La Voce di Ferrara-Comacchio è il settimanale dell'Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio
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LE STRUTTURE 'SINODALI' NELLA CHIESA: L'UNITA' PASTORALE

Tre giorni clero - Seminario Arcivescovile di Ferrara (4-6 giugno 2018)

 

S. E. Mons. Gian Carlo Perego
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio


1. Un’epoca che cambia, una Chiesa che si rinnova
Siamo chiamati anche oggi a un cammino di Chiesa e di comunione per cogliere “i frutti dello Spirito”, quello che “lo Spirito dice oggi alle Chiese” (Ap 1-2). Abbiamo preso coscienza delle profonde trasformazioni avvenute nella nostra storia recente, sul piano demografico, della visione del mondo, dei riferimenti valoriali, del costume e dei modelli e stili di vita, delle vocazioni. Il fenomeno dell’immigrazione, poi, sta modificando il tessuto della società. Tutto questo ha comportato profonde ripercussioni, in particolare, sulla famiglia, cellula fondamentale della società, sulle nuove generazioni, sulla figura femminile, sull'incapacità di una comunicazione della fede tra genitori e figli, sul peso delle strutture. Anche la parrocchia, chiesa tra le case, sta subendo forti ripercussioni di un nuovo stile di vita che coinvolge tutti, dai presbiteri ai fedeli. Per questo, siamo chiamati ad individuare insieme le scelte necessarie per una nuova stagione di amore e di impegno.
Nelle indicazioni pastorali per l’anno appena trascorso abbiamo ripreso, nella rilettura dell’Evangelii Gaudium - a noi consegnata da Papa Francesco - alcune ‘Immagini di Chiesa’. Quelle immagini ci hanno aiutato a riprendere un cammino iniziato dai Vescovi Caffarra nel 1996 e continuato da Rabitti nel 2007, poi interrotto, per una revisione delle strutture che accompagnano la vita di fede e di comunione nella nostra Chiesa in Ferrara-Comacchio, in comunione anche con le altre Chiese in Emilia Romagna che hanno già iniziato da alcuni anni un cammino di revisione o lo stanno iniziando. Nell’omelia della Messa crismale e nella relazione all’ultimo incontro del clero a Pomposa ho già indicato alcuni passaggi fondamentali sul ripensamento dello stile, degli obiettivi e delle strutture diocesane. Ai tre livelli strutturali della nostra vita di Chiesa - l’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio è frutto dell’unione di due Diocesi in una sola Chiesa locale; 8 Vicariati; 169 parrocchie, di cui 90 (oltre il 50%) con meno di 1000 abitanti - si aggiungeranno le ‘unità pastorali’. 

