La Voce di Ferrara-Comacchio è il settimanale dell'Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio
Redazione: Via Boccacanale di Santo Stefano 24/26 - Ferrara - Tel. 0532/240762 Fax 0532/240698
Proprietà dell'Opera Archidiocesana per la Preservazione della Fede e della Religione
Reg. Tribunale di Ferrara n. 66 del 27-09-1956

  • Redazione

Commemorazione di tutti i defunti e riapertura della chiesa di S. Cristoforo: omelia di mons. Perego

Aggiornato il: 23 dic 2019

Ferrara, chiesa S. Cristoforo, 2 novembre 2019

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Onorevoli autorità, cari confratelli, cari fratelli e sorelle ci ritroviamo oggi in questa chiesa dedicata a S. Cristoforo alla Certosa, riaperta dopo l’ultima ferita del terremoto, per celebrare l’Eucaristia nel ricordo di tutti i nostri Defunti e dei Caduti di tutte le guerre e le violenze. Ricordare e rendere grazie a Dio oggi ha un valore in più in questo luogo di silenzio, di dolore, che però nella fede si apre alla vita nuova, alla speranza. Forse non c’è luogo più familiare a tutti i ferraresi della chiesa e del convento della Certosa. Non solo per la bellezza artistica e naturale del luogo – monumentale opera architettonica tra la fine del ‘400 e i primi decenni del ‘500 -, non solo perché è nel cuore della nostra città da mezzo millennio, ma soprattutto perché molti in questo luogo hanno trovato la sepoltura per i loro cari e affidato al Signore la salvezza della loro anima. In questo luogo l’ascolto della Parola di Dio diventa motivo di consolazione, perché porta la vicinanza e la paternità di Dio. Se le parole di Giobbe sembrano dare spazio al dolore e alla disperazione, perché non ci sono parole e ragioni umane che li giustificano, le parole di Gesù, “pane di vita”, aprono alla speranza, perché la morte e la risurrezione di Gesù indicano una vita eterna. La speranza cristiana non è illusione, è fonte di vita, è una virtù, come ricorda Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi : “la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (S.S. 1). La speranza ricorda la presenza di Dio, in Gesù, per sempre, nella vita e nella storia umana fonte di pace, di cura, di carezze, la consolazione della mano del Signore. Quante volte in questo luogo, per la morte di una persona cara, di un amico, di un compagno di lavoro, di un confratello, di uno sposo, di una sposa, di un figlio, di un padre, di una madre abbiamo sentito il bisogno di una carezza del Signore. E in questa Certosa l’abbiamo avuta, nel silenzio, nella pace, nel perdono, nella consolazione. La Certosa ci è stata vicina “come una Madre che consola un figlio”, per usare sempre le parole del profeta Isaia, che sembrano essere ripetute per noi oggi, in questa celebrazione.

La Certosa ci ricorda anche la Croce, “la morte del Signore nostro Gesù Cristo” di cui oggi l’apostolo Paolo parla nel brano della Lettera ai Romani che abbiamo ascoltato. Il Signore è morto per noi, ma è anche morto come noi: la Croce è il segno più evidente dell’umanità di Dio che arriva a condividere anche la sofferenza e la morte dell’uomo. Dio sa cos'è la sofferenza. Dio sa cos'è la morte. Questa condivisione della sofferenza e della morte da parte del Figlio di Dio, porta anche a noi i doni della pace e della misericordia, tra le sofferenze e le morti, anche innocenti, che per alcuni somigliano a delle vere e proprie stigmate. La Croce è anche la parola definitiva che sconfigge il male dell’uomo, la morte dell’uomo.

Dalla morte, la pagina del Vangelo di Giovanni ci riporta alla vita, che è Gesù. Il Signore ci ricorda che chi vive con Lui e per Lui ha la vita e ha il dovere di portare la vita: il dovere di andare, nella povertà e nella semplicità, portando soprattutto la pace, la speranza fonti della vita. Come ha scritto sempre Papa Benedetto XVI nella Spe salvi: “il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova” (S.S. 3). Anche in questa Certosa noi siamo chiamati a portare la pace e la speranza, in un cuore segnato dalla sofferenza, dal distacco, dalla solitudine. In Certosa siamo anche chiamati a predicare il Regno di Dio, che è un aldilà che trova già oggi il suo primo tempo, con la vicinanza di Dio ad ogni uomo, ma anche un al di là per ogni uomo. La Certosa ci ricorda, nel suo straordinario splendore, la casa del Padre, ricco di misericordia, che attende ogni suo figlio. La Certosa da secoli ci ricorda – per usare le parole evangeliche – che i nostri nomi “sono scritti nei cieli”.

Cari confratelli, cari fratelli e sorelle, in questo giorno in cui ritroviamo la gioia della riapertura di un luogo, di una casa, di una chiesa tra i nostri cari fratelli e sorelle defunti e nel ricordo dei caduti di tutte le guerre, chiediamo al Signore, di far crescere la nostra fede sempre unita alla speranza e alla carità, di cercare e difendere sempre la pace. Sono queste virtù, abito del cristiano, che ritroviamo in questa Certosa, una chiesa dove cielo e terra s’incontrano e ci ricordano il nostro destino. S. Cristoforo, che, secondo la tradizione, ha aiutato il Signore ad attraversare il fiume e ha dato per Lui la sua vita, che ha assistito gli uomini e le donne di questa città a vivere tra i fiumi, a bonificare questa terra e trasformarla in una città, ci accompagni nel cammino della nostra vita, per attraversare e superare i disagi della città terrena e incamminarci verso la Città eterna. Così sia.