LE TORRI VUOTE DI FERRARA. Daniele, Imad, George, Amara, Ona e Alessio: gli sfollati del Grattacielo parlano pubblicamente di mancanze e responsabilità. E intanto il caso è arrivato in Parlamento. Inoltre, il racconto di Anna Rossi, ex residente al Grattacielo che ora vive a Lisbona
di Andrea Musacci
Sono giorni di sospensione per gli abitanti del Grattacielo di Ferrara, nonostante la dura accettazione di uno sgombero che han dovuto subire, contro ogni logica di umanità. Una sospensione abitata – oltre che dall’incertezza per il futuro -, dalla tentazione della rassegnazione e dall’altra parte dalla volontà di continuare a lottare per la propria dignità e per difendere un diritto fondamentale. Noi ciponiamo alcune domande: delle responsabilità dell’attuale Sindaco Fabbri e della sua Giunta abbiamo parlato e continueremo a parlare; ma siamo sicuri che il Prefetto e la Regione abbiano fatto tutto ciò che era in loro potere?Senza considerare anche le responsabilità di chi ha amministrato Ferrara prima di Fabbri, sia sul tema Grattacielo sia sulla questione abitativa in città. E continuiamo a chiederci: dove sono finiti buona parte degli sfollati, quelli non aiutati né da Caritas né da Viale K né da ASP? E molti sfollati ora aiutati che fine faranno fra 2 settimane/1 mese/6 mesi?
Il 17 febbraio a Palazzo Madama, sede del Senato, si è svolta una conferenza stampa indetta dalle sen. Ilaria Cucchi (AVS) e Sandra Zampa (Pd) e dalla deputata Stefania Ascari (M5S), che hanno anche presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Piantedosi e al Ministro della Protezione Civile Musumeci. Nel testo si chiede ai due se «intendano acquisire da Comune e Prefettura una relazione su gestione dell’emergenza, comunicazioni ai residenti, pianificazione e tempistiche tecniche di ripristino dell’agibilità, anche alla luce dell’apertura di accertamenti giudiziari»; «quali misure urgenti si intenda attivare, d’intesa con Comune, Prefettura e Regione Emilia-Romagna, per garantire che nessuna persona sfollata resti priva di una sistemazione sostenibile nel breve e medio periodo». La conferenza stampa si è svolta in collegamento con Ferrara, dove nella sede di via C. Goretti erano presenti anche alcuni sfollati. Il giorno dopo, il 18, è stata la Sala ex Refettorio di via Boccaleone a Ferrara ad ospitare l’assemblea pubblica organizzata da “Cittadini del mondo” con diversi sfollati e, in tutto, 150 presenti (foto). Ricordiamo che il 26 febbraio è in programma l’udienza al TAR per valutare il ricorso contro l’ordinanza comunale di sgombero. E il 7 marzo a Ferrara si svolgerà una manifestazione regionale.
«SUBÌTO UNA VIOLENZA»
Daniele Pachera vive in provincia di Verona e da 6 anni è proprietario di un appartamento al II° piano della torre A. Ha voluto essere presente sia all’assemblea sia alla conferenza stampa. «Ho sempre partecipato – spiega a “la Voce” – alle assemblee condominiali ma non vi ho mai visto rappresentanti del Comune. In questi anni al Grattacielo ho visto sempre meno delinquenza e sono stati fatti diversi lavori. Il Sindaco avrebbe potuto dichiarare l’inagibilità ma non lo sgombero. E poi mi chiedo: perché nessun magistrato ha agito contro i proprietari morosi?».
La notte prima dello sgombero del 12 febbraio – mi racconta – «ho dormito in hotel e la mattina alle 7 sono entrato nel mio appartamento. A un certo punto sono sceso 10 minuti per un caffè al bar di sotto; quando sono risalito, due poliziotti mi han fermato e non volevano farmi tornare nell’appartamento: solo dopo 20 minuti mi han lasciato passare. Alle 11 altri due poliziotti si son presentati al mio appartamento, uno dei due è entrato per controllare che non fosse presente nessuno. A quel punto mi hanno accompagnato all’uscita dell’edificio. Probabilmente – conclude – l’operazione compiuta dal Sindaco è di sequestro dei nostri appartamenti, perché fatta senza il permesso del magistrato. Abbiamo subìto una violenza».
Lo scorso numero, fra le storie vi avevamo raccontato quelle di Imad e George. Imad – giordano sposato con un’ucraina – mi dice: «mia moglie piange tutto il giorno in casa e io non so come fare, non abbiamo ancora trovato un’alternativa». Fra due settimane dovranno lasciare l’alloggio dato dall’ASP. George Shahzad, pakistano, ora vive a S. Bartolo, mentre la moglie incinta di 8 mesi e con un bimbo di 11 mesi, vivono in un appartamento ASP in via Boccacanale di S. Stefano: «ora – mi spiega – lavoro come badante a Bologna, parto la mattina e torno il pomeriggio, faccio il possibile. Ma è molto dura».
