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Epifania, incontrare il Signore in una città-casa: omelia di mons. Perego

Aggiornato il: gen 13

Ferrara, Comacchio, 6 gennaio 2020


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, nel tempo di Natale “rivestiti di luce”– per usare le parole del profeta Isaia – liberati dalle tenebre e dalla “nebbia fitta che avvolge i popoli” – un’altra immagine del profeta molto familiare, siamo invitati a metterci in cammino nella fede. E ancora Isaia descrive l’immagine di chi è in cammino, ieri come oggi, figli e figlie, madri e padri, uno stuolo di cammelli, popoli diversi: tutti in cammino per proclamare “le glorie del Signore”. Il racconto di Isaia trova un parallelo, ma anche la sua verità nel racconto del cammino dei Magi. Anch’essi sono “rivestiti”: dalla luce della stella che indica il cammino e dalla luce del bambino che incontrano “con Maria sua madre”: la luce del Cristo, del Salvatore.

Il racconto dei Magi ricorda la fedeltà di Dio alle sue promesse che solo chi si mette in ascolto della Parola, i Magi e non Erode, sa riconoscere nella contemporaneità. A questo riguardo, piace citare un passaggio della lettera di Papa Francesco sulla istituzione della Domenica della Parola di Dio: “Quando la Sacra Scrittura è letta nello stesso Spirito con cui è stata scritta, permane sempre nuova. L’Antico Testamento non è mai vecchio una volta che è parte del Nuovo, perché tutto è trasformato dall’unico Spirito che lo ispira. L’intero testo sacro possiede una funzione profetica: esso non riguarda il futuro, ma l’oggi di chi si nutre della Parola”.

E i Magi ci insegnano proprio questo: “chi si nutre ogni giorno della Parola di Dio si fa, come Gesù, contemporaneo delle persone che incontra; non è tentato di cadere in nostalgie sterili per il passato, né in utopie disincarnate verso il futuro” (n.12). Senza ascolto della Parola di Dio si rimane fermi, non si cammina, non si cambia, non avviene la nostra conversione perché non si realizza l’incontro con il Salvatore, il Dio con noi. La città di Betlemme, piccola e ultima tra le città, “la città dei poveri”, direbbe S. Vincenzo de’ Paoli, diventa il centro di questa salvezza, dell’Incarnazione del Verbo. L’incontro con il Signore avviene in una casa, in una città: la città e la casa sono il luogo della presenza reale del Signore, della sua umanità. La città è un territorio geografico ben identificato, ma è anche un insieme di relazioni familiari, economiche, sociali, culturali. In città si vive, si cresce: ed è in questo luogo di vita che nasce Gesù che è la Vita. Senza città si è soli, non si cresce. Come si è soli e non si cresce senza una casa. L’Epifania ci ricorda l’importanza di questi due luoghi, la città e la casa, per riconoscersi, per vivere, ma anche per accogliere la Vita. Una città non accogliente, dove non tutti hanno casa, è disumana e rischia di non accogliere il Signore che è la Vita. Il Natale ci ricorda l’impegno dei cristiani di costruire città-casa e non città-tenda o città-carcere, come ci ammoniva anche un architetto che ha realizzato nel Dopoguerra l’ampliamento intelligente della nostra città, l’architetto Giovanni Michelucci. Nel 1987 l’architetto Michelucci, in occasione di un convegno a Firenze su “La sfida delle città”, inviava una lettera a P. Balducci dove, tra l’altro, proponeva una “sfida alle città”. “Una sfida – scriveva – che proviene da due condizioni di vita che sono ai margini della attuale condizione urbana: la città-carcere e la città-tenda". E continuava: “Cosa rappresentano queste due entità nell’ambito del territorio in cui sono ospitate e mal sopportate, se non un’accusa di una inadeguatezza dei modelli di vita delle città attuali di contrapporre una cultura di pace rispetto all’equilibrio di morte di poteri militari contrapposti? La città-carcere e la città-tenda non sono solo dei luoghi identificabili nello spazio, sono due metafore che stanno ad indicare tutto ciò che nella città esiste come edificio, talvolta perfino di pregevole fattura, senza per questo avere con la città alcun rapporto attivo, rappresentando anzi la negazione della città". E concludeva il noto architetto: “la sfida che propongo alla città attuale è dunque la sfida di saper accogliere al suo interno i diversi di ogni tipo, non per dovere di ospitalità, ma come speranza progettuale… Il modello di una società civile che accetta dentro di sé il diverso, come ipotesi positiva di cambiamento rappresenta di fatto una cultura superiore rispetto agli equilibri militari che ci sovrastano. La società del sospetto, dell’isolamento con cui sono regolate le nostre città rappresentano purtroppo un’agghiacciante analogia a quegli equilibri”. L’Epifania, la manifestazione del Signore non può renderci indifferenti alla costruzione di una città-casa, dove ognuno incontri la via, la verità, la vita del Natale. E un ultimo aspetto sottolinea il cammino dei Magi: il dono. Una città-casa accoglie i doni di chi arriva riconoscendo in essi la verità di un incontro. Il dono è il segno con cui riconosciamo l’altro: come amico, in un momento importante della sua vita, in un tempo di difficoltà. Una città-casa promuove il volontariato, cioè il di più che una persona regala alla città, alle persone diverse di una città: al povero, al malato, al giovane e all’anziano, alla famiglia e all’impresa sociale. Una città-casa promuove la cittadinanza, perché riconosce il cammino delle persone come la realtà che trasforma, cambia la città, la apre al nuovo valorizzando anche l’antico. Cari fratelli e sorelle, dopo l’incontro con il Salvatore, a Natale, con i Magi mettiamoci anche noi in cammino, in ascolto della Parola, accompagnati dal Signore, nella costruzione di una città come di una casa che accoglie la vita, di tutti, sempre. Così sia.