CINEMA SANTO SPIRITO. Il 22 maggio a Ferrara la proiezione del documentario “Sarajevo Safari”, il racconto di don Renato Sacco (Pax Christi) e il ricordo di Gabriele Moreno Locatelli

di Alberto Mion

Trent’anni fa finiva l’assedio di Sarajevo. Durato 1.425 giorni — dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 — è stato il più lungo assedio di una capitale europea nell’età moderna, più lungo persino dell’assedio di Leningrado. Una città intera tenuta in ostaggio, sotto il fuoco dei cecchini, mentre l’Europa guardava. Una ferita che non ha ancora smesso di chiedere giustizia e memoria.

Per ricordarlo, il Cinema Teatro Santo Spirito di Ferrara propone venerdì 22 maggio, alle ore 21, una serata evento articolata in tre momenti distinti, ciascuno capace di illuminare una faccia diversa di quella tragedia: la denuncia, la testimonianza, la speranza.

Il film: Sarajevo Safari

Il cuore della serata è la proiezione di Sarajevo Safari, documentario del 2022 del regista sloveno Miran Zupanič, premiato in diversi festival internazionali e oggi al centro di inchieste giudiziarie ancora aperte. Il film porta alla luce una delle storie più agghiaccianti dell’assedio: quella dei cosiddetti “turisti della guerra” (ne abbiamo parlato anche nel numero precedente, ndr), cittadini stranieri — tra cui molti italiani — che avrebbero pagato cifre ingenti per avere il privilegio di sparare sui civili di Sarajevo dalle postazioni dei cecchini serbi sulle colline circostanti. Un vero e proprio “safari umano”, con tanto di listino prezzi differenziato a seconda della vittima. Il documentario si avvale di testimonianze dirette, tra cui quella di Edin Subašic, ex agente dei servizi segreti dell’esercito bosniaco, e ricostruisce con rigore i meccanismi logistici di questa operazione criminale: i partecipanti venivano trasportati da Belgrado a Pale, quindi condotti alle postazioni di tiro nel quartiere di Grbavica, sotto il controllo dell’esercito serbo-bosniaco. Un orrore che per anni è rimasto nell’ombra, noto solo a pochi testimoni. Sarajevo Safari è un film che non lascia gli spettatori indifferenti — ed è giusto avvertire che contiene immagini esplicite, che ne sconsigliano la visione ai minori di 14 anni e alle persone facilmente impressionabili. Ma è proprio questa durezza a renderlo necessario: non come esercizio nel macabro, ma come atto di verità verso vittime che meritano di essere nominate, e verso una storia che non può essere consegnata all’oblio.

Prima della proiezione: Il podcast Blokada

La serata si aprirà con un collegamento video con Andrea Baudino e Giuseppe Modica, autori e narratori del podcast Blokada. Sarajevo, la civiltà sotto assedio, prodotto da Bottega Errante Edizioni. Il podcast — accolto con grande attenzione dal pubblico italiano — racconta l’assedio dal punto di vista dei suoi abitanti, attraverso le voci di chi lo ha vissuto dall’interno: la fame, la sete, la morte, la resistenza culturale e psicologica di una città che non ha smesso di esistere anche sotto le bombe. Con Baudino e Modica dialogheremo per inquadrare l’assedio nel contesto più ampio delle guerre di dissoluzione dell’ex Jugoslavia, cercando di restituire al pubblico gli strumenti per capire come si è arrivati a quella tragedia e quali eredità porta con sé. Un contributo essenziale per chi vuole avvicinarsi al film con la consapevolezza storica che merita.

Dopo il film: La testimonianza di don Renato Sacco

Al termine della proiezione, la serata si chiuderà con la visione di una videointervista realizzata dal Cinema Santo Spirito con don Renato Sacco, prete della diocesi di Novara, già coordinatore nazionale di Pax Christi e testimone diretto di uno degli episodi più straordinari di quegli anni: la Marcia dei 500.

Don Renato fu tra i pacifisti italiani che, guidati da don Tonino Bello e don Albino Bizzotto, si imbarcarono ad Ancona su una nave diretta a Spalato, attraversarono una guerra, e il 12 dicembre 1992 entrarono a piedi in una Sarajevo assediata — di notte, a fari spenti, mentre il fuoco dei cecchini aveva reso deserte le strade. Cinquecento persone disarmate, di ogni estrazione e convinzione, che vollero dimostrare al mondo che un’alternativa alla guerra era possibile. Fu don Renato a registrare di nascosto il discorso pronunciato quella notte da don Tonino Bello nel buio e nel gelo di un cinema della città, davanti ai capi delle diverse religioni: un documento di rara potenza profetica, in cui il vescovo di Molfetta — già malato di cancro, morirà pochi mesi dopo — parlò di «utopia realizzata», di comunità chiamate a essere «sentinelle profetiche che annunciano tempi nuovi», di una nonviolenza attiva come unica risposta credibile alla follia della guerra. A don Renato chiederemo di testimoniare ancora oggi l’urgenza di essere costruttori di ponti, in un tempo che ne ha disperatamente bisogno.

La dedica: Gabriele Moreno Locatelli

La serata è dedicata a Gabriele Moreno Locatelli, nato a Canzo il 3 maggio 1959, ucciso sul ponte Vrbanja a Sarajevo il 3 ottobre 1993. Religioso, poeta, volontario dei Beati Costruttori di Pace: Moreno era rimasto a Sarajevo per aiutare anziani, bambini, persone sole. Quel giorno, insieme ad altri quattro compagni, stava compiendo un’azione simbolica sul ponte che divideva la città: volevano deporre una corona di fiori in memoria di Suada Dilberović, la prima vittima civile della guerra, e offrire del pane ai soldati dei due fronti contrapposti. Fu colpito da un cecchino mentre tentava di tornare indietro dopo alcune raffiche di avvertimento. Le sue ultime parole furono: «Stanno tutti bene?».

Sul ponte Vrbanja — oggi chiamato Ponte Suada e Olga — una targa di marmo bianco lo ricorda. A Sarajevo una strada porta il suo nome.

Durante l’evento sarà possibile acquistare alcune pubblicazioni di Bottega Errante Edizioni dedicate alla capitale bosniaca: I buchi neri di Sarajevo, Le Marlboro di Sarajevo e Shooting in Sarajevo. Volumi che prolungano la memoria oltre lo schermo, per chi vorrà continuare a interrogarsi.

 

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Donne incinte e la famiglia reale

Dopo l’uscita del libro Pay and shoot, del croato Domagoj Margetic, emergono nuovi dettagli sulla vicenda, da lui raccolti da documenti esclusivi ricevuti da Nedžad Ugljen, ex ufficiale dei servizi segreti bosniaci ucciso nel ’96, che a sua volta avrebbe intervistato membri della milizia serbo-bosniaca che ospitava i cecchini stranieri. Ibersagli più ambiti erano le donne incinte, per le quali si pagava 110 milioni di lire. E a The Times Margetic ha detto: «gli stranieri gareggiavano per vedere chi riusciva a sparare alle donne più belle». Tra le tesi portate avanti, anche quella della presunta partecipazione ai safari di «un membro di una famiglia reale europea», che «sarebbe arrivato in elicottero, avrebbe soggiornato a Vogosca, e avrebbe voluto sparare ai bambini».

a.m.

 

(Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 15 maggio 2026)

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