«VOLEVO LASCIARE FERRARA»
Amara Sacko ha 27 anni, viene dalla Guinea e viveva nella torre B: «sono in Italia dal 2018 e ho sempre lottato per avere una vita qui, ho sempre lavorato, anche in campagna, pagato le tasse, ho fatto tanti sacrifici, tanti risparmi, fatica e dopo anni di affitti mi son comprato l’appartamento, sette mesi fa. Ma l’11 gennaio sono stato davvero male, sto ancora male perché mi hanno buttato fuori da casa. E mi fa male il come mi hanno buttato fuori, oltre a quel che han detto su noi residenti. Ora ho un contratto di lavoro a tempo indeterminato (lavora all’Interporto di Bologna, ndr) ma non ho un posto fisso dove andare, mi ospita un mio amico a Pontelagoscuro. Al sindaco dico che non ha nulla da essere fiero vedendo 500 persone che soffrono».
Amara racconta anche di un suo condomino che aveva comprato l’appartamento appena una settimana prima dell’incendio dell’11 gennaio. «Ora – prosegue – oltre al mutuo devo pagarmi anche un affitto: il sindaco deve chiedere l’emergenza. Credo nell’Italia e nell’umanità, lotteremo sempre per i nostri diritti». Ma «tanti politici a noi stranieri non ci vedono come persone».
Amara si scioglie e racconta più nel dettaglio la sua storia: «gli anni scorsi, quando cercavo casa, in tre mi han detto “non c’è posto”, gli altri non mi hanno nemmeno risposto. Per alcuni anni ho cercato casa in affitto e non l’ho trovata, quindi ho deciso di comprarla». Al Grattacielo. «Quando ho comprato casa alle torri, ho chiesto il mutuo, quindi è venuto il tecnico per la perizia e ha dato l’ok per la sicurezza dell’appartamento. E, invece, ora è colpa nostra se qualcosa non va nel palazzo? E il mio appartamento ha pure l’assicurazione! Ogni giorno – ha proseguito – dovevo prendere la Tachipirina per il mal di testa che avevo a causa dei tanti pensieri. E in banca mi han detto che in futuro non potranno farmi un prestito perché per un periodo usufruirò della moratoria del pagamento del mutuo».
Come detto, per ora è ospite di un amico, ma nei giorni dopo l’incendio «avevo pensato di lasciare Ferrara»; è stato l’odio di sconosciuti a far quasi traboccare il vaso: «quando un mio amico mi ha fatto leggere uno dei tanti commenti d’odio sui social contro noi residenti (“Questi devono andare a combattere in Ucraina”, ndr), non ho voluto leggerne altri, perché mi son sentito male». Ora Amara si è stancato di far finta di nulla. Ha vinto la paura e vuole parlare. «In questo periodo ho partecipato a diverse assemblee di “Cittadini del mondo” e sono anche intervenuto. Ma tanti miei condomini non vi partecipano più perché pensano che la nostra ormai sia una causa persa. In tanti mi aiutano e mi danno la forza per andare avanti: per questo ho deciso di rimanere a Ferrara. Sto male, è un brutto periodo, ma passerà».
«PERCHÉ IL COMUNE NON ERA PRESENTE ALLE ASSEMBLEE CONDOMINIALI?»
Ona Shuhui Ouyang è una ragazza cinese che lavora come apprendista nell’ambito del tessile a Occhiobello: «guadagno 1000 euro al mese e sono invalida al 67%», racconta. Ed è proprietaria di un appartamento nella torre C. Ora vive in una struttura dell’ASL. E questo, «dopo aver contattato ASP, ACER e URP, che però mi han risposto “non possiamo far niente, siete proprietari privati…”». Proprio il 5 febbraio (prima data per la fine dello sgombero delle torri A e C) «ho ricevuto l’avviso che sarei potuta andare in un alloggio ASL. Il mio appartamento – invece – l’ho comprato il 10 ottobre 2023 e con l’aiuto di mia madre chiesi un mutuo in banca. Pago 250 euro al mese. All’allora proprietaria chiesi l’abitabilità e lei si rivolse a un ingegnere: il documento c’era, ma risaliva al 1956», anno di inaugurazione del Grattacielo. «E la banca per darmi il mutuo ha voluto una perizia, che ho pagato io: dopo due giorni il perito ha dato risposta positiva». E dopo, «sempre a mie spese, ho anche rifatto l’impianto elettrico». In questi anni – prosegue – «ho partecipato a tutte le assemblee condominiali e ho sempre votato sì alle proposte di lavori» per la sicurezza dell’edificio. E ora, «dopo poco più di due anni vengo cacciata da casa mia!». Inoltre, «nelle assemblee condominiali non ho mai visto un rappresentante del Comune partecipare e dire quali lavori andavano fatti». Ona dice di essere «molto arrabbiata e delusa: perché il Comune è rimasto zitto e fermo fino all’incendio dell’11 gennaio? Ha rinnovato il parco e alcune strade vicine, ma non si è mai interessato del Grattacielo. E dopo l’11 gennaio han fatto qualcosa solo per fare bella figura, per far credere di essere responsabili». Il Vice Sindaco Balboni nel Consiglio comunale del 16 febbraio ha spiegato come il Comune è proprietario di 8 unità immobiliari al Grattacielo (di cui 3 acquistate con Fabbri sindaco), equivalenti a 49,71 millesimi, che fa del Comune di poco il secondo proprietario più “grosso” (il primo ne ha 52). «Siamo disperati – conclude Ona – ma ciò che ci sta accadendo non è giusto perché siamo in regola e non siamo né drogati né prostitute, solo persone normali».
