• Redazione

Don Celestino, un prete di comunione: omelia funebre di mons. Perego



Chiesa parrocchiale di Vigarano Pieve, 4 febbraio 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Sap. 3,1-9

Salmo 102

Lc 12,35-40


Cari confratelli, cari fratelli e sorelle dell’unità pastorale di Vigarano, siamo riuniti attorno alla mensa eucaristica per ricordare e salutare nella preghiera il nostro fratello don Celestino, che ci ha lasciato improvvisamente, morto tra le braccia paterne di don Raffaele. Nulla faceva presagire che questo prete, chiamato amabilmente ‘gigante buono’, avesse un cuore fragile. Nulla faceva pensare a una morte improvvisa, a cui non siamo mai preparati. Il dolore e la sofferenza trovano una ragione nella fede che ci richiama come con la morte risorgiamo in Cristo a una vita nuova. La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci ricorda – nella pagina del libro della Sapienza – che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio”. Don Celestino, arrivato tra noi nel 2007, è stato un servitore della Chiesa buono e retto, disponibile, che ha amato a tal punto il Signore da lasciare la sua terra, la sua Africa per essere un presbitero ‘fidei donum’, per fare dono della sua fede e del suo ministero alla nostra Arcidiocesi prima come amministratore parrocchiale a Ponti Spagna, poi a Stellata e Zerbinate e infine vicario nell’unità pastorale di Vigarano, con una particolare cura delle parrocchie di Coronella e Madonna Boschi. Don Celestino è stato anche un uomo di comunione non solo per la sua preparazione teologica ecumenica e volta al dialogo interreligioso, apprezzata da tutti negli anni di insegnamento nell’Istituto di Scienze religiose di Ferrara, ma anche per la sua serenità che aiutava l’incontro, la collaborazione. Guardando a Lui e al suo ministero tra noi – sempre con le parole del libro della Sapienza – possiamo nutrire la speranza e credere nella sua risurrezione dai morti, nella sua vita in Cristo. Per lui il Signore, suo e nostro Maestro, “in cambio di una breve pena” gli donerà i benefici della sua grazia, perché “lo ha trovato degno di sé”, “lo ha saggiato come oro nel crogiuolo e lo ha gradito come un olocausto”. La serenità con cui don Celestino viveva il suo ministero nascondeva una passione per il suo Paese, la Repubblica Democratica del Congo, uscito da tre dittature e da guerre civili. Paese di cui seguiva da lontano con interesse la vita ecclesiale, sociale e politica. “Le radici non si possono scordare”, mi disse in un colloquio, di fronte alla mia meraviglia per la conoscenza puntuale della situazione del suo Paese. E le sue radici erano piantate saldamente sulla terra povera e insanguinata, ma ricca di fede, della Repubblica Democratica del Congo. Oggi don Celestino risplende nella luce di Cristo, quella luce che lo ha illuminato nel Battesimo e che ora gli permette di contemplare il volto del Signore. Finalmente il Dio che lo ha chiamato alla vita e al ministero presbiterale, che ha annunciato e ha amato, diventa per lui un volto familiare, lo scopre in tutta la sua verità, e riceve da Lui, Padre misericordioso, un posto nella sua casa e alla sua mensa eterna. Cari confratelli, cari fratelli e sorelle, la morte improvvisa di don Celestino ci aiuta a ricordare il monito evangelico: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”, perché non sappiamo quando incontreremo il Signore. Vigilare, nella preghiera e nella carità, diventa parte dello stile di vita cristiano e aiuta a non sentirsi padroni del mondo e della propria vita, ma creati a immagine e somiglianza di Dio, liberi ma limitati, in cammino, in attesa dell’incontro con il nostro Creatore e Padre. “Il cammino della santità è una fonte di pace e di gioia che lo Spirito ci dona – ci ha ricordato Papa Francesco nell’esortazione Gaudete et exultate - , ma nello stesso tempo richiede che stiamo con “le lampade accese” (cfr Lc 12,35) e rimaniamo attenti: «Astenetevi da ogni specie di male» (1 Ts 5,22); «vegliate» (cfr Mc 13,35; Mt 24,42); non addormentiamoci (cfr1 Ts 5,6). Perché coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la Legge di Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento o torpore. Dato che non trovano niente di grave da rimproverarsi, non avvertono quella tiepidezza che a poco a poco si va impossessando della loro vita spirituale e finiscono per logorarsi e corrompersi” (G.E. 164).

Caro don Celestino, ringraziamo oggi il Signore per il dono degli anni della tua presenza tra noi. E ringraziamo te, fratello nella fede e nel ministero presbiterale, perché hai avuto il coraggio di lasciare la tua casa, la tua terra, la tua Chiesa per donare alcuni anni della tua vita e del tuo ministero alla nostra Chiesa di Ferrara-Comacchio. Il tuo coraggio e la tua fede nel Signore ci aiutino a non chiuderci, a non essere incapaci di atti di coraggio, a saper aprire la porta della nostra vita al dono della fede. E il tuo esempio e le parole e i gesti di un ministero gioioso suscitino nella nostra Chiesa vocazioni al sacerdozio ministeriale. Così sia.

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