2. La forma e lo stile della Chiesa antica
Dall’inizio della Chiesa c’è stato spazio per la responsabilità dei cristiani, sempre naturalmente assistiti dallo Spirito, nell’assumere precise scelte per la Chiesa anche su questioni cruciali e determinanti, responsabilità spesso condivisa. Un primo esempio si colloca proprio agli inizi della Chiesa, addirittura prima di Pentecoste. Si trattava della necessità di reintegrare il numero dei dodici apostoli dopo la tragica defezione di Giuda. Interessante il metodo seguito per scegliere il nuovo apostolo. Pietro pone la questione all’intera assemblea (i 120 discepoli di Gesù rimasti, radunati nella sala superiore) ricordando brevemente la vicenda dolorosa di Giuda e concludendo con queste parole: «Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione» (Atti 1,21-22). L’assemblea ne propone due, «Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia» (Atti 1,23). Segue poi la preghiera: «Poi pregarono dicendo: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto per prendere il posto in questo ministero e apostolato, che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava”» (Atti 1, 24-25). Tirano poi la sorte e viene così scelto Mattia. Significativa la metodologia seguita: c’è chi propone la questione offrendo a tutti i dati conoscitivi e soprattutto i criteri necessari per scegliere; si prevede un coinvolgimento di tutti nell’individuare i possibili candidati; si dà spazio alla preghiera e ci si affida al Signore. Al di là delle metodologie diverse che possono essere inventate e sperimentate, è fondamentale che nella decisione ecclesiale ci siano sempre questi elementi: la preparazione, la conoscenza della questione, l’accordo sui criteri, il coinvolgimento – almeno su alcuni aspetti – da parte di tutti, la preghiera, l’affidamento al Signore. Senza di essi – per esempio un’adeguata preparazione e conoscenza – si rischia di prendere decisioni avventate, di litigare sul niente, di disorientare. Le opere nella Chiesa vanno gestite bene e semmai con un di più di responsabilità. Occorre evitare, magari con la scusa che nella Chiesa deve prevalere lo Spirito e non la legge, di cadere nel pressappochismo, nel disordine, nella sterile contrapposizione. Occorre certamente dare spazio allo Spirito, ma non al nostro arbitrio, alla legge del più forte o, banalmente, alla nostra pigrizia e inazione. 
Un secondo esempio di confronto e decisione nella Chiesa è quello raccontato nel brano di Atti 15. La questione era molto grave perché poneva in tensione le prime due comunità cristiane cioè la Chiesa madre di Gerusalemme, nata all’interno del Giudaismo, e la Chiesa di Antiochia, caratterizzata dall’apertura ai pagani, con il rischio di reciproca “scomunica” (“voi di Gerusalemme siete dei conservatori, chiusi in voi stessi e non aperti alla novità del Vangelo…”; “voi di Antiochia vi siete compromessi con la cultura ellenistica e tradite la purezza della verità dei nostri padri…”). La decisione fu presa sinodalmente, nel Concilio di Gerusalemme, in un libero confronto che porterà alla decisione di Pietro.

3. Quali strutture della Chiesa?
La Chiesa "sacramento universale di salvezza” si rende visibile nel suo essere e nel suo operare in un dato momento storico e in un determinato contesto socio-culturale. Questo farsi presente nella concretezza storica dà origine alla Chiesa particolare. Ne deriva che la Chiesa universale e la Chiesa particolare non sono due realtà diverse, ma è l'unica Chiesa di Cristo: una, santa, cattolica e apostolica, che è veramente presente e agisce in ciascuna Chiesa particolare (CD 11).
Il rapporto quindi tra la Chiesa universale e la Chiesa particolare non può esprimersi affatto come il rapporto esistente tra il tutto e ciascuna delle sue parti. La Chiesa universale esiste, vive e opera in ogni Chiesa particolare: ogni Chiesa particolare è la Chiesa universale manifestata e vivente in un luogo determinato. La Chiesa universale non è dunque la somma delle Chiese particolari; al contrario, essa si concentra e si realizza in ogni chiesa locale.

3.1 La Chiesa locale
L'unità creata dai vincoli della comunione, dalla diversità di vocazione, di carismi e di missioni, la finalità rappresentata dall’edificazione del Corpo di Cristo fino alla pienezza di cui parla S. Paolo (cfr. Ef.4,13), testimoniano la comunione che gli elementi essenziali della Chiesa concretizzano in un determinato luogo. Ciò significa che la comunione ecclesiale si fa evento in una determinata comunità, attorno all'annuncio del Vangelo, ai sacramenti di Cristo, per la grazia dello Spirito, ma con caratteristiche proprie determinate dal contesto storico e socio-culturale specifico. La Chiesa locale o particolare rappresenta una riscoperta e un recupero della recente ecclesiologia. Essa viene recepita nel Vaticano II, anche se la terminologia e i suoi specifici riferimenti restano ancora incerti.
La teologia postconciliare ha approfondito la tematica riguardante l'ecclesiologia della Chiesa particolare, ma non fino al punto da eliminare tutte le indecisioni contenute ancora nelle denominazioni. Il riferimento alla Chiesa locale, o particolare, è stato al centro dell’attenzione più per le scelte pastorali che per vere esposizioni sistematiche. 
Da qualche tempo va acquistando importanza la zona pastorale o vicariato, comprendente più parrocchie, più o meno in coincidenza con i precedenti decanati o foranie, prefetture, ecc... La zona pastorale però, pur avendo grande importanza, non viene designata né con il termine di Chiesa locale, né con quello di comunità. 
La Chiesa particolare in senso strettamente teologico, giuridico e pastorale, è la diocesi. La nostra Diocesi di Ferrara-Comacchio è frutto di un cammino di unione iniziato nel 1908 (Card. Giulio Boschi) e concluso nel 1920, per poi essere nuovamente ripreso in persona episcopi nel 1976 (Arcivescovo Filippo Franceschi) e giungere alla definitiva realizzazione il 30 settembre 1986 (Arcivescovo Luigi Maverna). Ad essa è stata conferita la qualifica di Ente ecclesiastico civilmente riconosciuto il 24 aprile 1987. Non dimentichiamo, in questo cammino, il sinodo diocesano iniziato nel 1985.
Partendo da essa, è possibile comprendere le altre forme di attualizzazione dell'unica Chiesa, con le relative funzioni e competenze. 
Per poter parlare di una Chiesa particolare, come attualizzazione di una Chiesa universale, popolo di Dio e Corpo di Cristo, è necessario poterne individuare gli elementi costitutivi, strutturali, sociologici, e pastorali. 

