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Artigiani di pace, Educatori di pace in un mondo chiuso: omelia di mons. Perego

Concattedrale Comacchio, Basilica di San Francesco, 1° gennaio 2021


S.E. Mons. Gian Carlo Perego

Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


Cari fratelli e sorelle, abbiamo chiuso l’anno ringraziando e lodando il Signore, apriamo il nuovo anno con la benedizione del Signore e la protezione di Maria, oggi invocata come la Madre di Dio. “Ti benedica il Signore e ti custodisca”: sono le parole con cui attraverso Mosè – ci ricorda la pagina dei Numeri -, Dio raggiunge ogni persona e famiglia del suo popolo e raggiunge anche noi oggi. La benedizione di Dio, segno di cura per tutte le creature, trova la sua forma più alta nel dono del Figlio che nasce e che i pastori adorano – come ci ricorda la pagina evangelica di Luca – e che Maria, Madre di Dio, custodisce e medita nel suo cuore. La benedizione di Dio porta la pace: un dono che dal 1968, per volontà di San Paolo VI, chiediamo al Signore all’inizio di ogni nuovo anno. La pace che il Signore dona, in questo particolare momento storico assume i caratteri della serenità, di fronte alla paura di una pandemia che ci ha travolto; della condivisione, nel tempo di una povertà diffusa; del perdono, nelle nostre famiglie e nelle relazioni; della cura per le persone malate e fragili; dell’amicizia sociale e della fraternità, come ci ha ricordato Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti. Nella nuova enciclica del Papa ci sono quasi 100 riferimenti alla pace, uno dei doni e dei nomi di Dio. La pace è un dono che impariamo da S. Francesco, l’ispiratore dell’enciclica del Papa, che “si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti” (F.T.4). La pace è a fondamento della nostra Europa, come hanno desiderato i fondatori, che dobbiamo custodire come un dono prezioso (cfr F.T. 10) e non come un “sogno” e “un’utopia di altri tempi” (F.T. 30). La pace non è garantita da “una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia” (F. T. 26) e dalla “strategia stolta e miope di seminare timore e diffidenza nei confronti di minacce esterne”, anche nelle nostre città: “perché la pace reale e duratura è possibile solo - scrive Papa Francesco riprendendo le parole del suo discorso sugli armamenti a Nagasaki– a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana” (F.T. 127). Per queste ragioni la politica, la più alta forma di carità, non può che servire la pace, dichiara Papa Francesco: “quando una determinata politica semina l’odio e la paura verso altre nazioni in nome del bene del proprio Paese, bisogna preoccuparsi, reagire in tempo e correggere immediatamente la rotta” (F.T. 192). Anche noi, con Papa Francesco domandiamoci: “quanta pace sociale ho seminato ? ” (F.T. 197). Ogni cristiano, infatti, in famiglia, nella scuola, nel luogo di lavoro, in parrocchia, nel tempo libero, nel territorio in cui vive è chiamato ad essere un “artigiano di pace”, un educatore della pace: “La pace sociale è laboriosa, artigianale – scrive il Papa. Sarebbe più facile contenere le libertà e le differenze con un po’ di astuzia e di risorse. Ma questa pace sarebbe superficiale e fragile, non il frutto di una cultura dell’incontro che la sostenga. Integrare le realtà diverse è molto più difficile e lento, eppure è la garanzia di una pace reale e solida. Ciò non si ottiene mettendo insieme solo i puri, perché persino le persone che possono essere criticate per i loro errori hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. E nemmeno consiste in una pace che nasce mettendo a tacere le rivendicazioni sociali o evitando che facciano troppo rumore, perché non è un consenso a tavolino o un’effimera pace per una minoranza felice. Quello che conta è avviare processi di incontro, processi che possano costruire un popolo capace di raccogliere le differenze. Armiamo i nostri figli con le armi del dialogo! - conclude il Papa. Insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro!” (F. T. 216): “c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia” (F. T. 225).

Cari fratelli e sorelle, nell’enciclica Fratelli tutti Papa Francesco vuole educarci alla pace, un lavoro non individuale, ma che occorre fare insieme, che ha al centro la cura per la dignità di ogni persona, con una attenzione a chi è debole e povero, e per il bene comune, come ci ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno. All’inizio di questo nuovo anno, segnato da sofferenze e paure per la pandemia, ma anche dal rischio di scontri sociali nel nostro Paese e Continente, e di guerre dimenticate in diversi paesi del mondo, raccogliamo l’invito del S. Padre, ripreso anche nel Messaggio per la Giornata della pace di quest’anno, a educarci alla pace: “C’è una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge tutti” (F.T. 231) – scrive il Papa, che ripete con San Giovanni XXIII “la convinzione che le ragioni della pace sono più forti di ogni calcolo di interessi particolari e di ogni fiducia posta nell’uso delle armi” (F.T. 260).

Maria, che all’inizio del nuovo anno invochiamo come la Madre di Dio, e che ha saputo custodire nel suo cuore la pace del Natale, di un Figlio donato per la salvezza di tutti, ci aiuti a recuperare nella fede in un Dio incarnato, che abita tra noi, la serenità e pace, per costruire attorno a noi cura, fraternità e amicizia sociale, perché non c’è futuro nella vendetta e nell’odio. Buon Anno. Buon Anno di serenità e di pace.

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