Alessia Morea racconta a “La Voce” i due anni vissuti a Betlemme, dove ha insegnato a bambine e bambini, seminaristi e postulanti francescani. Lì, terra d’incontro tra cristiani e musulmani, la sua vita è cambiata. Ecco la sua narrazione tra educazione, spiritualità e condivisione

di Andrea Musacci

L’indignazione che non diventa mai odio. La parola combattiva che non si chiude mai a nuove vie, all’incontro con l’altro. Un forte sentimento di riconoscenza nei confronti del popolo palestinese e un innato senso della prossimità e della condivisione. Possiamo delineare così la personalità di Alessia Morea, 29 anni, da un mese a Ferrara per un progetto educativo per stranieri; ma io, appunto, la incontro per farmi raccontare i due anni vissuti a Betlemme, città a maggioranza musulmana ma con una consistente minoranza cristiana (cattolica, ortodossa e di altre confessioni).

Alessia, originaria di Putignano, nel Barese, è laureata all’Università Orientale di Napoli in Lingue e culture dell’Asia e dell’Africa, con specializzazione (conclusa nel 2022) in lingua araba e islamistica. Dopo la laurea e un Master in mediazione culturale, è stata – per studio e lavoro -, in Egitto, Marocco e poi a Tunisi per approfondire l’arabo. Ma il suo sogno era quello di poter lavorare e vivere in Palestina, terra martoriata che negli anni a Napoli ha avuto modo di conoscere a distanza e di difendere attraverso l’impegno politico nei collettivi universitari.

Come accennato, incontro Alessia a Ferrara dove dal 6 luglio al 13 agosto grazie all’Associazione Viale K partecipa come educatrice a un progetto alla Primaria “Leopardi”. Si tratta di una scuola estiva per stranieri, sia adulti da poco in Italia sia bambini (sei classi) e adolescenti (due classi) che han bisogno di un’ulteriore formazione linguistica.

Il nostro dialogo, però, si concentra sulla sua esperienza a Betlemme, città dove ha vissuto da luglio 2023 a luglio 2025. Il primo dei due anni è stata volontaria per il Servizio civile universale – insieme ad altri cinque ragazze/i italiani -, il secondo è stata impiegata con contratto di lavoro. A Beit Jala, dove oltre alla parrocchia è presente anche il seminario curato da alcune religiose (le Serve del Signore e della Vergine di Matarà), grazie ai frati francescani della Custodia di Terra Santa (Associazione Pro Terra Sancta), Alessia ha insegnato italiano a bambine e bambini tra i 6 e gli 8 anni di età nella Terra Santa School: «il mio servizio prevedeva 12 ore settimanali per classi di 30-35 bimbe/i», mi spiega. «Un’esperienza che mai dimenticherò, che mi ha permesso di imparare davvero l’arabo, di maturare e di capire che ci si può davvero abituare a tutto. Queste bambine/i sono fantastici ma conoscendoli ho compreso cosa significhi il nascere e il crescere in un ambiente che subisce l’occupazione militare israeliana, e con un muro alto 8 metri che dal 2002 li divide dagli occupanti. Questi bambini non hanno mai visto un israeliano, se non i soldati quando entrano in città. E lo stesso discorso vale per i bambini israeliani nei confronti dei palestinesi. Insomma, il muro ha impedito e continua a impedire qualsiasi contatto, qualsiasi possibilità di conoscenza e comprensione reciproca, di toccarsi, vedersi, incontrarsi».

I molteplici attentati del 7 ottobre 2023 hanno complicato ulteriormente la situazione: «furono chiuse le scuole, e così i bar e molti negozi in solidarietà con la popolazione di Gaza. Molte attività hanno riaperto solo nel marzo ’24, il turismo è quasi scomparso e sono aumentate le incursioni dell’esercito israeliano. Era una vita-non vita».

Ma Alessia crede nella vita e nell’attenzione ai più deboli: a settembre 2024, nella Terra Santa School ha avviato un progetto scritto da lei stessa, “Diventiamo grandi insieme. Sostegno ai bambini di Betlemme”, per i bimbi con disturbi specifici dell’apprendimento. Un’iniziativa molto innovativa perché in Palestina i bimbi con DSA frequentano scuole “speciali” o vengono lasciati indietro.