a) Elementi costitutivi. 
La Chiesa particolare è una comunità riunita dallo Spirito Santo attorno all’unica Parola, nella professione dell’unica Fede, nella celebrazione dei Sacramenti, nella carità e nella testimonianza della vita, nella comunione organica e gerarchica (cfr. Sinodo Maverna 1985-1992). 

b) Elementi strutturali. 
Gli elementi strutturali della Chiesa particolare ne costituiscono la visibilità e sono altrettanto indispensabili quanto quelli costitutivi. 
Essi sono: il Vescovo e intorno a lui i Presbiteri, i diaconi, i laici, i religiosi nella diversità del loro stato, dei carismi di cui sono dotati dallo Spirito e dei ministeri che esercitano.
Gli elementi strutturali della Chiesa particolare sono rappresentati non soltanto dalle persone, ma anche dalle istituzioni che si trovano al suo interno, in primo luogo dalle parrocchie, dalle associazioni e da ogni altro tipo di comunità, non escluse quelle dei religiosi. La Diocesi è in senso proprio una "comunione di comunità". Di questa comunione il centro è il Vescovo in quanto per il Sacramento dell'ordine episcopale è costituito segno visibile e ministro di Cristo attorno al quale si raduna la Chiesa.
Il Vescovo è principio e fondamento di unità e di comunione interna ed esterna. Attraverso di lui, che fa parte del collegio apostolico, cui è preposto Pietro, i vari elementi della Chiesa particolare si realizzano nella comunione organica e gerarchica non solo interna ma anche esterna, nella intercomunione di tutte le Chiese particolari. Nel Vescovo, per il sacramento dell’ordine, si ha la pienezza della partecipazione alla triplice funzione di Cristo: funzione sacerdotale, magisteriale e pastorale. Il Vescovo rappresenta quindi l'elemento indispensabile e caratterizzante di una Chiesa particolare in forza della consacrazione episcopale: in Lui - assistito dai Presbiteri - è presente, in mezzo ai credenti, il Signore Gesù. 
Se la Chiesa, particolare non può prescindere dal Vescovo assistito dai Presbiteri, è altrettanto necessario tener presente che neppure si esaurisce in essi: la comunità tutta intera è la Chiesa particolare. Ne segue che le scelte pastorali e le concrete attuazioni richiedono la partecipazione e la corresponsabilità di tutte le componenti della comunità, salva restando la funzione di ognuno all'interno di essa. Senza questo coinvolgimento di tutta la comunità non potrà mai aversi una pastorale veramente sentita, autenticamente missionaria. Le strutture nelle quali la Chiesa particolare deve esprimersi, manifestano e potenziano la comunione con il Vescovo e tra loro secondo la diversità di competenza dei ruoli e le scelte concrete che la comunità si impegna ad attuare.

