Un racconto dei recenti Mondiali svoltisi in USA, Canada e Messico: una narrazione tra scorrettezze, polemiche (anche politiche), calcio giocato, ricordi della Nazionale italiana e…la SPAL

di Michele Balboni

“Ha vinto lo sport”, anzi il calcio. Alla fine il calcio ha avuto la meglio, e trattandosi di Mondiali di calcio è importante. Numerose e gravi scorrettezze si sono viste e subite. La più grande: giocare in un paese ospitante – gli USA – che ne bombarda – non di gol, bensì di missili – un altro, l’Iran. A scendere: il trattamento riservato a giocatori e tecnici iraniani, visti negati, ritardi, difficoltà di movimenti. Per finire il patetico atto della coppia Trump-Infantino di togliere d’ufficio una squalifica maturata sul campo ad un giocatore della squadra USA. Risultato: tutto il mondo sportivo tifa Belgio nella partita con gli USA degli ottavi di finale, e i padroni di casa che sin lì avevano fatto più che bene si afflosciano e prendono quattro pere dai discendenti di Hercule Poirot.

C’è chi proclama “l’edizione dei mondiali più corrotta di sempre”, non lo so: graduatoria difficile. Si diceva anche di Qatar 2022, senza dimenticare “I mondiali della vergogna” del 1978 disputati sotto il tacco della dittatura militare argentina.

Ma per fortuna “la palla è rotonda e rotola dove vuole” (cit. Gianni Brera). E questa è rotolata in porta (=gol) ben 308 volte in 104 partite disputate. Certo è stato il mondiale più largo di sempre: 48 squadre, 6,8 milioni di spettatori presenti negli stadi, chissà quante miliardate di guardoni davanti alle TV. Chi ha detto: “i mondiali non li guardo perché non c’è l’Italia”, avrà fatto compagnia a chi: “i mondiali di Trump? nemmeno una partita vedrò!”, amici occasionali fatti incontrare da tal Tafazzi, personaggio TV – lo dico per i meno giovani – famoso per martellarsi i cosìddetti. Io nel mio, grazie a mamma RAI che stavolta ha proposto una buona programmazione, ne ho viste oltre 20 di partite in diretta, nonché gli highlights di tutte le altre, conscio tuttavia che guardare gli highlights di una partita di calcio è come leggere la controcopertina di un libro classico.

Numerose sono state le partite belle e gradevoli: giocate dei singoli, risultati ribaltati a pochi minuti dalla fine, campioni in azione, sorprese positive e delusioni cocenti. Il vento caldo delle squadre africane (ben 9 hanno passato il primo turno) si è fermato presto: solo 2 agli ottavi di finale. I tifosi hanno portato allegria e colori, ben valorizzati dalle riprese TV (mi chiedo dove abbiano trovato i soldi per biglietti così cari…).

Il calcio ha avuto la meglio sulle bassezze politiche e di potere.

Alla fine ha vinto la Spagna che lo ha strameritato: 7 partite vinte consecutive, un solo pareggio e un solo gol subito. La finale non è stata spettacolare come noi guardoni televisivi speravamo ricordando la precedente Argentina-Francia (3-3 prima dei rigori vincenti per i sudamericani). È stata invece una partita simile a Spagna-Olanda dell’edizione 2010 in Sud Africa, entrambe decise da un gol iberico nei tempi supplementari. Io quest’anno tenevo per l’Argentina: perché là c’è il tango, per la mia amica argentina Jorgelina Paula Molina Planas (que la quiero de lejano), perché il colore della maglia albiceleste mi ricorda la mia SPAL (povera). Ma non c’è stata partita: gli spagnoli hanno giocato a calcio – e bene – gli argentini hanno giocato a calci. Forse la dea Eupalla (altra citazione di G. Brera) non ha voluto che, vincendo eventualmente l’Argentina anche la partita di finale, si eguagliasse il record di campioni del mondo con tutte le partite del torneo vinte: nel dopoguerra è successo solo due volte, al Brasile nel 1970 in Messico (con Pelé – mi tremano i tasti a scrivere questo nome) e ancora al Brasile (con Ronaldo-fenomeno) in Corea nel 2002.

Le ricordo tutte bene le finali dei campionati del mondo di calcio, a partire da quel 4-1 che ci inflissero i verdeoro (Pelé, Gérson, Jairzinho, Carlos Alberto per loro, Boninsegna per noi) quando avevo 12 anni. Attempato e sbadato che sono, non dimentico nomi, date di nascita ecc. dei miei figli ma molte altre cose sì; comunque ho ben presente tutto o quasi delle 15 finali successive a quella citata del 1970. Le gioie dei ricordi delle due edizioni vinte dall’Italia (in Spagna nel 1982 e in Germania nel 2006) compensano le delusioni per la finale perduta ai rigori negli USA nel 1994, e la maledetta semifinale con l’Argentina a Napoli nel 1990 (ero in curva proprio dove Zenga si fece uccellare da Caniggia su passaggio di un altro innominabile, Maradona).

Nei miei pensieri di persona non più giovane, da un po’ si è affacciata la domanda: “quanti altri mondiali di calcio la Sorgente mi consentirà di vedere?”. Inquietudine senile che richiama un altro ricordo: poche settimane prima che mio padre mi lasciasse, vidi assieme a lui un deludentissimo Italia-Nuova Zelanda 1-1 (gol di Iaquinta su rigore per noi, siamo a giugno 2010 in Sud Africa, Italia campione in carica eliminata ai gironi) e lui, quasi cieco del tutto ormai, recependo il senso dei miei commenti e dei miei sbuffi, alla fine disse: “ha giocato male oggi…la SPAL…”.

 

(Foto in alto: Alexis Doine – Wikipedia. Foto al centro: il pallone dei Mondiali di calcio 2026)

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