Il nuovo Quaderno CEDOC SFR col romanzo di Markowa amato da Guardini

di don Andrea Zerbini

Con l’edizione di questo Quaderno n. 58 del Cedoc di Santa Francesca Romana, Il portatore d’acqua, si realizza un desiderio, quasi una promessa fatta a me stesso molto tempo fa, quella di far conoscere in parrocchia il libro di Eugene Markowa, Le porteur d’eau, tradotto dal polacco da Bouzinac-Cambon, (Le Roseau d’or), Librairie Plon, Paris 1931 ed ora in italiano da Gabriella Lega Baldini Petrucci catechista della parrocchia e insegnante di francese. Presi i contatti con la casa editrice Plon abbiamo avuto il permesso di poterlo tradurre e farlo conoscere in parrocchia. 

Leggere questa storia è stato per me come entrare in un quadro di Marc Chagall e dimorare in esso respirando il soffio della grazia, sollievo in un mondo soffocato da disgrazie, toccando la consistenza e fedeltà dell’amore esiliato e nascosto nei luoghi del disamore umano. Questo racconto come i quadri di Chagall narra di personaggi piccoli e grandi, dove i piccoli vengono innalzati e i grandi abbassati a misura del loro amore; sullo sfondo una ricca trama di sentimenti e affezioni cangianti: inquietudini e speranze, fortune e gioie perdute e ritrovate. 

La storia è ambientata in luoghi segnati da profonde differenze sociali tra poveri villaggi e, sullo sfondo, un altro mondo, i giardini e il palazzo del conte. Il testo è tessuto di immagini e colori, di paesaggi cupi o rasserenanti, gelidi o in fiore, percorso da una poetica mischiata al fiabesco e di sogni intrecciati di preghiere. Questa storia ha lo stesso slancio di un balzo in aria, di un sorvolo sul mondo e le sue storie, come nei personaggi di Chagall, una storia che racconta di gioie e di dolore, di angosce e speranze e ha i tratti e le caratteristiche che Chagall riteneva fondamentali in un quadro per essere chiamato tale: «Un quadro deve fiorire come qualcosa di vivo. Deve afferrare qualcosa di inafferrabile: il fascino e il profondo significato di quello che ci sta a cuore» (Sogno di una notte di Natale, interlinea, Novara 2018, 4° di cop.).

Appresi del libro leggendo il Diario di Romano Guardini (Appunti e testi dal 1942 al 1964, Morcelliana, Brescia 1983, 79) che si mostrava profondamente affascinato da questo racconto tanto da riprenderne la lettura molte volte. Così egli scrive il 10 luglio 1953: «Mi è capitato in mano di nuovo Le Porteur d’eau di Eugenia Markowa. L’Autrice dev’essere una polacca. Mi ha inviato il libro, che mi ha affascinato. Quante volte l’ho letto! Viene dalla corrente del Chassidismo e quando lo leggo comprendo Marc Chagall. Ho la sensazione che lo dovrò tradurre».

Per Guardini il libro della Markowa non era solo un testo letterario ma vi leggeva l’espressione della mistica chassidica, un romanzo ambientato nella cultura ebraica dell’Europa centrale, espressione di quella spiritualità che vedeva la grazia all’opera nascosta tra le pieghe della vita quotidiana e la santità come esercizio di ospitalità, nascosta negli umili e in quelli da nulla, disprezzati agli occhi degli altri. Tra loro l’eletto; in questi piccoli, infatti, è il mistero che si rivela come veggenza, guarigione, consolazione, gioia.

Il libro racconta la storia di Herchelé Ber, un povero e semplice portatore d’acqua ebreo che viene, suo malgrado, trasformato in una figura di taumaturgo o santo dalla gente. Egli è consapevole della sua nullità e cercherà sempre di sottrarsi sia a coloro che lo consideravano uno zaddik, un giusto, sia a quelli che lo ritenevano un impostore. Egli proverà sempre a sottrarsi, a nascondersi dalla gente, ma gli avvenimenti che gli accadono lo spingeranno sempre fuori dai suoi nascondigli e lo metteranno di nuovo in gioco come veggente nel prevedere situazioni, ritrovare cose smarrite, guarire e consolare le sofferenze delle persone, pacificare i litigi e sanare le violenze. Da portatore d’acqua diviene così suo malgrado portatore della grazia, scintilla luminosa di redenzione nell’oscurità che lo circonda. E così sempre più si abbandonerà al mistero di una presenza ineffabile che tutto lo abbraccia.

Figura tragica e graziosa insieme, fragile e resistente, Herchelé vive una profonda sintonia con la creazione che geme nelle doglie di un parto, ma sempre rigogliosa nei suoi germogli, così immerso nella natura da essa viene trasfigurato e diviene testimone sempre più consapevole, per sé e per gli altri, della diafania del mistero di Dio nelle tenebre del mondo. Il racconto non va dunque letto come una storia folkloristica, ma come una parabola spirituale della trascendenza che si fa strada nell’immanenza di un mondo in cerca di salvazione. Un mistero di amore che si manifesta e agisce nelle vicende umane attraverso la purezza del cuore e la fiducia dei semplici, dei poveri, degli esclusi.

Herchelé Ber è il nome del protagonista. L’uso del doppio nome era usanza comune nelle comunità ebraiche dell’Est Europa, ne rivela la natura e la vocazione. Herch-elé (diminutivo yiddish di Hersch) significa “piccolo cervo” che unito a ber in tedesco “orso” dice, ad un tempo, l’aspetto spirituale, la tensione verso l’alto e la fisicità e la resistenza necessaria per sopravvivere alla povertà e al lavoro pesante: una duplice polarità che integra differenti caratteristiche in un’unica personalità. Il nome è una chiave di lettura, dice che il protagonista è un uomo che ha la grazia nel cuore, fragile e spirituale, agile in umanità: il cervo; ma ha pure la robustezza di un orso che rappresenta la forza, la resistenza, la protezione. 

Così anche Herchelé, facendosi ospitale e condividendo una umanità senza difesa, segnata dal dolore, provata dalla miseria si ritroverà ad ospitare la stessa Shekhinah in esilio tra gli uomini e ad essere dimora della Dimora, questo il significato del nome con cui si indica la presenza nascosta di Dio nel mondo, spogliata della sua gloria, sofferente e povera. Nel racconto è raffigurata come una donna coperta di stracci ma che gli sorride liberandolo da tutto ciò che lo rendeva ancora inautentico e facendogli provare una felicità smisurata. Nel racconto il Messia è raffigurato con le sembianze di un Adolescente: «appariva all’improvviso, si ergeva nello spazio, poi spariva senza rumore… era vestito di lana bianca. A ognuno dei suoi movimenti, delle grandi pagliuzze d’oro scintillavano sul suo vestito attillato e danzavano volteggiando nell’aria come pezzetti di sole». Il racconto si chiude con Herchelé morente che vede venire il Messia a prenderlo con sé. 

Il Quaderno si può leggere e scaricare gratuitamente qui: http://santafrancesca.altervista.org/materiali/quad58.pdf

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 giugno 2026)

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