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Dedicazione della Cattedrale, richiamo a uno stile di santità: omelia di mons. Perego

Aggiornato il: 23 dic 2019

Ferrara, 16 ottobre 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, celebriamo oggi la solennità della Dedicazione della Basilica Cattedrale. La Parola di Dio ci aiuta a comprendere il senso di questa dedicazione, che vede al centro la consacrazione dell’altare, avvenuta più volte nel corso dei secoli, l’ultima delle quali il 16 ottobre del 1960, da parte dell’Arcivescovo Natale Mosconi, mio conterraneo.

La consacrazione dell’altare del tempio, da parte di Salomone – ricorda la pagina del primo libro dei Re – è accompagnata dalla preghiera. La preghiera di Salomone sottolinea la fede nell’unicità di Dio, l’alleanza tra Dio e il suo popolo, il cammino del popolo. E’ una preghiera che contempla anche il dubbio: “come è possibile che Dio abiti sulla terra”? Come è possibile in una casa contenere la sua onnipotenza e grandezza? E la risposta è molto bella: il tempio, la chiesa, non hanno la pretesa di contenere Dio, ma è il luogo su cui Dio “apre i suoi occhi giorno e notte”, guarda noi “suoi servi”, “ascolta la nostra preghiera”, ci “perdona”. La Dedicazione della nostra Cattedrale ricorda questo sguardo di Dio che da secoli, dal lontano 8 maggio 1177, continua ad avere su di noi, sulla nostra città, sulla nostra Chiesa. Abbiamo bisogno di ricordarci continuamente di questo sguardo di Dio su di noi, perché ci trasforma, ci cambia, ci unisce, ci perdona.

E questo sguardo di Dio su di noi, accresce la nostra libertà, aumenta la nostra responsabilità. Avere una bella Cattedrale, anche ferita e chiusa in questo momento, significa ricordarci che noi siamo “edificio di Do”, “tempio di Dio” – come abbiamo ascoltato dalle parole di Paolo ai Corinzi - perché lo Spirito di Dio abita in noi. Dalla casa, dalla chiesa consacrata viene l’impegno della nostra consacrazione, della nostra santità, “cercando di incarnarla nel contesto attuale – ci ricorda Papa Francesco nell’esortazione Gaudete et exsultate -, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1,4)” (G.E. 2). Zaccheo, nell’incontro con Gesù, ha capito questo. Nella sua piccolezza, non solo fisica, ma morale, per aver frodato ed essere peccatore, Zaccheo inizia un cammino di consacrazione e di santità, a partire dalla condivisione, dalla carità. La sua vita diventa un “tempio dello Spirito”, luogo di salvezza.

Cari fratelli e sorelle, cari confratelli, il ricordo solenne della Dedicazione della nostra Basilica Cattedrale diventi per noi occasione per rinnovare il nostro stile di vita, la nostra consacrazione laicale, presbiterale e religiosa, per un cammino di santità che dalla Cattedrale, casa del popolo di Dio che prega, ascolta, entri nella città e nei luoghi della nostra vita quotidiana. Infatti, come ci ricorda sempre Papa Francesco, “lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità». Il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo” (G.E. 6). La Dedicazione della Cattedrale ci ricorda questa presenza santa di Dio tra di noi, che ci unisce e ci invia, accompagnando lo stile cristiano della nostra presenza nella città dell’uomo.

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