Alex Giuzio, giornalista e saggista, è intervenuto a Ferrara per parlare dei danni di un turismo di massa che porta sovraffollamento, disuguaglianze e gravi conseguenze ambientali, dal mare alla montagna passando per le città
di Andrea Musacci
«Quello alla vacanza è un diritto per tutti, ma non illimitato. Va considerato l’impatto che ha sulla vita dei residenti – speculazione sui prezzi degli affitti, sovraffollamento ecc. – , e sull’ambiente». Da questa constatazione di buon senso, ma spesso ignorata, ha preso le mosse lo scorso 9 aprile a Ferrara Alex Giuzio, giovane giornalista e saggista di Cervia (autore, tra l’altro, del libro “Turismo insostenibile”,Altreconomia, 2024), intervenuto sul tema “Quale turismo? L’impatto delle vacanze tra ecologia ed economia”. L’occasione è stata una lezione ideata dalla docente Chiara Tarabotti, svoltasi nel Polo di via Adelardi, all’interno del Corso di Progettazione del Cdl in Manager degli itinerari culturali, organizzata dal Laboratorio Studi Urbani del Dipartimento di Studi Umanistici di UniFe.
L’Organizzazione Mondiale del Turismo (OTM) spiega come l’80% dei turisti nel mondo si reca nel 20% dei luoghi, grazie a una sempre maggiore omologazione dei gusti e alle compagnie aeree low cost. Da qui, una crescente idea «stereotipata» dei luoghi. Se – sempre secondo dati OTM – nel 1950 erano 250 i milioni di turisti a livello globale, oggi superano 1 miliardo e mezzo. «Un aumento esponenziale ma che riguarda comunque ancora la minoranza ricca nel mondo», ha detto Giuzio.
Ciò dimostra come quello del turismo sia per sua natura «un sistema fragile, instabile», in quanto legato a determinati periodi dell’anno e sempre preda di variabili umane (ad es. l’attuale terza guerra del Golfo che fa aumentare il costo del carburante) o naturali, come l’epidemia covid, o le alluvioni che nel 2023 han colpito la Romagna. Il turismo – per Giuzio – va invece considerato come l’agricoltura: «un agricoltore saggio non sceglie la monocoltura, ma più colture contemporaneamente». Mentre molte città – fra cui – Ferrara, scelgono sempre più la “monocultura” turistica, diventando così «città yo-yo», «città fisarmonica» per la presenza con picchi molto forti di persone, fino a quasi 10 volte nei maggiori periodi festivi.
NELLE CITTÀ
Partiamo dalle gravi conseguenze dell’overtourism sui centri urbani. Innanzitutto, vi è il problema abitativo, in quanto aumentano i b&b e gli alloggi brevi per turisti togliendo così case per famiglie, lavoratrici/lavoratori, studenti. Residenti che quindi, prima o poi, sono costretti a emigrare dove troveranno un alloggio o dove lo troveranno a prezzi più sostenibili, trasformando quindi le città in luoghi scenografici per turisti o persone residenti per brevi periodi. Prima si diceva della “monocultura” turistica: questo rischio molto forte e già in atto anche in città piccole come Ferrara, porta a un’omologazione dei locali e dei negozi, tarati sempre più sui turisti, quindi standardizzati e in tanti casi posseduti da grandi catene di distribuzione. Così, «muore l’originalità di un luogo», e le sue tradizioni. Tutto ciò in un contesto di crescente estrattivismo economico che porta, ad esempio, anche – come a Venezia – a porre un biglietto d’ingresso per l’accesso alla città, limitando radicalmente il libero movimento delle persone e obbligando i residenti a dimostrare di non essere di passaggio. Una sempre più grave «sottrazione di spazi pubblici», che a Ferrara, per fare un esempio, vediamo con la privatizzazione del centro in occasione del Ferrara Buskers Festival diventato a pagamento, o con le sempre più invadenti distese dei locali.
