Da Milano il racconto dell’addio al prete che tanti ragazzi, e non solo, ha salvato
di Silvia Ciboldi
Sandali a terra, bastone di traverso sul piano rialzato e una Bibbia aperta sul passo della Pentecoste. Così appare la bara ai giovani e meno giovani accorsi a dare l’ultimo saluto a Milano ad un padre che ha accolto e ridato speranza e fiducia in sé a tanti adolescenti e alle loro famiglie.
Quella di don Antonio Mazzi non era mera assistenza ma un abbraccio paterno capace di restituire dignità, sogni e futuro a ragazzi feriti, emarginati. Prete di strada, giornalista, attivista: don Mazzi ha dedicato la sua intera esistenza al recupero dei ragazzi più fragili convinto che la rinascita fosse sempre possibile: i giovani non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere.
La salma esposta nella sede della comunità Exodus aperta per tre giorni ad un pubblico vario ma unito in un ultimo abbraccio, ha ricevuto l’omaggio di apertura dell’assessore alle opere pubbliche Marco Granelli. Fra i fiori arrivati, quelli di Albano e dei Pooh e corone della Curva Sud di Milano. E quelli della Nazionale Italiana Magistrati, da anni vicino ad Exodus. Magliette indossate da alcuni giovani presenti, con la scritta: “C’è un tempo per nascere e un tempo per rinascere riservato a chi ha una gran voglia di vivere”. Di fianco il gonfalone del Comune di Milano e della Regione Lombardia. Alle spalle la foto-immagine di don Mazzi: il volto sorridente, occhi rivolti al cielo e un messaggio: “I sogni sono sempre giovani”. Don Antonio appare in un sudario con le firme di tutti gli educatori della comunità.
Nato a Verona nel 1929, don Antonio ha dedicato ogni giorno della sua vocazione a chi la società tendeva a scartare; nel 1984 ha piantato le radici di Exodus nel Parco Lambro, avventura nata con un progetto itinerante, un viaggio di speranza e rinascita per molti ragazzi fragili nelle periferie più problematiche dell’esistenza. Cresciuto senza padre, bocciato per la condotta e classificato come irrecuperabile. volle essere prete perché sarebbe stato – disse – «il mio modo di fare il padre per tutti quelli che non lo avevano». Da questa ferita nacque la sua vocazione.
Nel 1951 davanti ai bambini dell’alluvione del Polesine, la sua scelta fu netta. Dagli anni ’70 al Parco Lambro ha consumato la sua esistenza ad attendere alle dipendenze emergenti con lo spirito di chi non si arrende alla stanchezza. Con i ragazzi difficili sapeva creare un ponte perché in ciascuno sapeva vedere sé stesso ma ritornato vivo con loro.
I funerali celebrati ieri, 3 agosto, in Sant’Ambrogio a Milano hanno visto la presenza ufficiale del sindaco Giuseppe Sala e il Comune ha proclamato il lutto cittadino. In rappresentanza dell’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, in missione in Brasile, vi era il Vicario generale Franco Agnesi che, in un messaggio alla presenza – visibilmente commossa e riconoscente – di giovani e veterani suoi collaboratori, ha condiviso un messaggio di saluto e fatto vibrare la presenza di don Antonio nel silenzio della comunione. Condividendo, così, la sua presenza fino all’applauso finale all’uscita del feretro sulla piazza con un coro di suoi affettuosi amici uniti nel brano “Io vagabondo” dei Nomadi.
Un ultimo saluto al prete di strada che 41 anni fa ha creato la comunità “Carovana Exodus” ricordando le 4 P del Padre Nostro: perdono, pace, pane, padre.

L’arrivo del feretro (entrambe le immagini da: https://www.chiesadimilano.it/)
Non vuoi perderti nemmeno un articolo? Abbonati qui!



