Il 15 maggio a San Giacomo Ap. l’importante Convegno con tre esperti, fra cui Giampiero Neri (CEI), che abbiamo intervistato
a cura di Andrea Musacci
“A.I., Custodire volti e voci umane. Empatia, etica e responsabilità morale” è il titolo dell’importante incontro in programma il 15 maggio alle ore 20.30 nella chiesa di san Giacomo Ap. a Ferrara (via Arginone, 157). Si tratta di un Convegno di studi organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi in occasione della LX giornata delle Comunicazioni sociali. Questi i relatori che interverranno e i rispettivi temi: Giampiero Neri, IDS&Unitelm, Consigliere WECA, Servizio Informatico CEI, relazionerà su “A.I. Confini della comunicazione per generare speranza”; don Stefano Gigli, sacerdote della nostra Arcidiocesi interverrà su “Coltivare lo spirito nell’era digitale”; don Alessio Grossi, referente Diocesano Tutela Minori e Persone Vulnerabili rifletterà su “Intelligenza artificiale e minori: educare gli adulti”.
Abbiamo intervistato Giampiero Neri per iniziare a riflettere su un tema così attuale e che coinvolge diverse dimensioni dell’umano.
L’Intelligenza Artificiale (AI) pone – già nel suo nome – una divisione: si parla di intelligenza, non di ragione. La seconda, infatti, è caratteristica specificamente umana. Alcuni dubitano che lo stesso termine “intelligenza” sia adeguato, in quanto rimanda a “intelligere“, cioè “leggere dentro”, “comprendere a fondo”. Forte, però, è la tentazione di usare l’AI come sostituto dell’umano, se non come suo superamento. Lei cosa ne pensa? È una tentazione pericolosa e reale?
«È certamente una sfida, come lo è stata la nascita della Stampa, l’invenzione della Radio o le prime connessioni tramite ARPANET poi diventata Internet, solo che l’ambito non è più solo “mediatico” ma riguarda la vita di tutti noi, il nostro quotidiano, le nostre relazioni e quindi può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico. La comunicazione non è mai neutra, non è soltanto uno strumento così come gli algoritmi delle A.I. non sono più una sequenza matematica, non sono un’entità neutra, ma portano con sé i valori di chi li progetta e li “addestra”; per questo è necessaria una “progettazione etica” che rispetti la dignità umana, regolamenti che mettono l’uomo al centro e la macchina al servizio.
L’algoritmo non è il destino, ma uno strumento che deve essere guidato dalla responsabilità umana per costruire e non distruggere. È necessario quindi, nell’era digitale, ricostruire legami sociali: trasformare le community in comunità».
Nello specifico della comunicazione e dell’informazione, forti sono i rischi che l’AI di fatto soppianti l’umano, quindi la creatività imperfetta dell’umano, l’originalità che ci contraddistingue. Anzi, non è solo un rischio ma già una realtà. Come si può affrontare la questione AI nell’ambito comunicativo/informativo?
«La questione della cosiddetta “creatività imperfetta dell’umano” è – probabilmente – la sfida più grande. Il rischio non è solo che l’A.I. disegna, suona o scriva meglio di noi, ma che noi iniziamo a scrivere come l’A.I. (per compiacere i suoi algoritmi di indicizzazione e posizionamento) – cosa che in realtà già accade: ad esempio oggi, produciamo e pubblichiamo tonnellate di video da 30 e 60 secondi perché così vengono “premiati” dalle piattaforme social e un video di 5 minuti ci sembra “guerra e pace” di King Vidor…
Le A.I. lavorano su base statistica e dell’apprendimento automatico (machine learning) e generano un risultato partendo da qualcosa che già esiste. L’umano, invece, brilla di improbabilità; è necessario tornare a rivendicare l’imperfezione, le sfumature emotive che sono sempre marchio di autenticità. Bisogna tornare a una comunicazione che nasce dall’incontro fisico e dall’ascolto. L’A.I. può riassumere molto bene un evento ma non può “sentirne” l’atmosfera, i profumi o coglierne il sottotesto umano. Gli algoritmi possono analizzare i dati, trascrivere interviste o tradurre bozze, ma la “news” (il senso della notizia) deve restare umana. Probabilmente una possibile soluzione rimane sempre quella di rimettere al centro la persona, ricordando che l’informazione è un servizio alla verità e non un semplice prodotto da vendere tramite click».
Papa Leone XIV nel Messaggio “Custodire voci e volti umani” pone tre termini come base per un’alleanza per limitare l’AI conservandone solo gli aspetti utili alla persona e alle comunità: responsabilità, cooperazione ed educazione. Tre termini che in un certo senso definiscono l’umano stesso. Cosa può quindi salvarci da una deriva in questo senso?
«La bellezza del Messaggio di Papa Leone XIV sta nel non proporre una soluzione tecnologica a un problema tecnologico, ma bensì una soluzione antropologica. Ciò che può salvarci dalla deriva non è un miglioramento del software, ma un potenziamento dell’umano. Sorrido, perché la triade proposta dal Pontefice – responsabilità, cooperazione ed educazione – non rappresenta solo un programma d’azione, ma l’essenza stessa di ciò che l’Intelligenza Artificiale non potrà mai essere. La salvezza risiede nel mantenere fermo il principio che nessuna decisione che riguardi la vita, il lavoro o la dignità di un qualsiasi essere vivente possa essere delegata interamente a un algoritmo. La responsabilità è ciò che trasforma un “prodotto” in un “messaggio”. Senza un responsabile umano, l’informazione diventa rumore di fondo. Essere responsabili significa “rispondere” di ciò che si comunica, un atto di coraggio che la macchina non possiede.
La tecnologia deve servire a ricucire il tessuto sociale e non viceversa. La cooperazione trasforma l’A.I. da strumento di controllo a infrastruttura di solidarietà (ad esempio, nella gestione delle emergenze o della salute pubblica).
La deriva degli algoritmi si evita se riapriamo gli oratori e togliamo qualsiasi regolamento d’uso e di vincoli dei cortili condominiali; la deriva si evita se smettiamo di misurare l’uomo e la donna con il metro della macchina (velocità, produttività) e torniamo a misurarlo con il metro della comunità (cura, ascolto, presenza)».
«Non è la potenza del calcolo che ci renderà più liberi, ma la profondità del nostro sguardo sull’altro».
(Leone XIV, Custodire voci e volti umani)
(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” dell’8 maggio 2026)
(Foto: ArtHouse Studio – Pexels)
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