La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale: questo il nome del documento siglato lo scorso 25 giugno dalle diverse confessioni religiose nel nostro Paese. Ecco perché è una tappa storica
di Brunetto Salvarani*
Sessantuno anni fa usciva negli Stati Uniti il libro di un illustre teologo, Harvey Cox, destinato a diventare un best seller da oltre un milione di copie: The secular city, La città secolare, era una sorta di profezia sulla vistosa e irreversibile crisi di chiese e compagini religiose, almeno nel comparto occidentale del pianeta. Un’ipotesi di lavoro che, in quei mesi in cui si concludeva il concilio Vaticano II, sembrava persino scontata, con l’umanità che non si rivolgeva più a Dio per i suoi problemi, potendo contare sui clamorosi risultati delle scienze, della tecnologia, della medicina, e così via. Oggi, in realtà, il panorama complessivo sembra ben diverso, e a un’innegabile secolarizzazione dei costumi e degli stili di vita si accompagna un fragoroso ritorno delle religioni nello spazio pubblico: nel bene e nel male si potrebbe aggiungere, anche alla luce del peso specifico non indifferente del religioso nelle guerre e nei conflitti sociali attualmente in atto.
Ecco il contesto, importante da tener presente, in cui è nato il Patto denominato La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale. Qualche giorno fa, il 25 giugno, all’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma, un luogo quanto mai simbolico, i responsabili delle confessioni e delle tradizioni religiose presenti in Italia l’hanno solennemente firmato, e nel pomeriggio è stato consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Quirinale, che ha parlato di «un momento di estrema importanza per il nostro paese». Anche perché si tratta di un passaggio inedito: le comunità religiose non si limitano a dichiarare disponibilità al confronto reciproco, ma assumono pubblicamente un impegno comune per il bene della società tutta. Fra l’altro, significativamente, in contemporanea a Milano si stava presentando il Rapporto sulle migrazioni dell’ISMU, secondo il quale la combinazione fra i nuovi flussi migratori e l’integrazione delle presenze storiche va producendo effetti notevoli anche sul versante delle fedi. In altri termini, la città secolare prevista da Cox sta diventando in realtà uno spazio plurale e sempre più multireligioso, un dato con il quale oggi è necessario abituarsi a fare i conti.
Benvenuto, allora, al Patto per il dialogo, nato dal paziente lavoro del Tavolo interreligioso nazionale per dare continuità a un cammino avviato nel 2023, quando i leader delle religioni diffuse in Italia hanno cominciato a incontrarsi, ospitati dalla Conferenza Episcopale Italiana. Il cui presidente, cardinale Matteo Zuppi, in occasione della firma collettiva ha spiegato che «la via italiana del dialogo intende rappresentare un contributo serio e sperimentato, offerto a una società troppo spesso esposta a polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro – diverso per fede o cultura – un nemico. Al contrario, desideriamo riflettere con apertura sui valori comuni per edificare una comunità civile che riconosca, pur nelle sue diversità, il senso di un impegno corale per una società più giusta, accogliente e inclusiva».
A firmare il documento sono stati quindici rappresentanti di altrettante religioni: oltre alle varie confessioni cristiane (cattolici, evangelici e ortodossi) erano presenti gli ebrei, alcune ramificazioni di musulmani, gli induisti, i buddhisti, i sikh e i bahá’í (per altre info e il testo integrale: https://unedi.chiesacattolica.it).
Il suo preambolo prende le mosse da una consapevolezza: vivere da credenti di fedi differenti in una società secolarizzata, multiculturale e plurireligiosa è oggi insieme una ricchezza, ma anche una responsabilità. Vi si riconosce perciò che le comunità possono contribuire a creare rispetto, comprensione reciproca, incontro e collaborazione, soprattutto in un tempo purtroppo segnato da conflitti, estremismi, chiusure identitarie e strumentalizzazioni pseudo-religiose.
Il Patto contiene nove impegni. Il primo è quello di incontrarsi nel rispetto e nell’ascolto reciproco, facendo del dialogo uno spazio di parola libera, sincera e responsabile. Il secondo è educare le comunità al dialogo, non solo informando, ma promuovendo occasioni di formazione, incontro e condivisione. Il terzo è collaborare per il bene comune, riconoscendo valori condivisi come pace, giustizia, carità, dignità, compassione, solidarietà, cura della vita e dell’ambiente, educazione, inclusione e libertà religiosa. Il quarto rimanda alla volontà di coltivare il dialogo e la collaborazione interreligiosa anche dentro le singole comunità, affinché la violenza non abbia mai l’ultima parola. Il quinto punta a condividere un linguaggio comune delle culture e delle religioni del Mediterraneo e delle altre tradizioni qui presenti, viste come un patrimonio significativo anche per il contesto europeo. Il sesto mira a contrastare pregiudizi, oppressioni, discriminazioni ed estremismi, prendendo posizione contro l’odio e le persecuzioni per motivi religiosi, compresi l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni altra forma di ostilità di marca religiosa.
