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Convegno 1° maggio. L’alfabeto delle cooperative agricole: intervento di mons. Perego

Sede CIA Ferrara, 1° maggio 2021


Ringrazio il Presidente per l’invito a una riflessione sul tema del lavoro e dell’attuale situazione economica e sociale e sui modelli di cambiamento, alla luce anche della pandemia che “ha messo a nudo i limiti del nostro sistema socio-economico. Nel mondo del lavoro si sono aggravate le diseguaglianze esistenti e create nuove povertà”, come scrivono nel messaggio per il primo maggio di quest’anno i Vescovi italiani, messaggio che ha per titolo: “‘E al popolo stava a cuore il lavoro’ (Ne 3,38). Abitare una nuova stagione economico-sociale”. Non parlo a voi, ma con voi, cari lavoratori della CIA, che siete un grande mondo di lavoratori della terra: di uomini e donne, di giovani, di imprese. Oggi viviamo una situazione a due velocità: chi rallenta – il comparto industriale e artigianale e commerciale – chi cresce – il comparto alimentare e di conseguenza quello agricolo, ma con una produzione in eccesso, per l’incapacità di poter esportare. Anche il mondo dell’occupazione ha visto la perdita di migliaia di posti di lavoro tradizionale e la crescita del lavoro precario. Il risparmio crescente non ha portato a investimenti e il sistema creditizio non è stato in grado di fare un salto di qualità. Anche nel nostro territorio ci sono due economie e due volti del lavoro: quella della città, sempre più commerciale; quella della campagna, sempre più di produzione. Sembra di poter dire che la campagna produce e la città vende. Questo chiede una sinergia tra i due soggetti, considerarsi un’unica comunità. “La crisi ci ha spinto a scoprire e percorrere sentieri inediti nelle politiche economiche. Viviamo una maggiore integrazione tra Paesi europei grazie alla solidarietà tra stati nazionali. e all’adozione di strategie di finanziamento comuni più orientate all’importanza della spesa pubblica in materia di istruzione e sanità”, scrivono ancora i Vescovi italiani nel Messaggio di quest’anno. Lo sguardo europeo è una soluzione alla crescita economica e sociale: non possiamo cedere ai nazionalismi e ai nuovi protezionismi.

La pandemia, terribile per gli effetti non solo sanitari, ma anche economici e sociali, può segnare uno spartiacque importante per una riflessione economica e sociale, che riguarda anche un importante mondo, quale è il mondo agricolo, in ordine alla costruzione di una qualità della vita.

Ci sono alcune parole che ritornano in questo tempo e che costituiscono le parole chiavi, l’alfabeto per una rinascita, anche del mondo agricolo, da condividere insieme tra diverse realtà istituzionali.

La prima parola è responsabilità. La responsabilità in ambito economico e sociale non è soltanto di qualcuno, ma di tutti. Già nell’enciclica Sollicitudo rei socialis San Giovanni Paolo II ricordava che “tutti siamo responsabili di tutti”. Coniugata all’impresa, la responsabilità sociale dell’impresa deve fare in modo che la concorrenza deve diventare più equa e più etica e non indebolire le tutele sociali, i salari minimi, la sicurezza sul lavoro, la previdenza, l’assistenza sanitaria, il rispetto dell’ambiente. Non si può sacrificare alla produzione, alla vendita e al consumo le responsabilità nei confronti della persona, della famiglia, della comunità.

La seconda parola è innovazione, cioè la capacità di rinnovarsi, a partire dalla capacità delle persone. Rinnovare il prodotto, e qui si inserisce il valore aggiunto della qualità; il processo, e qui si inserisce il discorso della filiera, l’organizzazione, che significa anche federazione, CIA, confronto e scambio, condivisione di competenze e di studi. Interessante anche aprire nuovi mondi di impresa legati alla terra: gli agriturismi, la vendita diretta (chilometro zero), la scelta biologica, le energie alternative che nascondo dalla terra e dalla sua lavorazione.

