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Beato Giovanni Tavelli: uomo di unità, di preghiera e di carità

Beato Giovanni Tavelli: uomo di unità, di preghiera

(Ferrara, 24 luglio 2022)

S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

Cari fratelli e sorelle, siamo qui riuniti per celebrare l’Eucaristia domenicale nel ricordo del beato Giovanni Tavelli, pastore di questa Chiesa di Ferrara dal 1431 al 1436, e patrono di questa comunità parrocchiale. Ci mettiamo in ascolto della Parola di Dio che ha nutrito la fede e la testimonianza del Vescovo Tavelli. La pagina della Genesi ci ricorda il peccato di Sodoma e Gomorra, ma soprattutto ci richiama il tentativo esemplare di Abramo di salvare le città, confidando nella misericordia di Dio. Il Beato Tavelli è stato l’uomo della misericordia, cercando, anche nella partecipazione ai Concili di Basilea e di Ferrara-Firenze, di favorire un percorso di superamento dello scisma d’Occidente e di unità tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente. Scriveva il Beato Tavelli: “(La fede) è come il luogo dove si affina l’oro; e chiunque si allena a resistere fuori dell’unità della Chiesa, anche se apparentemente vincerà non sarà coronato”, disse il Beato Tavelli in uno dei suoi due discorsi al Concilio di Basilea. Le divisioni, il rischio di rompere l’unità della Chiesa ritorna in ogni stagione della storia, con forme sempre rinnovate, anche nel nostro tempo. Servire l’unità, costruire l’unità è un compito permanente nella vita della Chiesa locale e universale. “Fuori da questo corpo, da questa unità della Chiesa in Cristo – ha scritto papa Francesco nell’enciclica Lumen fidei -, da questa Chiesa che — secondo le parole di Romano Guardini — «è la portatrice storica dello sguardo plenario di Cristo sul mondo», la fede perde la sua “misura”, non trova più il suo equilibrio, lo spazio necessario per sorreggersi. La fede ha una forma necessariamente ecclesiale, si confessa dall’interno del corpo di Cristo, come comunione concreta dei credenti. È da questo luogo ecclesiale che essa apre il singolo cristiano verso tutti gli uomini” (L.F. 22). Il Concilio Vaticano II, che illumina e guida la vita della chiesa di oggi, unitamente ai Sinodi dei Vescovi celebrati dopo il Concilio e ai cammini sinodali delle diverse Chiese sono strumenti di partecipazione alla vita della Chiesa e di unità. Purtroppo, talora, il riferimento alla Tradizione, è usato in contrapposizione al cammino conciliare e sinodale e crea confusione e rompe l’unità. Non lasciamoci ingannare da profeti del momento che dividono e rompono l’unità. La Tradizione non è ripetizione semplice, ma sempre unita alla Scrittura e al Magistero, è una fonte dell’attualità della nostra fede e del cammino di vita cristiana, come ci ricorda la Costituzione conciliare Dei Verbum: “La sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime” (D.V. 10). L’unità della Chiesa, nel tempo e nello spazio, è collegata all’unità della fede. “Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare le affermazioni conciliari […] per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa”, ha ricordato san Paolo VI, nell’Udienza generale 8 marzo 1967. La nostra fede poggia sul mistero della morte e risurrezione di Gesù, sul mistero pasquale, come ci ricorda l’apostolo Paolo nelle parole rivolte ai Colossesi che abbiamo ascoltato, che ci ha resi liberi dal peccato, regalandoci il perdono, ma anche ci ha resi liberi da ogni prescrizione. La libertà è uno dei doni della nostra fede. I Santi sono persone libere. Il Beato Tavelli è stato un uomo libero. Libero nel lasciare gli studi giuridici per entrare tra i Gesuati, libero nel rifiutare prima e poi accettare la richiesta del Papa di diventare sacerdote e Vescovo di Ferrara, libero dai beni per una scelta preferenziale per i poveri e i malati, per i quali costruirà l’ospedale S. Anna in Ferrara. La libertà nel beato Tavelli è stata sempre accompagnata dalla carità, guardando sempre al prossimo, e dalla verità, con le calunnie rivolte contro di lui. La pagina evangelica di Luca ci regala la preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli e anche a noi: il Padre nostro. Di più: Gesù ci ricorda l’insistenza della preghiera, non perché il Signore ha un cuore duro, ma perché noi ci dimentichiamo spesso del Signore. Il Beato Tavelli è stato un uomo di preghiera.: una preghiera frequente, alimentata dalla S. Scrittura, nutrita dalla Liturgia. “con tutto lo slancio del cuore e con umiltà”, “non con abbondanza di parole, ma con lacrime e aprendo al Signore il nostro cuore” – scriveva il beato Tavelli. Cari fratelli e sorelle, il ricordo del beato Tavelli ci aiuti ad amare la Chiesa e una delle sue note fondamentali, l’unità, in questo tempo di cammino sinodale. Al tempo stesso l’amore alla Scrittura, alla preghiera unite alla carità verso i poveri del beato Tavelli ci aiuti a rinnovare l’annuncio del Vangelo e lo stile di vita cristiano. Così sia.