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Carità e giustizia: lo stile di vita cristiano: omelia di mons. Perego

Giornata mondiale dei migranti e rifugiati


Basilica di San Francesco, Ferrara, 27 settembre 2020


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi nella Chiesa la Giornata mondiale dei migranti e dei rifugiati. È una Giornata voluta da Benedetto XV allo scoppio della prima guerra mondiale, per aiutare i profughi di guerra, e che nel tempo ha sempre accompagnato il fenomeno, inevitabile e, talora, provvidenziale, delle migrazioni che ha avuto volti diversi nel Novecento fino ad oggi. Ricordiamo i volti dei profughi, anche italiani sfollati dalla Russia, dopo la rivoluzione del 1917, i profughi della seconda guerra mondiale, dalla Dalmazia e dall’Istria, o dalla Libia, i profughi e i rifugiati di oggi che si uniscono e si confondono talora con i migranti economici di ogni Continente. In particolare, papa Francesco nel messaggio di quest’anno guarda e ci invita a rivolgere il nostro sguardo agli sfollati interni, quasi 50 milioni di persone, spesso invisibili e dimenticati: un messaggio che interpella la nostra coscienza personale, ma anche la vita nella Chiesa e nella città. Uno sguardo e un’attenzione particolare rivolta a chi - uomini e donne, famiglie – nei diversi Continenti a causa delle guerre, dei disastri ambientali, delle persecuzioni anche religiose sono costretti a lasciare la loro casa, la loro vita per muoversi all’interno di un Paese, di una Nazione. Allo sguardo il Papa unisce le parole di un lessico delle migrazioni a cui ci sta abituando, che coniuga quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere, integrare.

La Parola di Dio di oggi accompagna questi verbi, con nuove parole che hanno un particolare valore nel lessico delle migrazioni. La prima parola la ricorda il profeta Ezechiele ed è giustizia. Senza giustizia il cammino dei migranti è segnato da discriminazioni, sfruttamento, abbandono. Senza giustizia le famiglie dei migranti non trovano casa, non vengono rispettate, non vengono considerate. La seconda parola la ricorda S. Paolo ed è carità, unita alla compassione, all’umiltà, al servizio. Sono questi alcuni dei “sentimenti di Gesù”, che come cristiani siamo chiamati a far abitare in noi e che si rinnovano nelle relazioni, nei nuovi incontri, nel dialogo, nel servizio. Le migrazioni oggi sono luoghi in cui siamo chiamati a rinnovare il nostro stile di vita cristiano e in cui esercitare carità e giustizia, coniugando nuove parole: conoscenza e comprensione, rispetto e tutela, promozione e condivisione, evitando di fare solo ciò che è nel nostro interesse, ma penalizza altri: sono le parole nuove che il Papa ci insegna nel suo Messaggio di quest’anno. Purtroppo, invece, le migrazioni diventano spesso terreno di scontro ideologico, dove anche le scelte intelligenti e concrete vengono sacrificate, dove l’identità viene fatta scontrare con l’alterità, dove l’esigibilità dei diritti è indebolita, dove la vita e la dignità delle persone vengono umiliate. Ha scritto papa Francesco: “I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali” (E.G. 210).

La pagina del Vangelo di Matteo ci ricorda che la fede non va solo annunciata, ma testimoniata. Il mondo di oggi ha bisogno di testimoni, hanno ripetuto San Paolo VI, San Giovanni Paolo II e Papa Francesco. Il sì della vita e alla vita, in tutte le sue fasi, in tutte le sue situazioni è il segno concreto di una testimonianza cristiana non di comodo, non ad intermittenza, che diventa l’abito e lo stile della nostra vita cristiana. "Questo indissolubile legame tra l’accoglienza dell’annuncio salvifico e un effettivo amore fraterno - scrive Papa Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium - è espresso in alcuni testi della Scrittura che è bene considerare e meditare attentamente per ricavarne tutte le conseguenze (…): «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40)” (E.G. 179). Il nostro amore a Dio chiede la coerenza di un amore al prossimo che non sia solo a parole, ma nei fatti, nella quotidianità. Come ci ha testimoniato don Roberto, il sacerdote di Como, ucciso da chi ha ricevuto la sua carità, il suo ascolto e la sua comprensione, ma anche da chi ha lasciato solo nella disperazione l’assassino: un testimone della fede e della carità tra gli ultimi. Possiamo avere difficoltà, problemi, ma anche il nostro no temporaneo, le nostre debolezze, il nostro peccato di mancare nella carità e nella giustizia nei confronti del prossimo, soprattutto di chi è più debole e povero, deve in coscienza trasformarsi in un si che rinnova le nostre relazioni, le nostre città, la nostra stessa identità.

Cari fratelli e sorelle, sull’esempio di S. Giuseppe “costretto a fuggire in Egitto per salvare il Bambino” Gesù – come ci ha ricordato papa Francesco nel Messaggio di quest’anno - il Signore ci accompagni nella vita di ogni giorno, perché la nostra fede sia legata sempre alla carità e dia protezione e speranza ad ogni persona, in particolare ai migranti e ai rifugiati, ai profughi e agli sfollati. Così sia.

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