La nota dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio in merito al “Festival delle città identitarie”: «semmai bisognava ricordare l’arcivescovo Bovelli, che ha salvato la città da nuovi bombardamenti, ha difeso gli ebrei, evitato vendette dopo la liberazione, ospitato il CLN nel palazzo arcivescovile, favorito la ricostruzione della città». E «l’identità di una città si costruisce non solo guardando indietro, ma anche avanti, ai nuovi fenomeni sociali e culturali»
In merito al “Festival delle città identitarie” che si tiene a Ferrara ai primi di luglio due considerazioni sono importanti per la nostra città e la sua identità. Anzitutto, ricordare che l’identità di una città è fatta di storie e figure positive e anche di storie e figure negative. L’onestà intellettuale deve riconoscere la diversità delle figure e delle storie.
Italo Balbo, identificato come un personaggio che esprime l’identità di questa città, è stato un aviatore, che ha fatto anche grandi imprese di traversate oceaniche, e per questo va ricordato, ma soprattutto non va dimenticato che è stato un gerarca fascista, che ha limitato la libertà personale e delle associazioni anche della Chiesa sul nostro territorio – condannata dall’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI nel 1931 – , interventista nella prima guerra mondiale, dichiarata una «inutile strage» da Papa Benedetto XV, mandante di violenze e anche complice di omicidi nel ventennio, oltre che tra i primi a sostenere le leggi razziali che hanno colpito anche molti ebrei della nostra città.
L’abilità dell’aviatore non deve sminuire, anzi aumentare le responsabilità politiche e morali di un uomo politico che non può essere a fondamento dell’identità di una città, ma ne ha tradito la storia religiosa e culturale. Semmai bisognava ricordare l’arcivescovo Ruggero Bovelli, che ha salvato la città da nuovi bombardamenti, che ha difeso gli ebrei, che ha evitato vendette nella città dopo la liberazione, che ha ospitato il CLN nel palazzo arcivescovile per dare un governo unito alla città e preparare la democrazia, che ha favorito la ricostruzione della città. Nessun riferimento il Festival fa a figure religiose della città, come se la fede cristiana e la fede ebraica non abbiano segnato profondamente la vita, la spiritualità, la cultura, l’economia della città.
La seconda osservazione è che l’identità di una città si costruisce non solo guardando indietro, ma anche avanti, ai nuovi fenomeni sociali e culturali che attraversano la vita della città, come la mobilità umana, interna e dall’estero, l’incontro tra culture e religioni, le nuove famiglie, i giovani universitari, i nuovi Servi di Dio – Suor Veronica, Padre Marcello, la giovane Laura Vincenzi – che testimoniano la vitalità della vita di fede… Senza riconoscere queste presenze e testimonianze, questi fenomeni nuovi di mobilità e governarli, accompagnandoli, si rischia di creare nuove mura non alla città, ma nel cuore e nella mente delle persone, ma soprattutto non far crescere, ma morire una città. L’identità cresce nell’incontro e non semplicemente nel ricordo. Il ricordo serve per fare della storia una “maestra di vita”.
Per questo, il Festival delle città identitarie che si celebra a Ferrara tra il 2 e il 5 luglio rischia di non interpretare l’identità e la storia di una città, ma guarda ad essa in maniera pregiudiziale e, per certi versi scandalistica, finendo per impoverirla ancora di più, perché non riconosce la reciprocità come un valore fondante la convivenza sociale.
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