• Redazione

Domenica del mare, Domenica del Buon Samaritano

XV Domenica per Annum


Lido Estensi e di Spina, 9 luglio 2022


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, oggi è la domenica del mare, anche del nostro mare Adriatico, lungo la cui costa alcuni di voi abitano e lavorano e molti di voi turisti trascorrete un tempo di riposo e di vacanza ogni anno. E’ un mare che in questo tempo soffre, per la mancanza del dono dell’acqua e per la siccità che colpisce le nostre campagne, ma anche il lavoro dei pescatori, in seguito alla crisi economica in conseguenza della guerra in Ucraina e all’inquinamento ambientale. E’ la Domenica anche del Buon Samaritano, che ci ricorda lo stile di vita cristiano in questo nostro tempo, come ricordò San Paolo VI nel discorso conclusivo del Concilio Vaticano II, nel 1965. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio, Parola di vita. La pagina del libro del Deuteronomio ci ricorda alcune parole di Mosè al popolo in cammino. Anzitutto Mosè richiama il popolo all’obbedienza alla legge, ai Comandamenti del Signore. Ma soprattutto, per evitare un atteggiamento semplicemente legalista,  Mosè ricorda al popolo la conversione del cuore, il cambiamento dello stile di vita.  La parabola del Buon samaritano che abbiamo riascoltato, ricorda la differenza tra il legalismo e la conversione del cuore. IL legalista rischia di chiudere gli occhi sulla realtà e le persone, di seguire semplicemente alcuni precetti: è il caso del sacerdote e del levita della parabola che scendono per quella strada da Gerusalemme a Gerico. La conversione del cuore, invece, aiuta a leggere i comandamenti alla luce delle situazioni personali e sociali, facendo cambiare progetto, modificare il cammino, condividere risorse: come fa il Samaritano della parabola, immagine di Cristo servo, “che ha riconciliato a sè tutte le cose”, come ci ha ricordato l’apostolo Paolo – ma anche modello di stile di vita per ogni cristiano, per ogni battezzato. Rileggiamo insieme i passaggi principali di questa parabola. “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico”. Da Gerusalemme a Gerico ci sono circa 27 chilometri, per salire dalla pianura a 1100 metri di altezza. La strada passa attraverso l’inospitale deserto di Giuda, caratterizzato da tanti burroni. Era una strada tortuosa e pericolosa, facile teatro di imboscate. 

Incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto”. E proprio in un’imboscata cade il viandante. I briganti lo spogliano, lo percuotono, le derubano, e se ne vanno poi indisturbati, lasciandolo solo e abbandonato. Lo straniero, chi è in cammino è una persona da sfruttare, di cui approfittarsi, attraverso il quale arricchirsi. Lo straniero è solo e indifeso.

Un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre”. La strada è un luogo comune. Il fariseo e il sacerdote sono in cammino sulla stessa strada dove il viandante è a terra. Lo vedono ma passano oltre. Non è sufficiente vedere l’altro per incontrarlo. La loro cultura presenta l’altro, lo straniero come l’estraneo. La loro prossimità è solo per il vicino, esclusiva: chi ha la stessa lingua, la stessa cultura, la stessa religione, lo stesso luogo di culto.

Un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui”. Il samaritano supera questa concezione della prossimità legata al vicino, per proporre nei suoi gesti semplici una prossimità nuova, che include il nemico, il diverso, il lontano, lo straniero. E’ un percorso di ‘riconoscimento’.  Non esistono categorie già definite di chi è prossimo, ma è lo straniero che cammina che si scopre prossimo a un altro. L’attenzione si sposta da chi è vicino a chi si è reso vicino, da luoghi comuni a luoghi che generano la possibilità di incontro e relazione. La vicinanza genera compassione, sofferenza con il sofferente, cura, accompagnamento, un luogo di tutela, una casa.

Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”. La condizione poi di povertà, di vittima, di sofferenza diventa poi un luogo privilegiato per educarci alla prossimità, alla relazione, per oltrepassare ogni confine e crescere nella comprensione dell’altro come il ‘fratello’ da custodire, con cui condividere anche le nostre risorse. Non bastano le parole. La fraternità, sembra dire il racconto della parabola, nasce dal raccogliere le provocazioni dell’altro nel cammino della nostra vita, nel nostro Esodo.

Anche la paternità di Dio, rispecchiata nel samaritano, sembra ricordarci che il cammino della nostra vita, come della vita di ogni persona, è un luogo familiare, dove Dio fa spazio all’uomo, è di casa con l’uomo. E scoprendo nell’altro, nello straniero un fratello e un Padre scopriamo la nostra identità, che non è tale perché legata a un luogo, ma perché guarda a tutti, ha un respiro universale, aperto. 

Al mio ritorno”. Il Samaritano non si ferma a condividere sofferenza, risorse, ma parla di un ritorno. Il ritorno dice una sorta di ‘presa in carico’ di una persona che non è più ‘un uomo’, ma un fratello.

Cari fratelli e sorelle, papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti ci presenta il Buon Samaritano come un modello per la vita cristiana del nostro tempo, fatta di continui incontri, relazioni, che chiedono tempo: di ascolto, di tutela, di condivisione. “Il Samaritano – ha scritto Papa Francesco - è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo” (F.T. 63). Il Signore ci aiuti a regalare tempo all’ascolto e agli incontri in famiglia, in parrocchia, nella vita quotidiana. Così sia.