• Redazione

Filippo e Giacomo, testimoni della fede

Basilica di S. Maria in Vado, Ferrara, 3 maggio 2022


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, caro don Andrea, è bello questo nostro incontro a Ferrara con la vostra missione cattolica: è un incontro tra Chiese, tra persone che vivono la fede in luoghi diversi, in Svizzera o in Italia, tra le colline in riva al lago e in pianura, ma che camminano insieme, anche per comuni radici culturali e religiose, rafforzate anche da un incontro nella migrazione. E ci ritroviamo in questa Basilica dedicata all’Annunciazione a Maria, ma anche carica della memoria di un miracolo eucaristico che 850 anni fa ha voluto ricordarci la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, ieri, oggi e sempre. In questa basilica, Madre e Figlio sono insieme, come spesse volte nel Vangelo: alla nascita, nel tempio, nella casa di Nazareth, a Cana, sulle strade della Galilea, sotto la Croce. Madre e Figlio accompagnano anche la vita della Chiesa, la nostra vita, facendoci sperimentare che la Chiesa è una casa, una famiglia, una fraternità. Dovunque. Oggi celebriamo la festa di due santi apostoli: Giacomo e Filippo. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio. La pagina evangelica è uno dei discorsi di addio di Gesù. Dopo che Gesù risponde a Tommaso di essere la via, la verità e la vita e di avere un rapporto privilegiato con Dio Padre, la pagina evangelica riporta un dialogo tra Gesù e Filippo proprio sulla relazione tra Gesù e il Padre. Gesù è il Figlio di Dio e per questo presenta Dio come un Padre. Non solo questo legame tra il Padre e il Figlio non è esclusivo, ma diventa l’esperienza di ogni uomo che ‘rimane’ nel Signore. Come si ‘rimane’ nel Signore? Si rimane nel Signore, legati filialmente al Padre se crediamo nel Padre e nel Figlio, se riconosciamo le opere di amore del Figlio. Rimanere nel Signore è il compito di ogni cristiano. Non rimane nel Signore chi non prega, Non rimane nel Signore chi non spera. Non rimane nel Signore chi non ama. Filippo e Giacomo hanno scelto, dopo la Pentecoste di rimanere nel Signore, di dare la propria vita per il Vangelo, di essere testimoni del Signore. Filippo era nativo di Betsaida, sulla costa del lago di Tiberiade. Nel Vangelo è colui che invita Natanaele a seguirlo, perché hanno incontrato il Signore, il Messia. Filippo è anche colui che spinge Gesù alla moltiplicazione dei pani, dicendogli ‘abbiamo solo due pani e due pesci, cosa è per tanta gente? Filippo sarà l’evangelizzatore dell’Anatolia, insieme alle sue due figlie, con le quali troverà la morte da martire. Giacomo il minore, invece, sarà tra i primi chiamati da Gesù, diventerà Vescovo di Gerusalemme e morirà martire, lapidato, dopo averci lasciato alcune lettere che ci ricordano che la fede è vita, è testimonianza. La testimonianza è il segno della fedeltà al Vangelo, non solo a parole, ma nei fatti. Mai come oggi si sente l’esigenza di una rinnovata e unitaria testimonianza di fede nelle nostre comunità. “Non ci viene chiesto di essere immacolati, ma piuttosto che siamo sempre in crescita, che viviamo il desiderio profondo di progredire nella via del Vangelo, e non ci lasciamo cadere le braccia” – ci ricorda Papa Francesco in un passaggio dell’Evangelii gaudium. Troppe volte le nostre comunità sono fatte di persone stanche e pessimiste che non sanno leggere la presenza di Dio nella storia. Già San Paolo VI lamentava – nell’esortazione apostolica Evangelii nutiandi – la mancanza di gioia e di speranza e la presenza nelle nostre comunità di “evangelizzatori tristi e scoraggiati” (E.N. 73). E Papa Francesco aggiunge nell’ Evangelii Gaudium: “Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua. Però riconosco che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte le tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane al­meno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto. Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia” (E.G. 6). La testimonianza cristiana, come ricorda l’apostolo Paolo nel brano ai Corinzi che abbiamo ascoltato, nasce dalla capacità di custodire ciò che abbiamo ricevuto dalla fede di chi ci ha generato, di chi ci ha preceduto, e che non può essere disperso anche nel cammino dell’emigrazione, anche lasciando la propria terra. Anzi, ancora di più dobbiamo sentire l’esigenza di custodire un patrimonio di fede, con quella capacità di rigenerarlo negli incontri, alla luce della storia, nel cammino della Chiesa, nell’ascolto costante della Parola, nella celebrazione dell’eucaristia, nell’incontro con i più poveri e gli ultimi. Fede, speranza e carità sono i volti della testimonianza, ma anche le virtù con cui la testimonianza cristiana si rigenera. Cari fratelli e sorelle, il Signore ci regali la gioia e la speranza, anche in questi tempi non facili, perché il Vangelo possa correre nelle nostre strade e città con i piedi di nuovi evangelizzatori e testimoni, come gli apostoli Filippo e Giacomo. Così sia.

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