• Redazione

Il Beato Tavelli, Vescovo della tenerezza: omelia di mons. Perego

XVII Domenica - Tempo Ordinario


Basilica di S. Maria in Vado, Ferrara, 24 luglio 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, in questa Eucaristia ci prepariamo a vivere la Domenica, giorno del Signore, in compagnia di un nostro Vescovo che la Chiesa ha riconosciuto nella sua santità, uomo delle beatitudini: il Beato Giovanni Tavelli. La sua tomba è a pochi passi da questa basilica, nella chiesa di S. Gerolamo, oggi chiusa per i lavori al convento. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, che il Beato Tavelli ha sempre meditato e studiato lasciandoci anche alcuni suoi commenti alle Scritture. La pagina del libro dei Re racconta un episodio della vita del profeta Eliseo. Un uomo porta venti pani d’orzo al profeta perché si nutra. Ma il profeta Eliseo invita l’uomo a distribuire il cibo alla gente: è il miracolo della moltiplicazione dei pani. Gesù, nuovo profeta, compie una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci, come racconta la pagina del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato: non per cento persone, ma per migliaia di persone. I due racconti da una parte testimoniano la premura di Dio e di suo Figlio verso il suo popolo. Dall’altra, il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci di Gesù è un racconto attestato da tutti gli evangelisti: un dato significativo del suo valore storico da una parte e simbolico, eucaristico dall’altra. Nel Diario di Egeria, una monaca che nel IV secolo descrive il suo pellegrinaggio in Terrasanta, abbiamo una testimonianza antica dell’episodio della moltiplicazione dei pani: "Presso le sette fonti, Tabgha, esisteva una chiesa dedicata al ricordo della moltiplicazione dei pani e dei pesci". Nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci ritroviamo lo stile di Gesù: di consolazione, di prossimità, di rendimento di grazie, di cura. I discepoli, infatti, alla vista di tanta gente e dei pochi pani del ragazzo si mostrano increduli di poter nutrire tutti. E’ l’incredulità che spesso di fronte alla fame nel mondo o all’ingiustizia si ritiene inutile qualsiasi gesto. Invece il nostro gesto diventa importante, inaugura una storia, un cammino e uno stile di vita nuovo. La moltiplicazione dei pani è il segno concreto della forza dell’Eucaristia, sacramentum caritatis. E di questo doveva essere convinto anche il beato Tavelli se, nella Ferrara dei primi anni del ‘400, con tanti poveri e malati, ha avuto il coraggio di intraprendere un’opera non facile e che durerà vari anni: quella di costruire un Ospedale, l’Ospedale S. Anna. L’Eucaristia che celebriamo è segno e fonte di carità, la virtù che ha caratterizzato la vita del beato Tavelli, nel quale – scriveva un antico biografo – “risplendeva una immensa tenerezza verso i poveri”. E’ la tenerezza con cui ci invita ad amare anche Papa Francesco, che nell’enciclica Fratelli tutti ci spiega: “Cos’è la tenerezza? È l’amore che si fa vicino e concreto. È un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani. […] La tenerezza è la strada che hanno percorso gli uomini e le donne più coraggiosi e forti” (F.T.194). La tenerezza è stata la strada del beato Tavelli – che lo ha portato a condividere mezza coperta del suo letto con un bisognoso, donare la sua veste a un sacerdote, il mantello a un eremita, a un povero le sue scarpe - ed è lo stile di vita di ogni cristiano, perché – come ricorda sempre il Papa nell’enciclica Fratelli tutti – “Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna” (F.T. 277). Nel racconto della moltiplicazione dei pani impariamo anche lo stile della carità: l’ascolto, la preghiera, la condivisione, il recupero contro ogni spreco, la gratuità. Le dodici ceste di pani avanzati significano che tutti, tutto il popolo delle dodici tribù d’Israele e il nuovo popolo rappresentato dai dodici apostoli deve nutrirsi del pane di vita. Nell’Eucaristia non ci sono esclusioni, come invece avviene in alcune nostre scelte. Nell’Eucaristia non c’è il noi e il loro, ma c’è il “tutti”, c’è uno sguardo cattolico. Nell’Eucaristia non si creano distanze, separazioni tra i vicini e i lontani, tra i vivi e i defunti, ma si crea ‘comunione’. Questa preoccupazione alla comunione fu forte anche nel beato Tavelli, che favorì il desiderio di Eugenio IV di celebrare un Concilio a Ferrara, aperto nel 1438, che poi, per ragioni sanitarie si trasferì a Firenze nel 1439: un Concilio d’unione, animato dal desiderio di ritrovare una unità e comunione tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica. L’Eucaristia – come ci ricorda la pagina agli Efesini dell’apostolo Paolo – ha “a cuore di conservare l’unità” fondata sugli stessi sentimenti di “umiltà, dolcezza e magnanimità”. Questi tre sentimenti hanno caratterizzato la vita del beato Tavelli che sopportò l’umiliazione delle calunnie e trattò ogni persona, soprattutto i poveri, con dolcezza e magnanimità. Umiltà, dolcezza e magnanimità caratterizzano la vocazione cristiana alla santità, che è vocazione alle cose semplici e quotidiane. Infatti, sono i tre sentimenti che papa Francesco ricorda nell’esortazione apostolica Gaudete et exultate dedicata alla comune vocazione alla santità: la dolcezza: “Anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza (cfr. 1 Pt 3,16), e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza” (G.E.73); l’umiltà: “L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità. Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni non sei umile e non sei sulla via della santità. La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via. L’umiliazione ti porta ad assomigliare a Gesù, è parte ineludibile dell’imitazione di Cristo” (G.E. 108); la magnanimità: “la magnanimità si rivela nelle cose semplici e quotidiane. Si tratta di non avere limiti per la grandezza, per il meglio e il più bello, ma nello stesso tempo di concentrarsi sul piccolo, sull’impegno di oggi” (E.G. 169).

Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, guardando all’esempio del beato Tavelli, Santo Pastore di questa nostra Chiesa, Vescovo della tenerezza, chiediamo al Signore di accompagnarsi nel cammino sinodale che ci attende, cammino che rinnova la nostra comunione, che nasce dall’Eucaristia, rafforza la partecipazione e la missione nella vita della nostra e di ogni Chiesa.

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