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Chiesa e modernità: né conflitto né appiattimento

Aggiornato il: 23 dic 2019

“La scommessa cattolica”, il nuovo libro di Giaccardi e Magatti: approccio critico, senza dimenticare che “la prima preoccupazione della Chiesa è la libertà, non il controllo”

di M. Grazia Fergnani

“La scommessa cattolica. C’è ancora un nesso tra il destino delle nostre società e le vicende del cristianesimo?” è il titolo del libro, uscito lo scorso agosto per “Il Mulino”, dei sociologi Chiara Giaccardi e Mauro Magatti.

La “scommessa cattolica” del titolo si colloca nella relazione fra modernità avanzata e fede cristiana, resa problematica dalla rottura dell’alleanza fra cristianesimo e modernità che fino alla seconda metà del ‘900, pur se in modo contradditorio, è rimasta viva e vitale costituendo l’architrave culturale e morale dell’Occidente. Su questa strada negli ultimi decenni il nuovo capitalismo ha costruito un sistema sociale tecnocratico sempre più sganciato dalle premesse cristiane e ha tolto spazio all’esperienza religiosa, relegandola nei limiti del privato.

I due autori, attraverso un’ampia sintesi del percorso che nel corso di un millennio ha visto intrecciarsi cristianesimo e pensiero razionale, mostrano come la questione centrale sia l’evoluzione dell’idea di libertà che il cristianesimo stesso ha immesso nella cultura occidentale con il suo richiamo alla coscienza e alla responsabilità personale, evoluzione che è approdata oggi al soggettivismo individualistico imperante.

Nel libro si racconta come la crescente consapevolezza di sè maturata a partire dal Medio Evo abbia consentito all’uomo di ottenere notevoli successi sul piano istituzionale, economico e culturale. Sradicato però dalla sua matrice cristiana, l’esercizio della libertà ha portato al passaggio dal concetto di persona, costitutivamente in relazione, a quello di individuo autosufficiente e non bisognoso degli altri, né dell’Altro. Proteso all’autoaffermazione, l’uomo moderno ha orientato il desiderio di Dio e la tensione al bene verso la realizzazione di sé e dei suoi desideri materiali, per raggiungere una “salvezza” terrena sempre più individualizzata.

In questo contesto ultrasecolarizzato la Chiesa vive un difficile passaggio storico cui è tentata di rispondere o con la nostalgia di un passato che non c’è più, o con l’irrigidimento della dottrina o ancora con la speranza di poter ricevere sostegno dalla politica. In ogni caso rischiando di sentirsi e di essere percepita sempre più estranea a questo mondo e al destino dei suoi contemporanei.

La risposta a questa difficile sfida sta all’opposto, secondo i due sociologi, nel riconciliarsi con la modernità, inserendosi con la sapienza del vangelo nelle sue contraddizioni e mancanze: il senso di onnipotenza nega ma non cancella la precarietà e la fragilità dell’uomo; l’autosufficienza dell’Io non estingue la sottile angoscia del sentirsi “soli insieme”; l’offerta illimitata di beni e opportunità lascia insoddisfatti perché tradisce la promessa della felicità desiderata.

Nella parabola evangelica del padre misericordioso si può trovare la giusta prospettiva da cui guardare l’uomo contemporaneo. “Che cosa rappresenta infatti il “figliol prodigo” se non l’uomo moderno che, diventato pienamente consapevole di se stesso, si rende autonomo dal padre e si prende la responsabilità di vivere autodeterminandosi?”. “Ciascuno di noi è quel figlio che ha voluto prendere nelle proprie mani la propria vita” e che, “buttato nel mondo, dopo la prima euforia, si ritrova sempre più sperduto, in balia di forze che non controlla”.

Il cristianesimo ha molto da dire all’uomo contemporaneo, sostengono i due autori, e la Chiesa potrà assolvere a questo compito se si lascerà interpellare dalle trasformazioni culturali di questo tempo, evitando che la fede cristiana perda la sua identità, svaporando in una religiosità intima, generica e indistinta.

E’ vero che la Chiesa ha il problema di contrastare la profonda secolarizzazione che ha condannato la religione all’irrilevanza pubblica, ma il modo non può che passare dal riconoscimento della libertà moderna come passaggio fondamentale del disegno della creazione verso una fede adulta. Se Dio è Padre e ci ha creato a sua immagine e somiglianza, e perciò liberi, “la prima preoccupazione della Chiesa deve essere la libertà, non il controllo”. Questa è la scommessa della fede oggi. “Se perde questa consapevolezza il cristianesimo perde se stesso. E la sua capacità di parlare al mondo”.

Si tratta allora per la Chiesa, per le Chiese, di riempire la “trascendenza vuota” della società postcristiana con l’immagine di un Dio che non è un padre padrone che castra il desiderio, ma un Padre che allaccia coi suoi figli una relazione basata sulla libertà, il perdono e la misericordia. Si tratta di aiutare l’uomo a incanalare il suo bisogno di “un di più di vita” non nell’accumulo, nel controllo, nell’eccesso, ma nell’ ”eccedenza” della buona notizia del vangelo, nell’apertura liberante verso una vita che si espande grazie agli altri, con gli altri, e in relazione con l’Altro, che paradossalmente perde se stessa per ritrovarsi più ricca e più piena.

L’ultima sezione del libro delinea per la Chiesa le modalità diverse con cui poter sopravvivere come istituzione e con cui parlare ai suoi contemporanei. Dovrà mostrarsi capace di rinnovarsi rimanendo se stessa, saper cogliere nelle difficoltà attuali un’opportunità di rigenerazione, riconoscendo che i modi e le prassi adottate negli ultimi decenni, al di là della buona volontà di tanti, non hanno funzionato. La Chiesa ha bisogno oggi di parlare di più di fede intesa come affidamento e non come adesione a un corpus dottrinale, di aprirsi alla concretezza della realtà che, in quanto viva, è sempre in continua trasformazione, di esprimere una visione più dinamica e aperta della vita nella sua irriducibile complessità.

Con questa apertura alla concretezza e alla realtà “ascoltata e amata”, nella tensione fra continuità e cambiamento, potrà sollecitare nella società dello strapotere economico e tecnologico una riflessione critica sulla modernità e portare il suo contributo a una nuova antropologia, all’altezza delle domande più profonde e autentiche degli uomini e delle donne di oggi.

Pubblicato su “la Voce di Ferrara-Comacchio" del 6 dicembre 2019