• Redazione

Esequie di Mons. Armando Blanzieri: omelia di mons. Manservigi

Ferrara, Chiesa del Gesù

26 maggio 2021


Rm 8,14-23; Gv 6,51-58


di mons. Massimo Manservigi

Vicario generale Arcidiocesi


“As sen truà mi Giani e Felice”, “Ci siamo trovati io Gianni e Flice”. Quante volte a don Armando ho ricordato questa frase con cui iniziava i suoi racconti e aneddoti, vissuti insieme agli amici di una vita: don Gianni Marozzi e Don, pardon, Mons. Felice Benetti. Ricordo ancora il mio divertimento nel ricordargli che avevo avuto modo di conoscere anche la versione di don Gianni ovvero di quella volpe di Marozzi. A questo seguivano immancabilmente una serie di considerazioni colorite di don Armando sui i vizi e le virtù di don Gianni che finivano sempre con un: “intelligente ma pigro”. Scusatemi per queste parole introduttive, magari non molto di circostanza, ma avvertivo la necessità di mettere subito in luce - al di là del carattere burbero e dei modi forti – un aspetto centrale di Mons. Armando Blanzieri: la fedeltà all’amicizia, ai legami profondi, con i grandi amici che nel tempo aveva poi dovuto salutare uno ad uno: oltre ai citati, ricordo anche don Ugo Zaccaria, don Umberto Poli, don Guglielmo Perelli. Ma per fortuna restano ancora, testimoni specialissimi di quei legami di sincero affetto, Padre Silvio Turazzi e don Giancarlo Pirini che sulla Voce ne ricorda la cultura religiosa ma anche l’apertura verso le esperienze giovanili degli anni ‘70. Valore grande per lui l’amicizia. Prima di tutto l’amicizia con Cristo, un’amicizia fondata sulla solida fede dalla quale nasceva il dovere di annunciare con franchezza e forza la verità di Cristo, una forza che mirava a sottolineare come di fronte a questa verità niente e nessuno poteva essere anteposto. Come abbiamo ascoltato nella lettera di San Paolo ai Romani: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!»”, Mons. Blanzieri non aveva certo paura di annunciare “in modalità esclamativa”, con voce potente e modi decisi - a volte intimorendo l’uditorio – perché si fondava sulla granitica certezza che nella pienezza della rivelazione neotestamentaria, con al centro il Cristo Risorto, tutte le dimensioni e tensioni dell’uomo e del creato trovano la loro sintesi e il loro punto di approdo e soluzione, ovviamente trascendente: “Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. Fede e speranza, promessa e compimento. Sotto questo aspetto come non ricordare i suoi studi su San Tommaso, altro grande amico, sua luce teologica e spirituale. E sempre nella chiave dell’amicizia potremmo aggiungere che don Armando - lo ricorda Mons. Vittorio Serafini: “Nei confronti dei ragazzi, dei giovani e degli adulti non sorrideva mai, mantenendo così fede all’immagine che tutti avevano di lui, ma chi lo frequentava e poteva conoscerlo maggiormente in profondità si accorgeva che possedeva un cuore grande, tanto grande da abbracciare fino in fondo le cause di coloro che ingiustamente venivano emarginati o avevano necessità di maggiore fiducia per potere ripartire”. Lo ribadisce, sempre sul Settimanale diocesano, Mons. Ivano Casaroli, ricordando la sua prima parrocchia: “Fossanova San Biagio fu il suo luogo di studio, di lavoro manuale, di incontri quasi sempre accesi da una innata forza polemica e sempre costruttori di grandi legami di amicizia”. Tuttavia non possiamo negare anche un’amicizia faticosa, a volte travolta dall’esuberanza e dall’irruenza del carattere, come lui stesso sottolinea nel Testamento spirituale iniziando proprio con una richiesta di perdono verso le “persone che si sono sentite offese dalle mie parole e dai miei modi”. Si rendeva perfettamente conto dei suoi limiti e della prospettiva un po' manichea ad essi sottesa, quella del resto dei film di John Wayne, che ha amato così tanto. In ciò consiste l'uomo, la parte irriducibile della fragilità, l’umanità nella sua interezza, con i suoi pregi e i suoi limiti: prendere o lasciare. Lui era così.

Don Armando docente di Teologia Morale in Seminario: “pezzo di storia del clero diocesano, che ha insegnato a una gran parte dei sacerdoti e non solo” lo descrive don Stefano Zanella. Don Armando parroco per oltre 40 anni al Gesù: “un po’ burbero ma schietto - scrive un suo parrocchiano -, che nelle omelie parlava in modo diretto e affascinava”. Quanto ancora potrebbero raccontarci i suoi collaboratori, le catechiste, la San Vincenzo per l’ambito caritativo. Quanto soprattutto in questi ultimi mesi di sofferenza vissuta con fede, amorevolmente curato dai suoi famigliari. Avremo modo di conoscerlo dalle loro testimonianze.

Gli importanti contributi alla vita diocesana sono stati già ampiamente sottolineati attraverso la sua biografia pubblicata sugli organi di stampa. Mi piace qui sottolineare, come ricordato da Mons. Casaroli, il suo convinto apporto al Convegno diocesano “Evangelizzazione e promozione umana” e la successiva partecipazione alla fase nazionale con il Vescovo Filippo Franceschi. Sincero figlio del Concilio Vaticano II e curatore, nella sua parrocchia, di una catechesi per adulti che era diventata quasi una scuola di Teologia. Canonico Teologo del Capitolo della Cattedrale, Difensore del Vincolo nel Tribunale ecclesiastico Diocesano e tanto altro. Mons. Armando Blanzieri ci lascia in eredità un modo di essere sacerdote. Lo sottolinea Mons. Serafini con queste parole: “Don Armando era una persona diretta, capace di andare sempre al nocciolo di ogni questione. Per lui l’esteriorità contava niente e faceva un poco sorridere quando si presentava in Duomo per i pontificali con l’abito rosso da cerimonia riservato ai monsignori. Per indole mal sopportava coloro che avevano l’ambizione di conquistare i “primi posti” e che erano troppo ricercati nella cura della propria persona oppure che riteneva fossero “tanto fumo, ma poco arrosto”. Con questa scelta era portato a dire “pane al pane e vino al vino” ed inevitabilmente finiva per risultare non essere gradito ad alcuni e da applausi per altri”. ‘Pane al pane e vino al vino’, è anche l’occasione per un ultimo pensiero che vorrei affidare a tutti noi. Nel vangelo che abbiamo ascoltato Gesù invita i suoi interlocutori a cibarsi di Lui, della sua carne e del suo sangue, presentando questo miracolo di trasfusione di vita come la chiave per raggiugere l’eternità: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. (…) Questo è il pane disceso dal cielo; non come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. Noi affidiamo al Signore Gesù Mons. Armando Blanzieri, presbitero, ministro dell’Eucarestia, che ha donato agli uomini la possibilità di cibarsi del “pane vivo, disceso dal cielo”, affinché da oggi possa goderne i frutti promessi: “Se uno mangia di questo pane ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. E così sia.


Mons. Luigi Negri ha fatto pervenire al nostro Arcivescovo le sue più sentite condoglianze, alla Diocesi e ai famigliari, ricordando la figura di Mons. Blanzieri con particolare stima e commozione.


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