SULLE COSTE
Un ambito sul quale Giuzio dedica un particolare interesse nelle sue ricerche è quello riguardante il mare e le coste: partendo dalla vegetazione – come ad esempio la Echinophora spinosa, che non solo abbellisce ma è anche utile per la sabbia e contro l’erosione delle coste – che è sempre più rara (o a Rimini, ad esempio, sono scomparse) a causa dell’«urbanizzazione costiera». È il cosiddetto processo di “Riminization” (Riminizzazione), neologismo spregiativo per indicare il sovraffollamento turistico e la conseguente erosione delle coste causate dallo sfruttamento economico e dalla rendita fondiaria. Insomma, come scrisse il giornalista e saggista Marco d’Eramo – autore, fra l’altro, de “Il selfie del mondo” – il turismo va considerato come una vera e propria «industria pesante» per il suo impatto sui territori. In Italia – ha proseguito Giuzio – erano 1200 i km di dune costiere, divenute la metà dal 2000. E secondo dati della Regione Emilia-Romagna, i 60 km di dune costiere regionali negli ultimi 40 anni son diventate 19. Tutto ciò, «per far spazio all’industria del turismo». Le conseguenze dell’overtourism nelle coste italiane sono impressionanti: su 8mila km di litorale, vi sono oltre 15mila concessioni demaniali e oltre 7mila stabilimenti balneari; la densità degli edifici entro i 300 metri dal mare è doppia rispetto all’interno, le prime 27 località turistiche italiane hanno 2471 posti letto ogni 1000 abitanti (contro i 600 ogni 1000 di località normali), col venir meno del diritto alla casa per i residenti; e questa «cementificazione selvaggia» non tende ad arrestarsi.
Tutto ciò, «con sempre maggiori investimenti pubblici per difendere un’economia privata dove sono pochi a guadagnarci», anche per i forti finanziamenti che servono per tentare di rimediare ai danni ecologici devastanti causati da questo tipo di industria. Negli ultimi mesi si è, ad esempio, molto discusso sul tema dell’erosione della costa anche in alcuni Lidi Ferraresi: una situazione che – a livello di sostenibilità economica – «non sarà affrontabile in futuro, per cui si dovrà fare una selezione per salvare le località turistiche, e far morire – con lo spopolamento – le altre».
Nella “Voce” dello scorso 27 marzo vi avevamo parlato delle guerre globali per l’acqua; ma esistono anche le «guerre della sabbia», con veri e propri «cicli illeciti», i più importanti dopo quelli della droga e delle armi: infatti, «la sabbia nel mondo è sempre più rara e costosa», anche perché sempre meno disponibile nelle aree interne in quanto usata per l’edilizia. Ma – ha detto Giuzio – «a livello politico non esiste nessuna visione per risolvere questo grave problema».
NAVI DA CROCIERA
Un aspetto importante legato all’overtourism è quello dello sfruttamento lavorativo: Giuzio l’ha introdotto proseguendo nell’analisi legata al turismo marittimo, andando ad analizzare il fenomeno delle navi da crociera, alcune di esse strutture gigantesche che possono portare 7-8mila persone contemporaneamente, come la Icon of the Seas della Royal Caribbean, o il progetto che sta portando avanti la MSC per navi con 10mila persone a bordo.