«ENEL AVREBBE DOVUTO SEGNALARE LE CRITICITÀ»
«Il mio appartamento è sullo stesso pianerottolo dove vive Amara, 11° piano della torre B. Siamo entrambi musicisti, lui sognava di fare un piccolo studio di registrazione nel suo appartamento: spero in futuro di poter collaborare con lui». Inizia così il racconto di Alessio Bettoli. «La notte dell’incendio molti di noi pensavano di morire, e oltre alla paura e al trauma abbiamo dovuto subire l’ulteriore trauma della “macchina del fango” sui social. Ma la più grande ingiustizia l’han subìta quelli della torre B che dopo una settimana sono stati allontanati dal Palapalestre: si è trattato di un atto di violenza nei loro confronti». Ma «la cosa più violenta è il silenzio di molti. Io e molti altri – ha proseguito – ci chiediamo: perché non sono stati fatti i necessari lavori per mettere a norma il vano contatori e i cavi presenti nello stesso? Perché i tecnici ENEL che erano venuti a cambiare i contatori non hanno segnalato queste problematiche? E perché il direttore dei lavori li ha iniziati al 20° piano e non è partito invece dagli spazi comuni, al piano terra?». Per non parlare dei «problemi sulla trasparenza della contabilità che abbiamo avuto con la precedente Amministratrice di condominio».
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DOLCI RICORDI, DOLORE E SPERANZA
Il racconto di un’ex residente del Grattacielo che vive a Lisbona

di Anna Rossi
Sono una persona migrante, che abitava in Grattacielo. Sono anche italiana.
Strano?
Noi europei-bene, quando lasciamo il paese dove siamo nati, amiamo chiamarci expat: una definizione che sa di colonialismo mascherato, di privilegi che non vediamo nemmeno.
Vivo a Lisbona, un luogo dove il costo della vita è stato distorto dalla presenza di tantissimi stranieri con un potere d’acquisto di svariate volte superiore allo stipendio medio dei locali. Le spinte speculative erodono ogni giorno il diritto a un’abitazione dignitosa e al vivere in comunità.
Chi abiterà la Ferrara del futuro?
“Casa” è una parola difficile, quando migriamo. Per me era lì: al Grattacielo.
Nella mia stanza di bambina sono rimaste le stelle di plastica fluorescente appiccicate al soffitto. Cercavo di tatuarmene la mappa sul fondo degli occhi, mentre sbiadivano nel nero dell’ultima notte prima di lasciare la torre A. Speravo di riuscire ad addormentarmi.
Mio padre ha compiuto 80 anni proprio il giorno dello sgombero.
Penso alla mappa dei ricordi che ho della mia città: ci sono momenti in cui vorrei strapparmela via da dentro e rendervela accartocciata, come è stato fatto con le vite di un’intera comunità. Non mi aspetto assistenzialismo, ma i nostri occhi vi guardano.
Leggo la maldicenza e l’orgoglio nell’intransigenza nei nostri confronti, in particolare da parte di chi che per primo dovrebbe farsi garante delle nostre possibilità di riscatto, dei nostri diritti.
Un giorno sarà riconosciuto che l’incuria non è stata dei pesciolini: ne ho fiducia.
Sento tuttavia il dolore dell’indifferenza da parte di chi nuota in superficie, rispetto a chi affonda.
A chi affoga.
L’inquadratura inevitabilmente muta: se per certa parte della città, le nostre case dovrebbero semplicemente scomparire, questa riva del Mediterraneo potrà mai interessarsi a chi nel nostro mare o su altre rive muore?
Sarei ingiusta però se perdessi la speranza e non pensassi nemmeno un momento a chi non ci ha lasciato soli, alle persone che sono la cartina al tornasole di Ferrara.
Questa è la mappa che tengo cara, nel taschino che ho sul cuore.
(Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 27 febbraio 2026)
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