c) Elementi sociologici. 
L’elemento sociologico caratterizzante la Chiesa particolare non è dato dalle componenti territoriali e culturali in se stesse. Piuttosto esso consiste nell’esperienza cristiana di quella comunità, fatta nel contesto socio-culturale proprio. Dal momento che la Chiesa è costituita da elementi soprannaturali che si incarnano in elementi naturali, ne segue che l’“evento Chiesa” si configura come l'esperienza che della realtà soprannaturale fa un gruppo di persone con i propri elementi caratterizzanti e nel contesto socio-culturale in cui vive. Non bisogna trascurare però il fatto che la tradizione, sia in senso socio-culturale che in senso ecclesiale, ha un peso notevole nella fisionomia e nel farsi di ciascuna Chiesa particolare. 

d) Elementi pastorali. 
Gli elementi pastorali della Chiesa particolare, in qualche modo, derivano dagli elementi precedenti, nel senso che la pastorale assume la fisionomia dalla situazione concreta nella quale vivono e operano i credenti in Cristo. Il soggetto della pastorale è la Chiesa particolare: proprio attraverso questo impegno pastorale i credenti fanno l’esperienza di Chiesa. In tal modo la comunione nell’essere si esprime attraverso la comunione nell’agire. Nel contesto della pastorale globale di tutta la Chiesa, le scelte pastorali della Chiesa particolare devono concretizzarsi in un piano pastorale che si inserisca nel piano salvifico, facendo attenzione al luogo e al tempo di attuazione.
Per essere valido, tale piano pastorale deve riguardare sia l'azione ad intra che l'azione ad extra dal momento che ogni Chiesa particolare deve essere intrinsecamente evangelizzante e non può prescindere dal contesto in cui essa è collocata. Per corrispondere a questi criteri, e per essere efficace, il piano pastorale deve essere "espressione della comunione” sia nella sua progettazione che nella sua esecuzione, come pure nella verifica.

3.2 Le parrocchie
All'interno di ciascuna Diocesi esistono diverse comunità fra le quali hanno un posto eminente le Parrocchie. "La Chiesa locale, ossia la diocesi, nella quale si realizza in pienezza la realtà della 'Chiesa', normalmente si articola in parrocchie. Poiché nella sua Chiesa il Vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l'intero suo gregge, deve costituire gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del Vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra" (CEI, Comunione e comunità, 42).
Per molti secoli, fino ai nostri giorni, la Parrocchia era l’unica comunità giuridicamente riconosciuta. In coincidenza con il Vaticano II avviene una certa crisi dell'istituto parrocchiale, che si pensava di sostituire con tipi di comunità più a misura d'uomo e più rispondenti alle esigenze della volontarietà. In questi ultimi tempi è stato raggiunto un buon equilibrio. La Parrocchia conserva il suo ruolo e la sua funzione preminenti, specialmente quando la sua struttura coincide con l'unità territoriale. Per attuare questa coincidenza, da un lato è necessario rivedere i confini delle Parrocchie, dall’altro lato occorre riunire più parrocchie per formare una unità pastorale.

Dopo il riconoscimento delle comunità di base, da parte di Paolo VI nella 'Evangelii Nuntiandi' (n. 58), vennero riconosciuti l’importanza e il valore di altri tipi di comunità all’interno delle parrocchie e delle diocesi. I Vescovi italiani nel documento decennale degli anni ’80 “Comunione e comunità” scrivono: "è necessario che le comunità diocesane e quelle parrocchiali si aprano all' accoglienza di queste nuove forme di vita ecclesiale, dando loro la possibilità di integrarsi nell'insieme. Nello stesso tempo, coloro che le formano devono sentire di appartenere al popolo di Dio ed essere consapevoli di doverLo servire con i propri particolari carismi. Per far questo devono anche pensare che essi non incarnano in sé tutta la dimensione soprannaturale né il carattere popolare e universale della Chiesa"(CC 46).

