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Consacrate per la missione con i migranti e i rifugiati: omelia di mons. Perego per le Scalabriniane

Aggiornato il: 23 dic 2019

Rocca di Papa, Capitolo generale Scalabriniane, 25 ottobre 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Care sorelle Scalabriniane, un cordiale e fraterno saluto e un grazie per l’invito a celebrare l’Eucaristia di apertura del vostro Capitolo generale. L’Eucaristia ci pone immediatamente in sintonia per una relazione condivisa con il Signore, realmente presente, che ci regala la grazia, il carisma di scoprire “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del popolo di Dio, soprattutto dei più poveri” (cfr. G. S. 1). Una scoperta non sempre facile – come ci ricorda la pagina evangelica di Luca – perché, talora ripiegati su noi stessi, non riusciamo a riconoscere in profondità ciò che avviene attorno a noi, nel nostro tempo. “Sentiamo il desiderio del bene – come ci ricorda oggi l’apostolo Paolo – ma non la capacità di attuarlo”. Sentiamo la necessità – sembra ricordarci il Signore – di aggiornare i nostri strumenti comunicativi, ma non sentiamo il bisogno di aggiornare il nostro stile di vita, girando lo sguardo su altro e su altri, riconsiderando le nostre scelte. È quanto ci ricorda anche Papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium: “La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità” (E.G. 33).

Un incontro eucaristico che si conclude sempre con un ‘Andate’, che inaugura un cammino non solo personale, ma anche come Chiesa. Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che “la Chiesa cammina insieme con l’umanità tutta” (G.S. 40). Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium pone tra le questioni ecclesiologiche di oggi “La riforma della Chiesa in uscita missionaria” (E.G. 17) e scrive: “Oggi, in questo

“andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (E.G. 20). E conclude chiedendo di lasciarci guidare sempre dalla “dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre.” (E.G. 21)

Ma la Chiesa – ci ricorda la Costituzione conciliare Lumen Gentium – è anche fatta da “coloro che camminano sulla terra” (L. G. 50). Migranti e rifugiati non sono solo oggetto delle cure e delle attenzioni della Chiesa, ma sono soggetto della Chiesa. I migranti uomini e donne, le famiglie migranti, i lavoratori emigrati e immigrati, i richiedenti asilo e i rifugiati in fuga da 37 guerre e da 100 disastri ambientali, i minori non accompagnati o orfani – i primi ‘tesori’ a cui hanno guardato i fratelli P. Giuseppe e la Beata Assunta Marchetti dal 1895 –, le vittime di tratta che noi incontriamo non sempre vedono riconosciuto il loro diritto di emigrare – “sacro diritto umano”, “diritto inalienabile”, affermava già nel 1888 il beato vescovo Scalabrini –, la loro storia, la loro personalità, non solo nella città, in periferia e nelle zone rurali, ma anche nelle nostre comunità cristiane. Si rischia talora di schiacciare le persone sul bisogno e non andare in profondità nel loro cuore, nella loro coscienza, nella loro vita che rimane quasi un castello murato. La Chiesa, invece, è fatta anche da loro, anche quando “camminano per vie diverse” (U.R. 1) o hanno storie religiose diverse. A questo proposito non possiamo dimenticare un passaggio dell’introduzione della dichiarazione conciliare Nostra Aetate: “I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella su luce” (N.A. 1). E accostarci a loro “umilmente”.

L’umiltà, segno distintivo voluto dal beato vescovo Scalabrini per la vostra Congregazione, è già un volto della ‘perfetta carità’, che è lo stile della vita consacrata, così come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II. E “L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità – scrive papa Francesco nella Gaudete et exsultate, l’esortazione sulla chiamata alla santità. “Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni – continua Papa Francesco – non sei umile e non sei sulla via della santità. La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via. L’umiliazione ti porta ad assomigliare a Gesù, è parte ineludibile dell’imitazione di Cristo: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1 Pt 2,21). Egli a sua volta manifesta l’umiltà del Padre, che si umilia per camminare con il suo popolo, che sopporta le sue infedeltà e mormorazioni (cfr Es 34,6-9; Sap 11,23-12,2; Lc 6,36). Per questa ragione gli Apostoli, dopo l’umiliazione, erano «lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41)” (G.E. 118). Camminare con il popolo dei migranti e dei rifugiati con umiltà significa portare la Croce di Cristo con tanti nostri fratelli e sorelle: umiliati, offesi, violentati, dimenticati, cacciati. E scoprire in loro la ‘grazia’, il dono di Dio che ci raggiunge con i volti e le storie dei crocifissi di oggi, che cercano il dialogo, chiedono giustizia, invocano la pace, soffrono per la loro terra violentata: forme autentiche dell’unica missione evangelizzatrice della Chiesa.

Care sorelle Scalabriniane, con Papa Francesco vi invito a guardare a Maria e “a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In Lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti” (E.G. 288). La vostra missione, il vostro cammino di ogni giorno nella ‘perfetta carità’, si carichi di questa umiltà e tenerezza. Così sia.