La terza parola è sostenibilità. Le dimensioni economica, sociale e ambientale vanno sempre considerate insieme. In altre parole, un’impresa non esula dal paese e dalla città, con le sue problematiche sociali in cui è inserita e dall’ambiente. Isolarla significherebbe creare non una risorsa, ma un problema. La sostenibilità chiede una comunità, una interrelazione. La sostenibilità chiede di non guardare solo alla produzione, ma alla generazione: anche un’impresa deve contribuire alla vita.

la quarta parola è imprenditorialità. Il mondo dell’agricoltura è fatto di prese e di cooperative che sono attente non solo ai soci, ma alla comunità e guardano al mercato interno ed esterno. La crescita di imprenditorialità in agricoltura corrisponde alla consapevolezza di custodire più che un prodotto un bene del creato.

La quinta parola è bene comune. Anche il mondo delle cooperative e delle imprese agricole non devono perdere di vista la collettività. Le cooperative sono nate da diverse forme di proprietà collettiva, che sottolineava che ci sono beni che sono destinati al bene comune. Ne sono ancora esempio il consorzio degli uomini di Masenzatica e le varie forme di partecipanza, che trovano la loro origine nello stile monastico benedettino. Saper unire economia e tutela e crescita sociale sono aspetti che anche le nuove forme di impresa agricola, radicate in una comunità, devono mantenere. La Chiesa ha sempre riconosciuto, apprezzato e incoraggiato l’esperienza cooperativa. Lo leggiamo nei documenti del Magistero, fin dalla prima ora: Ricordiamo il grido lanciato nel 1891, con la Rerum Novarum, da Papa Leone XIII: “tutti proprietari e non tutti proletari”. E il bene comune chiede che al centro sia la persona e la sua dignità. . “E’ noto che un certo liberismo – ha detto Papa Francesco parlando al mondo delle cooperative nel 2015 - crede che sia necessario prima produrre ricchezza, e non importa come, per poi promuovere qualche politica redistributiva da parte dello Stato. Prima riempire il bicchiere e poi dare agli altri. Altri pensano che sia la stessa impresa a dover elargire le briciole della ricchezza accumulata, assolvendo così alla propria cosiddetta “responsabilità sociale”. Si corre il rischio di illudersi di fare del bene mentre, purtroppo, si continua soltanto a fare marketing, senza uscire dal circuito fatale dell’egoismo delle persone e delle aziende che hanno al centro il dio denaro. Invece noi sappiamo che realizzando una qualità nuova di economia, si crea la capacità di far crescere le persone in tutte le loro potenzialità. Ad esempio: il socio della cooperativa non deve essere solo un fornitore, un lavoratore, un utente ben trattato, dev’essere sempre il protagonista, deve crescere, attraverso la cooperativa, crescere come persona, socialmente e professionalmente, nella responsabilità, nel concretizzare la speranza, nel fare insieme”.


Se sul piano economico il compito del mondo delle cooperative agricole è quello ancora di contrastare ‘lo strapotere del capitalismo’ – come ha scritto P. Cafaro (“Una cosa sola”. La Confcooperative nel secondo dopoguerra: cenni di storia (1945-1991), Bologna 2008), sul piano organizzativo le cooperative agricole sono chiamate a valorizzare nuovi soggetti, persone e famiglie, anche provenienti da altri Paesi: sperimentare una cooperazione agricola interculturale e sul piano sociale aiutare a rigenerare i nostri borghi agricoli, che stanno morendo, ritornando in termini sociali, abitativi, comunitari una parte dell’utile. Anche per voi – come ricordavo nell’omelia di S. Giorgio – devono essere importanti la chiesa, la casa, la scuola, il negozio e il laboratorio artigianale, l’ospedale, perché sono i luoghi della vita di una comunità. Ricorderò ancora le parole di Papa Francesco al mondo della cooperazione nel 2015, in cui ricordava che, tra gli impegni concreti, “Il primo è questo: le cooperative devono continuare ad essere il motore che solleva e sviluppa la parte più debole delle nostre comunità locali e della società civile. Di questo non è capace il sentimento. Per questo occorre mettere al primo posto la fondazione di nuove imprese cooperative, insieme allo sviluppo ulteriore di quelle esistenti, in modo da creare soprattutto nuove possibilità di lavoro che oggi non ci sono”. E’ l’invito che ripeto a voi in questo primo maggio, festa dei lavoratori.

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