgico, siamo chiamati a sostituire la vecchia con la nuova edizione del Messale; ci sentiamo impegnati a una rinnovata educazione liturgica dei fedeli, “mettendo in evidenza le grandi ricchezze dell’Ordinamento generale del Messale Romano e dell’Ordinamento delle letture della Messa” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n.40), perché non solo ripetano parole, ma riscoprano il loro significato; a valorizzare l’elemento del canto, arricchito nella nuova edizione; a favorire la comprensione e la conoscenza mnemonica, nella catechesi, di preghiere rinnovate – come il Padre nostro – o di gesti nuovi; di accompagnare con monizioni, durante il primo Anno liturgico dell’utilizzo del nuovo Messale, gli elementi nuovi della rinnovata edizione. Non possiamo sprecare o banalizzare un dono posto nelle nostre mani e che rinnova la nostra preghiera liturgica comunitaria.

Cari confratelli, prepariamoci a vivere con sofferenza, ma con speranza, in comunione con le nostre comunità, il nuovo e non facile Anno pastorale. Il rinnovo delle promesse sacerdotali che ripeteremo personalmente davanti al Signore presente nell’Eucaristia, ci aiuti ad essere “intimamente uniti al Signore Gesù”, “fedeli dispensatori dei misteri di Dio”, lasciandoci guidare non da interessi umani, ma dall’amore per i fratelli. Così sia.

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