La Parrocchia resta ancora senza dubbio la più immediata e concreta realizzazione della comunione ecclesiale, per motivi che non solo conservano tutta la loro validità, ma vengono potenziati soprattutto a causa della importanza che negli ultimi tempi viene accordata in misura sempre maggiore al territorio.
Bisogna riconoscere infatti che la Parrocchia è la cellula della diocesi, la famiglia di Dio, come fraternità animata nell’unità o “come insieme di fratelli, animati da un solo Spirito” capace di “fondere insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e inserirle nell’universalità della Chiesa”. In essa il credente può vivere di fatto la sua vita cristiana quotidiana. In essa quotidianamente pervengono "i problemi di ciascuno e del mondo e le questioni spettanti la salvezza degli uomini, perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti" (CC 42).

Indubbiamente è stato superato il momento critico caratterizzato dall'alternativa 'parrocchia sì/parrocchia no'. "La Parrocchia costituisce di fatto la prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale, strutturata e integrata anche dalle esperienze articolate e aggregazioni intermedie, che ad essa devono naturalmente convergere e da essa non possono normalmente prescindere” (CC 42) .

Non si può dire però che la Parrocchia abbia risolto tutti i suoi problemi imposti da un suo rinnovamento e adeguamento sia alla nuova ecclesiologia che alla nuova situazione socio-culturale. Si tratta di problemi strutturali e teologici.
In quanto agli aspetti strutturali, bisogna maturare la convinzione che non esiste un solo modello di parrocchia. Bisogna affrontare e risolvere i problemi che riguardano sia la quantità che i confini delle parrocchie. L’urbanesimo ha posto con prepotenza il problema delle parrocchie urbane, con lo squilibrio della loro grandezza, dei loro confini e della loro dislocazione. Contemporaneamente è nato il problema della permanenza delle piccole parrocchie nelle zone di forte emigrazione, sempre più disabitate e con il crollo delle nascite. 
Fermo restando i compiti giuridici, nel primo come nel secondo caso, è impossibile continuare a pensare ad una piena autonomia della singola parrocchia dal punto di vista pastorale. Tale impossibilità appare ancora più chiara se viene rapportata alla mobilità delle persone e alla crisi del clero, alla valorizzazione delle diverse età e stagioni della vita dello stesso clero, alle diverse tipologie di presbiteri. L'obbligo di una pastorale interparrocchiale diventa sempre più pressante.

3.3 L’unità pastorale
Per rispondere a questa esigenza, va affiorando con crescente importanza una nuova struttura: l’unità pastorale, come ulteriore dimensione strutturale della Chiesa diocesana sul territorio, tra il vicariato e la parrocchia.
L’unità pastorale, non avendo una formula giuridica definita, postula la maturazione di una forte coscienza comunionale a livello pastorale, capace di vincere ogni forma di appropriazione che si esprime nell'individualismo pastorale. L’unità pastorale postula la preparazione di un lavoro pastorale organico nel quale alcuni servizi debbono essere attuati in ciascuna parrocchia, mentre altri servizi debbono essere attuati a livello interparrocchiale e quindi di zona. L’azione comunitaria del clero addetto all’unità pastorale, con forme anche inedite di fraternità presbiterale, può favorire al massimo i servizi pastorali.
Per superare definitivamente la crisi che ancora ne turba le funzioni, è necessario affrontare in forma più sistematica la “teologia della parrocchia” partendo dalla sua concreta esistenza e dalla sua quotidiana esperienza. 
A volerla collocare nella giusta dinamica della comunione, la Parrocchia non può restare "una cellula divisa e isolata" senza correre il rischio di diventare "cellula cancerosa", e quindi morire del suo isolamento. La sua apertura alle altre comunità passa soprattutto attraverso il Parroco.
Il sacerdote vi rende presente il Vescovo, e così la parrocchia rende presente in se stessa la Chiesa universale. Nella dinamica della comunione ogni parrocchia deve essere aperta non solo alla diocesi e alla Chiesa universale, ma anche alle altre parrocchie e, per una esigenza di concretezza, alle parrocchie confinanti.
La coscienza della sinodalità crea in ogni parrocchia la convinzione di dover essere "via" attraverso la quale si entra in comunione con la diocesi e con tutta la Chiesa.