A proposito di cura, la convivenza tra cristiani e musulmani è una realtà radicata in questa terra: «nella scuola dove ho insegnato – mi racconta -, vi sono studenti sia cristiani sia musulmani. E tra le materie obbligatorie vi sono Storia del cristianesimo e Storia dell’islam». Inoltre, «ogni mattina, prima dell’inizio delle lezioni, si recita assieme l’Ave Maria (preghiera riconosciuta dall’Islam, ndr), il Padre Nostro e si intona l’inno nazionale palestinese. E come scuola abbiamo cercato di dare una risposta positiva dopo il 7 ottobre: il venerdì pomeriggio nei nostri uffici della Custodia organizzavamo attività per i bambini, per dare loro una parvenza di normalità, oltre ad attività e incontri con educatori e psicologi. In una di queste, si chiedeva ai bambini di disegnare un incubo e un sogno: nei loro disegni sangue e violenza dominavano, vi erano i loro amici catturati dai soldati israeliani, al massimo – come sogno – un parente che esce dal carcere».

Ma Alessia ci tiene a raccontarmi anche il profondo spirito di «resistenza» delle donne e degli uomini palestinesi. Lo fa con un esempio concreto: «un mio vicino di casa gestiva un negozio di souvenir. Al mio ritorno dalle vacanze natalizie 2023-2024 in Italia, durate due settimane, scoprii che non riuscendo più a mantenersi aveva scelto di trasformare questa attività in un forno. Un esempio che dimostra con forza la loro volontà di andare sempre avanti, il loro spirito di sopravvivenza e il desiderio di aiutare anche gli altri».

E qui Alessia inizia la sua riflessione sul forte spirito comunitario dei palestinesi: «il 7 ottobre e la guerra che ne è conseguita – prosegue – sono stati un trauma collettivo e collettivamente lo hanno affrontato, rimanendo con le persone care, cercando di ricodificare e ricostruire la propria vita. Vedendo tutto ciò, più mi invitavano a tornare in Italia per motivi di sicurezza, più mi convincevo a rimanere lì. Non ho avuto paura, solo un po’ di timore quando mi era arrivata la notizia – nel 2024 – di un attacco all’aeroporto di Tel Aviv. Ma in generale, per quanto mi riguarda, quest’esperienza ha ridato consistenza, dimensione alla realtà. Ridimensionando, di conseguenza, tutto ciò che è secondario».

«I tanti palestinesi che ho conosciuto – mi spiega – sono generalmente persone acculturate, delicate nei modi di fare, arricchenti a livello umano, istintivamente generosi». E «l’esperienza a Betlemme è stata per me importante anche dal punto di vista spirituale: mi ha aiutato molto il loro modo di vivere la fede in maniera comunitaria, all’insegna dell’attenzione all’altro, del rito e della festa. Ad esempio, la festa di fine Ramadan è partecipata sia da musulmani sia da cristiani e la Basilica della Natività è visitata anche da molte persone di fede musulmana. Un senso, questo della comunità, che mi ha permesso sempre di vivere serenamente, di sentirmi sempre accolta e protetta».

Alcune parole, Alessia le vuole spendere anche per i francescani e per il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa che – prosegue – «sono una presenza che impedisce il collasso, sono deterrenti, mediatori e pacificatori. Il solo essere presenti lì – al di là di azioni o parole specifiche – aiuta molto i palestinesi a sentirsi protetti». La collaborazione di Alessia coi francescani del luogo si è espressa, oltre che nella scuola, con l’insegnamento in seminario dell’italiano e del latino: i seminaristi sono tutti arabofili (sono palestinesi, libanesi, giordani) e i postulanti francescani provengono soprattutto da Paesi sudamericani, o sono francofoni. Nel pomeriggio, invece, in ufficio preparava progetti specifici per i palestinesi. «E come volontaria – continua – ho prestato servizio anche nel campo profughi Aida, a Betlemme, ormai diventato una sorta di quartiere della città. Qui, nello Youth Center, ho insegnato il francese a bambini e adolescenti».

Le chiedo anche del rapporto con persone israeliane: «l’unico rimpianto che ho di questa esperienza – mi risponde – è di non esser venuta in contatto con nessuna di loro, in quanto il 7 ottobre ha complicato molto ogni tipo di spostamento dalla Palestina a Israele e viceversa. In generale, sono positivi i progetti di incontro e di amicizia tra i due popoli, ma questi non devono diventare una scusa per coprire l’occupazione e la continua violenza dell’esercito e dei coloni israeliani nei confronti dei palestinesi. Spero nella soluzione “due popoli due Stati”».

«Se potessi, tornerei subito a vivere a Betlemme: stasera, domani…»: e gli occhi le brillano mentre lo dice, in questa conclusione agrodolce. Nel frattempo, a breve vi tornerà per pochi giorni, per il matrimonio di un amico. Insomma, il sogno resta vivo, il suo cuore è rimasto là.

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