«Solitamente le navi da crociere scaricano per poche ore queste masse ingenti di persone in luoghi altamente turistici, dove questi turisti spendono mediamente 20 euro» (quindi non portando nemmeno ricchezza) ma con un impatto ambientale devastante per i fondali marini e per l’inquinamento: si pensi che – mediamente – la metà dei turisti su queste navi durante le soste rimane sulla nave stessa, che quindi resta accesa nel porto dove si è fermata. In media, una nave da crociera consuma in un giorno quanto 1 milione di automobili, 5mila litri di metano, cioè l’equivalente di una città come Ferrara. E su queste navi «la maggior parte del lavoro è sfruttato e sottopagato, soprattutto per le lavoratrici e i lavoratori che non hanno contatto con i turisti, che quindi lavorano nelle cucine, o per la pulizia degli ambienti, che vivono sotto la linea di galleggiamento e, provenendo da Paesi Africani o del sud est asiatico, si vedono applicati i contratti di lavoro dei loro Paesi, quindi con molte meno tutele. Dietro, ci sono potenze economiche-finanziarie capaci, come succede da mezzo secolo, di comprarsi isole delle Bahamas: alcuni esempi sono Castaway Cay, comprata dalla Disney Cruise Line (i nomi delle isole non solo quelli originari ma assegnati da chi le ha comprate); la CocoCay, della Royal Caribbean (società USA attiva nel settore); Ocean Cay, di MSC Crociere. Il tentativo delle compagnie croceristiche è ora quello di «colonizzare le coste europee», anche se è più difficile per i limiti giuridici. E per molti porti italiani «vi sono progetti di allargamento appunto per favorire l’approdo delle navi da crociera, in controtendenza col resto dell’Europa». Un esempio è il progetto di porto crocieristico previsto per Fiumicino (sarebbe il primo porto privato in Italia): lo scorso novembre, anche il Ministero dell’ambiente (dopo quello della cultura) ha dato il via libera al progetto proposto dalla Fiumicino Waterfront srl (società 100% della Royal Caribbean), per accogliere grandi yacht e una nave da crociera. Progetto difeso anche dal Sindaco ma che ha visto le proteste di molte cittadine/i.
IN MONTAGNA
Passando alle aree montane, Giuzio ha preso le mosse dal fenomeno dello sci di massa. Citando fonti di Legambiente e WWF, ha spiegato come in Italia il 90% delle piste sono innevate in modo artificiale e sono 95milioni i metri cubi di acqua presa da laghi artificiali. Sempre usando risorse pubbliche per favorire i profitti di pochi. Basti pensare che «per il periodo 2023-2028 l’ex Ministra del Turismo Santanchè ha stanziato 430 milioni di euro per l’innevamento artificiale e le strutture sciistiche». Ciò porta anche a «sovrastrutture» dal forte impatto ecologico e allo «stravolgimento di ritmi e abitudini» sedimentatesi nel tempo.
LAVORO SFRUTTATO
Secondo fonti dell’Ispettorato del lavoro e dell’Osservatorio sul mercato del lavoro nel turismo, risulta come nel turismo vi siano molti dipendenti poco qualificati: l’83%, infatti, ha una qualifica da operaio, quando nel resto dell’economia è del 54%, e con poche possibilità di crescita professionale. Inoltre, è – non a caso – elevata la presenza di categorie normalmente svantaggiate in ambito lavorativo (cioè meno protette e che più faticano a trovare lavoro), come gli under40 (che sono il 59% nel turismo), le donne (il 52%) e i migranti (il 26%). Poi, gli stipendi sono perlopiù bassi, con una media di 23mila euro, contro i 29mila degli altri ambiti lavorativi. E col 79% di lavoratori irregolari.
ALTERNATIVE
Un’alternativa a questo modello di “sviluppo” che divora risorse umane e naturali poggia su due pilastri: il primo è quello delle scelte individuali, che possono ad esempio riguardare la scelta di andare, e poi tornare, in luoghi più vicini a dove abitiamo, e scegliendo il treno invece dell’aereo e dell’auto. Il secondo riguarda le politiche pubbliche, con investimenti per creare posti di lavoro in ambiti diversi da quello turistico, e per porre limiti o divieti (ad esempio limiti agli affitti brevi o ai voli nazionali). Infine, dovremmo iniziare a pensare alla «possibilità di lavorare meno, tutti, e a parità di stipendio/salario», in quanto «è stato dimostrato che chi lavora meno ha una qualità della vita migliore e quindi non desidera di evadere regolarmente compiendo viaggi in Paesi lontani». Oltre, naturalmente, alla tutela delle lavoratrici e dei lavoratori del turismo, con salari più alti, almeno un giorno di riposo, contratti migliori e l’eliminazione dei turni massacranti. Con l’aggiunta, di un sistema produttivo diverso nel quale – per evitare i sovraffollamenti dei turisti – si eviti di concentrare le ferie di tutti in pochissimi periodi dell’anno (soprattutto ad agosto).
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 17 aprile 2026)
(Foto Tom W – Pexels)
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