4. I passaggi organizzativi dell’unità pastorale

4.1 La riflessione ecclesiale
La riflessione sulle unità pastorali prende le mosse dall’ecclesiologia del Vaticano II. 
Il teologo Yves Congar ha sintetizzato lucidamente gli aspetti fondamentali di quella esperienza come risposta a tre grandi sfide: il rimando alla prima Chiesa, un nuovo modello sociale di Chiesa, il ruolo dei laici.
Alla riflessione Conciliare si è aggiunta la riflessione della CEI per il primo decennio del 2000 “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” e particolarmente alla Nota pastorale “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” (2004). Di fatto la costituzione formale delle prime unità pastorali risulta a partire dal 2001. Il pontificato di Papa Francesco, che nell’Evangelii gaudium (2013) parla di un “improrogabile rinnovamento ecclesiale” e indica il Popolo di Dio quale soggetto della missione, ne rappresenta non solo una accelerazione, ma anche una fondazione teologica. Si rimane convinti che “la parrocchia non è una struttura caduca… Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie” (EG 28).

4.2 La normativa canonica
L’attuale Codice di Diritto Canonico non parla espressamente di zone pastorali, ma la sostanza viene regolata dal can. 517:
Can. 517 - §1. Quando le circostanze lo richiedono, la cura pastorale di una parrocchia, o di più parrocchie contemporaneamente, può essere affidata in solido a più sacerdoti, a condizione tuttavia che uno di essi ne sia il moderatore nell'esercizio della cura pastorale, tale cioè che diriga l'attività comune e di essa risponda davanti al Vescovo.
§2. Nel caso che il Vescovo diocesano, a motivo della scarsità di sacerdoti, abbia giudicato di dover affidare ad un diacono o ad una persona non insignita del carattere sacerdotale o ad una comunità di persone una partecipazione nell'esercizio della cura pastorale di una parrocchia, costituisca un sacerdote il quale, con la potestà di parroco, sia il moderatore della cura pastorale.

4.3 Modelli pastorali
I dati raccolti in Emilia Romagna – che vedono 24 unità pastorali su 95 parrocchie a Cesena, 26 unità pastorali su 128 parrocchie a Forlì, 32 unità pastorali su 108 parrocchie a Imola, 51 unità pastorali su 243 parrocchie a Modena, 60 unità pastorali su 315 parrocchie a Reggio Emilia - consentono di rappresentare una situazione variegata, che va da un gruppo di parrocchie che di fatto hanno avviato una libera collaborazione pastorale, fino alla costituzione di una nuova entità parrocchiale unitaria. Anche la configurazione delle responsabilità giuridiche e pastorali è diversificata: da un solo parroco, a più parroci in solido, a più parroci con moderatore, a parroci autonomi che collaborano. Sono presenti anche équipe con laici.

4.4 Il modello ferrarese-comacchiese
Sulla base dell’esperienza in atto potrebbe essere duplice: quello già sperimentato delle collaborazioni tra parrocchie e quello di un moderatore pastorale di un’equipe di presbiteri a cui affidare più parrocchie. L’unità pastorale per nascere e per vivere ha bisogno di un “padre”. Questo è il “moderatore” che ha, quale caratteristica identificativa, la capacità di tessere collaborazioni. Per questo non può essere solo ma deve essere coadiuvato da una équipe (altri preti, religioso/a, un rappresentante (uomo o donna) di ogni comunità…?). È da pensare se e di quali facoltà dotare il moderatore per la sua opera di coordinamento. A questo proposito, si può pensare un moderatore pastorale “amministratore parrocchiale” delle diverse parrocchie, alcuni collaboratori presbiteri, diaconi e laici, con specifiche deleghe, un consiglio pastorale e consigli parrocchiali degli affari economici distinti, con una comune progettazione economica. E’ importante la valorizzazione specifica del patrimonio (chiese, edifici parrocchiali…), ma anche delle comunità religiose, del mondo associativo, che tra l’altro sta già vivendo un percorso di unità (Azione Cattolica, Scoutismo…), per un discorso policentrico e non di concentrazione delle attività pastorali, liturgiche e caritative. 