Gli ultimi tre impegni allargano ancor più lo sguardo. Il settimo chiede di promuovere una cultura della pace, fondata su giustizia, compassione e interdipendenza tra i popoli. L’ottavo invita a lavorare per la salvaguardia della vita sul pianeta, sostenendo il disarmo nucleare e il contrasto al cambiamento climatico. Il nono riguarda la pari dignità di ogni religione di fronte allo Stato, attraverso un dialogo critico e costruttivo sui rapporti tra religione, laicità e politica nel contesto nazionale.
Accanto agli impegni, il Patto indica nove azioni possibili. La prima è istituire una giornata nazionale sul dialogo interreligioso, con iniziative aperte a tutta la cittadinanza. La seconda è promuovere progetti condivisi di conoscenza delle tradizioni religiose e di educazione alla pace e alla cittadinanza, contrastando il clima d’odio tra persone differenti per etnie e religioni. La terza è educare al rispetto dei segni e dei simboli religiosi nello spazio pubblico, mentre la quarta suggerisce di creare occasioni di incontro e dialogo tra giovani di diverse fedi e tradizioni. La quinta punta a valorizzare il ruolo delle donne all’interno delle confessioni e tradizioni religiose. La sesta propone iniziative di solidarietà e carità capaci di alimentare una diffusa coscienza di dialogo interreligioso. Le ultime tre riguardano il piano culturale, sociale e operativo. Si propone di realizzare attività sulle espressioni artistiche e culturali delle più svariate tradizioni religiose, di creare reti locali e nazionali su pace, accoglienza, migrazioni, ecologia, giustizia sociale e cura della fragilità, e infine di istituire un Fondo interreligioso comune per sostenere iniziative e progetti di utilità sociale.

Sia chiaro, il valore dell’iniziativa non sta solo nel fatto che più religioni si siano sedute allo stesso tavolo. Il suo significato più profondo è l’idea che il pluralismo religioso non sia un problema da contenere o da risolvere, ma una risorsa da porre a servizio della coesione sociale. In una società spesso attraversata da contrapposizioni identitarie, qui viene proposta una via altra: non cancellare o drammatizzare le differenze, ma riconoscerle, ascoltarle e trasformarle in collaborazione.
Da questo punto di vista, il testo sottoscritto possiede una forte rilevanza interculturale. Le religioni si presentano come soggetti capaci di contribuire alla convivenza civile: non chiedono semplicemente spazio pubblico per sé, ma dichiarano di voler abitare quello spazio insieme, assumendosi responsabilità verso tutti.
Come ha evidenziato Aluisi Tosolini, a lungo dirigente nei licei a Parma, in un commento al documento, il Patto rappresenta poi un’opportunità preziosa anche per la scuola e le agenzie educative tutte. La dimensione interculturale non può limitarsi alla celebrazione delle diversità o alla gestione delle emergenze, ma è chiamata a diventare educazione quotidiana al riconoscimento dell’altro, alla comprensione delle tradizioni religiose e culturali, al rispetto dei simboli, alla prevenzione del linguaggio d’odio e alla costruzione di cittadinanza.
Le nove azioni indicate possono essere tradotte in percorsi scolastici concreti: laboratori sul pluralismo religioso, incontri con testimoni di varie comunità, educazione alla pace, attività artistiche sulle tradizioni spirituali, progetti con i giovani, riflessioni sul ruolo delle donne nelle religioni, percorsi contro antisemitismo, islamofobia e ogni discriminazione religiosa. In questo senso, la scuola può diventare uno dei luoghi decisivi della via italiana del dialogo: non uno spazio neutro perché indifferente alle differenze, ma uno spazio laico, educativo e democratico in cui le differenze vengono conosciute, comprese e rispettate. Il Patto chiede proprio questo salto di qualità: passare dalla semplice tolleranza alla costruzione intenzionale di una cultura dell’incontro.
Il messaggio finale è diretto: in un tempo in cui le religioni non di rado vengono usate per dividere e produrre violenza, le comunità religiose in Italia scelgono di firmare un impegno comune per unire. E indicano alla società e alle istituzioni una strada possibile: educare al dialogo per costruire coesione. Ora, tocca a noi tutti il compito di una conoscenza e una diffusione adeguata del documento, nella consapevolezza che la semplice firma di un patto, ovviamente, non può rappresentare la soluzione di ogni problema. Piuttosto, è un segnale e un punto d’avvio che hanno bisogno di essere presi sul serio e ben gestiti, a livello locale. Un metodo, hanno detto alcuni tra i firmatari durante la cerimonia ufficiale; ma anche, aggiungerei, uno stile. Questo, infatti, è in primo luogo il dialogo interreligioso: un metodo di lavoro e uno stile di vita che ci chiamano a precise responsabilità nei confronti della società e del prossimo.
* Brunetto Salvarani è teologo, giornalista e scrittore. È docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna e gli Istituti di studi teologici di Modena e Rimini
(Foto grande: Pexels.
Foto al centro: Brunetto Salvarani)
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