Oggi in tutta Italia prendono il via gli esami di maturità, da sempre nell’immaginario pubblico e nelle nostre vite soglia verso il tempo dell’autonomia e della responsabilità piena. Ma è importante rileggere la Costituzione per ricordarci davvero cosa significa vivere in una Repubblica «fondata sul lavoro»

di Marilena Martinucci

Oggi, 18 giugno, inizia l’esame di maturità per 527mila studenti dei nostri Licei, Istituti Tecnici e Istituti Professionali. Vi assicuro che ne rimarrà il ricordo per tutta la vita futura, qualunque esso sia, e rappresenterà una conclusione e un inizio. È arrivato il momento di prendere decisioni vere in autonomia, di essere davvero maturi per farlo. Credo che importante sia avere il tempo e la possibilità di farlo, senza pressioni, condizionamenti e limiti di tempo, potendo anche commettere errori a cui rimediare visto che si sta programmando il proprio futuro.

Programmare il proprio futuro a vent’anni non è certo facile, come sapere da dove partire. Può essere il desiderio di autonomia, sicurezza, di essere necessario agli altri e di lasciare un segno della propria presenza a chi verrà dopo di noi. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». È l’articolo uno della nostra Costituzione, e se la nostra nazione è fondata sul lavoro non possiamo non dedurre che anche la nostra vita deve essere fondata sul lavoro. È questo allora il punto di partenza. Se in fisica il lavoro è «energia scambiata fra due sistemi», allora anche «l’attività umana svolta per raggiungere un fine» richiede energia, fisica e mentale, la nostra energia, ed è un lavoro, il nostro lavoro. L’importante, così, è l’attività che vogliamo svolgere, cosa ci dà soddisfazione fare ma anche cosa riusciamo a fare al meglio delle nostre possibilità.

Chi ha scelto nella scuola un Istituto tecnico o professionale forse ha già iniziato un percorso e sperimentato delle opportunità, spesso ancora poco conosciute nella pratica ai liceali. Ma siamo fortunati perché l’articolo quattro della Costituzione al comma due ci esorta a questo: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società»; visto che al comma uno ha premesso che «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto». I due commi dovrebbero essere per mia logica invertiti, cioè prima lo Stato promuove le condizioni che ti danno il diritto effettivo al lavoro e solo di conseguenza può anche importi il dovere di esercitare un’attività lavorativa. Ma è solo una osservazione da cittadina e non da giurista del lavoro.

È il comma due dell’articolo quattro che ci fa riflettere ancora. Il cittadino deve svolgere il proprio lavoro secondo due principi, le proprie possibilità e la propria scelta. Certo che alla fine si sceglie secondo le proprie possibilità ma sarebbe interessante valutare quali sono queste possibilità che possono essere economiche, sociali o di doti naturali specifiche della persona umana. È fortunato allora chi riesce a mettere al primo posto le sue doti e capacità naturali riuscendo a implementarle e attuarle. Se ci pensiamo è una fortuna anche per le persone che lo circondano perché chi riesce a mettere a disposizione sé stesso in questo modo lo fa in maniera tanto naturale che il lavoro è parte integrante della sua vita, non un mezzo ma un fine.

Sarebbe giusto allora che il comma due dell’articolo quattro fosse collegato con l’altra faccia della medaglia, non solo dovere ma anche diritto. Il diritto cioè di svolgere nella società il lavoro che si è scelto secondo le proprie doti e capacità, concorrendo così al progresso materiale e spirituale della società. Se il lavoro è tutto ciò che fai scambiandolo con altro che ti necessita e che tu non hai le capacità e le conoscenze per fare, allora è veramente parte della tua vita e della famiglia a cui appartieni. In questa ottica la tua attività si adatta a te e si modifica con te accompagnandoti per tutta la vita. Lavori non solo per essere pagato ma per essere appagato.

Auguriamo a tutti i 527mila maturandi di oltrepassare fiduciosi questa porta e cercare di affacciarsi consapevolmente al mondo del lavoro perché la propria attività sia integrata nella propria vita e fonte di soddisfazione continua.

 

(Foto Ivan S – Pexels)

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