4.5 La dimensione liturgica
Nell’attuale fase di trasformazione, e anche nella successiva fase di assestamento, di grande importanza sono le decisioni da prendere circa la liturgia, richiesta sia dal venir meno dei presbiteri (riduzione delle messe, celebrazioni liturgiche in assenza del presbitero) sia dalla rinnovata ecclesiologia (sottolineatura della centralità di un’unica eucaristia, convergenza verso un unico polo celebrativo), inserita nel contesto del munus sacerdotale dei laici e della rivalutazione della pietà popolare. Ci si chiede in particolare se sia opportuno favorire liturgie domenicali senza presbitero (per coltivare l’identità della singola comunità), oppure vietarle per convergere in un’unica celebrazione (per coltivare una idea di Chiesa più ampia). In tutte le unità pastorali si può pensare a qualche grande celebrazione comune esemplare, in particolari occasioni (sostenute da un coro in cui convergono tutti i cori del territorio) e celebrazioni feriali dislocate a turno.

4.6 Cammino di preparazione e accompagnamento
Il cammino di preparazione e di accompagnamento nasce dalla sperimentazione di un modello. La collaborazione tra parrocchie ha come fulcro la fraternità tra i preti, attuabile in diverse modalità: dalla vita comune ad incontri periodici. Non si tratta solo di un aspetto organizzativo ma evidenzia più adeguatamente la realtà collegiale del presbiterio. Il tempo dato alla preghiera comune, al pasto condiviso e alla progettazione è fecondo di salute personale ed efficacia pastorale. La parrocchia esprime la fondamentale dimensione territoriale della pastorale, che però non è l’unica. Al suo interno vi sono molteplici soggetti, che vanno dalle congregazioni religiose alle aggregazioni laicali. Le unità pastorali potranno sussistere se i battezzati acquisiranno consapevolezza della loro vocazione alla missione e alla edificazione corresponsabile della Chiesa. Le indicazioni magisteriali e l’esperienza suggeriscono di non separare la formazione dalla missione. Indispensabile è il coinvolgimento dei religiosi/e, non solo come supplenza ma come ricchezza di carismi diversi, a partire da un fraterno rapporto tra preti e religiosi. Anche le aggregazioni laicali sono da promuovere positivamente, come scuola di formazione ed esercizio di responsabilità. Interessante l’idea di un parroco che promuova contemporaneamente almeno due associazioni/movimenti, per non assolutizzare nessuno e per non identificare la parrocchia con una spiritualità, ma per permettere a ciascuno di offrire il proprio contributo.

4.7 Diaconie
A Bologna è invalso l’uso di chiamare “diaconie” l’attenzione ad una pastorale nei diversi ambiti della vita personale e sociale. Si prevedono così diaconie per la pastorale della cultura (scuola e università), dei giovani, della sanità, del lavoro, del tempo libero (sport, turismo, arte, spettacolo).

4.8 Nuovi soggetti responsabili
Là dove manca il parroco residente – ma non solo – si pone il problema di qualche soggetto che possa fare da riferimento per la comunità. Si possono in proposito pensare diverse tipologie: comunità religiose, associazioni, diaconi, ministri, famiglie, équipe … Saggia appare l’esperienza della diocesi di Vicenza: un gruppo ministeriale, indicato dalla comunità, approvato dal Vescovo, con due anni di formazione obbligatoria e incarico a termine. A questo proposito la possibile individuazione di nuovi ministeri non dovrà tanto mirare ad un riconoscimento della persona, quanto alla dimensione missionaria del servizio.

5. Conclusione
Il cammino verso l’unità pastorale è un cammino sinodale, perché è un cammino insieme, con le persone, con la stessa meta: una nuova evangelizzazione. Attardarsi, guardare solo indietro e non avanti, rimpiangere, rischia di fare ciò che abbiamo sempre fatto, ma di non rispondere “alle gioie e alle speranze, alle tristezze e alle angosce delle persone, soprattutto dei più poveri” (G.S. 1), finendo anche noi nella tristezza, nel catastrofismo, nella solitudine che nega la gioia del Vangelo.