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I martiri, buoni samaritani del nostro tempo: intervento di mons. Perego

S. Agostino, Ferrara, Veglia dei martiri, 24 marzo 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, ricordiamo oggi i martiri del nostro tempo, testimoni di un Vangelo che coinvolge la nostra vita e che talora, chiede, per amore, di soffrire e donare anche la nostra vita.

La pagina evangelica che abbiamo ascoltato parla di questo amore che la fede deve testimoniare, non solo ricordando il comandamento fondamentale nell’Antico e nel Nuovo Testamento, ma attraverso un racconto, una parabola, una storia che esemplifica questo amore: la storia del Buon Samaritano. Il samaritano protagonista della parabola è il ritratto di Gesù, la proposta del suo stile. Il samaritano è l’altro, lo straniero che non viene presentato come l’estraneo, il nemico, ma come l’amico, che incontri in un viaggio qualunque, in un luogo qualunque. Il samaritano supera questa concezione della prossimità legata al vicino, per proporre nei suoi gesti semplici una prossimità nuova, che include il nemico, il diverso, il lontano, lo straniero. E’ un percorso di ‘riconoscimento’. Non esistono categorie già definite di chi è prossimo, ma è lo straniero che cammina che si scopre prossimo a un altro. L’attenzione si sposta da chi è vicino a chi si è reso vicino, da luoghi comuni a luoghi che generano la possibilità di incontro e relazione. La vicinanza genera compassione, sofferenza con il sofferente, cura, accompagnamento, un luogo di tutela, una casa.La condizione poi di povertà, di vittima, di sofferenza diventa un luogo privilegiato per educarci alla prossimità, alla relazione, per oltrepassare ogni confine e crescere nella comprensione dell’altro come il ‘fratello’ da custodire, con cui condividere anche le nostre risorse. Non bastano le parole. La fraternità, sembra dire il racconto della parabola, nasce dal raccogliere le provocazioni dell’altro nel cammino della nostra vita, nel nostro Esodo.

Anche la paternità di Dio, rispecchiata nel samaritano, sembra ricordarci che il cammino della nostra vita, come della vita di ogni persona, è un luogo familiare, dove Dio fa spazio all’uomo, è di casa con l’uomo. E scoprendo nell’altro, nello straniero un fratello e un Padre scopriamo la nostra identità, che non è tale perché legata a un luogo, ma perché guarda a tutti, ha un respiro universale, aperto. Nel bellissimo discorso conclusivo del Concilio, il 7 dicembre del 1965, San Paolo VI disse che la spiritualità del Buon Samaritano è la figura della spiritualità del nostro tempo.

Papa Francesco riprende l’immagine del buon Samaritano nell’enciclica Fratelli tutti, dedicandogli l’intero secondo capitolo, che fa da cerniera nel passaggio da un mondo che ha un cuore chiuso a un mondo che ha un cuore aperto. Scrive al n. 67: “Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada. La parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune. Nello stesso tempo, la parabola ci mette in guardia da certi atteggiamenti di persone che guardano solo a sé stesse e non si fanno carico delle esigenze ineludibili della realtà umana”. I martiri di oggi incarnano la figura del buon samaritano: uccisi sulla strada, per la loro fede testimoniata, per ricerca della giustizia, per la difesa dei più deboli. In questo senso i martiri di oggi sono per noi una provocazione perché la nostra vita di fede sia credibile: non solo a parole, ma nei fatti di ogni giorno.

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