• Redazione

Don Giorgio: la corsa della Parola. Omelia di mons. Perego per le esequie di don Giorgio Reginato

Onè di Fonte, 31 marzo 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Rm 8,14-23

Salmo 62: Ha sete di te Signore, l’anima mia

Gv 5,24-29


Cari confratelli, cari fratelli e sorelle, siamo riuniti oggi per affidare al Signore il nostro confratello don Giorgio. Condividiamo in questo momento il dolore dei familiari e di chi ha vissuto con Lui il ministero presbiterale o l’azione pastorale nelle diverse parrocchie della nostra Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, della Diocesi di Treviso e delle parrocchie e Missioni cattoliche italiane in Venezuela, che lo hanno visto pastore e guida negli oltre 50 anni del suo ministero sacerdotale. Al tempo stesso, la speranza cristiana, che ha animato anche la vita di don Giorgio ci aiuta a guardare, soprattutto in questa Settimana Santa, al suo incontro con il Signore, Crocifisso e Risorto. In questo dolore e in questa preghiera ci accompagna la Parola di Dio che abbiamo ascoltato. L’apostolo Paolo ci ricorda che con il Battesimo siamo diventati figli di Dio. Questa nostra condizione ci aiuta a superare la paura, legata al peccato, alla sofferenza, alla morte, perché sentiamo Dio, Creatore e Signore di tutte le cose, come un Padre. L’apostolo Paolo sottolinea come “le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura” e come la caducità in cui si trova la creazione sarà liberata “per entrare nella gloria dei figli di Dio”. Don Giorgio negli anni del suo ministero ha sperimentato la fatica, il dolore, ma anche la tenerezza di Dio Padre. Don Giorgio è stato un evangelizzatore. Desiderava profondamente che la Parola di Dio ‘corresse’ lungo le strade dei quartieri e delle città, e per questo, ordinato sacerdote il 12 aprile 1969 da Mons. Giovanni Mocellini, Vescovo di Comacchio, partiva subito, pochi mesi dopo come missionario tra i poveri e soprattutto tra gli emigranti italiani in Venezuela, dove ha vissuto per 36 anni prima nella Diocesi di S. Felipe, in Chivaco, al centro del Venezuela e poi a Guaraque a 1700 metri d’altezza e, infine, nella città di Valera, per dedicarsi dal 1989 alla missione cattolica degli emigranti italiani nella diocesi di Trujllo prima e di Merida poi. Rientrato in Diocesi nel 2005, anche per ragioni di salute, continuerà il suo ministero nelle campagne ferraresi di Bosco Mesola prima e poi di Coccanile, Ambrogio e S. Apollinare fino al 2014, anno del suo ritiro in questo suo paese natale. Il desiderio di annunciare la Parola ha portato, in particolare, don Giorgio a lasciare la sua casa, la sua Chiesa per raggiungere un Paese lontano, il Venezuela, dedicando la sua vita a leggere, approfondire, annunciare la Parola coniugandola con la vita soprattutto dei più poveri, condividendo le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di centinaia di persone e famiglie, tra i 100.000 emigranti italiani nel Paese latinoamericano, tra dittature fondate sulla violenza e povertà crescenti per l’analfabetismo, la droga e la disoccupazione accompagnata dalla svalutazione che lo hanno segnato profondamente. “Ho il carisma di costruttore”, scriveva in una lettera al Centro Missionario il 1 maggio 2002, dopo che il Vescovo gli aveva affidato una parrocchia di 50.000 abitanti dove occorreva realizzare tutto: casa canonica, centro parrocchiale, chiesa. Nello stile di don Giorgio possiamo ritrovare la conferma di queste parole di papa San Paolo VI nell’esortazione Evangelii Nutiandi riprese da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium: “un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale. Recuperiamo e accresciamo il fervore, «la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime […] Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo” (E.N. 80; E.G. 10). Da uomo della Parola, della predicazione gioiosa in tante chiese in Italia e all’estero, è diventato negli ultimi anni l’uomo del silenzio: un passaggio che ci ricorda come azione e contemplazione sono le due anime della vita cristiana.

L’incontro con il Cristo morto e risorto, che celebriamo in questa Settimana Santa, per don Giorgio è un’esperienza definitiva, perché con la morte e l’inizio della vita eterna si è compiuta la “redenzione del corpo”, come sempre Paolo ha ricordato nel brano della lettera ai Romani. A noi, come ha fatto don Giorgio nel suo ministero presbiterale, il compito di continuare ad ascoltare la Parola di Dio e continuare a credere, come invita a fare il brano evangelico di Giovanni.

Perché queste sono le strade per avere la vita eterna, per passare “dalla morte alla vita”: ascoltare la Parola, credere, fare il bene. La nostra risurrezione, ci ricorda l’evangelista Giovanni è il dono di una fede che si rinnova nell’ascolto della Parola e nella carità, attorno all’Eucaristia, che per questo è farmaco di immortalità.

Con animo insieme profondamente scosso per la morte di un nostro caro presbitero e rasserenati, allo stesso tempo, dalla certezza della fede, in un silenzio che si fa umile contemplazione del mistero pasquale, desideriamo accompagnare don Giorgio in questa ultima tappa terrena. Mentre salutiamo nella preghiera don Giorgio, lo accompagniamo in questa sua comunità dove riposerà in pace nel cimitero accanto ai suoi cari e agli amici. Raccogliamo anche noi oggi l’invito di Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exultate: “Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi, purché tu non abbandoni la via dell’amore e rimanga sempre aperto alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina” (G.E.24). Questa trasformazione, conformazione a Cristo che don Giorgio già vive e anche il senso del nostro cammino terreno che continua. Così sia.

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