I GIORNI DELLO SGOMBERO / 1. La prima parte del nostro racconto delle giornate che rimarranno nella storia di Ferrara: l’angoscia, lo spaesamento, la speranza. I sorrisi che a fatica tornano: le storie degli sfollati

di Andrea Musacci

Giorni di dramme e di speranze, inimmaginabili fino a poco tempo fa. Il non sapere, da quella notte maledetta del 10-11 gennaio con l’incendio alla torre B, se e quando quella che è stata la tua casa lo sarà di nuovo. E poi le ordinanze comunali, l’obbligo di sgombero, la tanta solidarietà ma anche dall’altra parte il cinismo e l’indifferenza di molti.

Questo racconto lo voglio iniziare dall’alba di giovedì 12 febbraio, quando a partire dalle ore 7 si è svolto il previsto sgombero delle torri A e C, dopo che la torre B era già stata fatta evacuare. Le previsioni meteo non indicavano pioggia, ma pioverà anche, una pioggia fine e implacabile su borse, trolley e sporte. Alla fine, la rete di carità – vera anima di Ferrara – ha ridato sorrisi a quelle centinaia di persone: una 50ina di adulti (e non solo) grazie a Caritas Diocesana sono andati nella struttura ex San Bartolo appena fuori città (grazie a un accordo di comodato temporaneo con AUSL Ferrara), donne e minori sono accolti grazie all’ASP in strutture apposite, altri in strutture di “Cittadini del Mondo” e Viale K in via Mura di Porta Po (col doposcuola di Viale K che a sua volta ora è ospitato nella sede dell’ANMIG Ferrara in via Cesare Battisti, 23).

L’INCENDIO, L’ANGOSCIA, LO SGOMBERO

I fatti – lo ricordiamo – sono precipitati l’11 gennaio con l’incendio alla base della Torre B, le fiamme partite da un quadro elettrico. Circa 200 gli evacuati, 20 gli intossicati. Era solo l’inizio del dramma collettivo per 500 persone, delle quali 367 straniere, oltre a diversi bambini, anziani e ad alcuni invalidi. Una parte di loro ha trovato “rifugio” da amici e parenti, altri han deciso di tornare nei propri Paesi d’origine (diversi dell’Africa, o Pakistan), altri ancora sono stati aiutati da Viale K. Nonostante le notifiche dell’ordinanza comunale di lasciare il proprio appartamento siano state recapitate in giorni diversi, lo sgombero è stato concentrato (e in molti casi anticipato) al 12-13 febbraio; il motivo è semplice: non ci sono più soldi per pagare la sorveglianza h24 dei vani contatori, prescritta dopo l’incendio. E la mattina del 13 febbraio le forze dell’ordine hanno «completato le operazioni tecniche di chiusura dell’immobile mediante cancelli», come han spiegato dal Comune. Era però impossibile per molte persone trovare un appartamento in affitto, data la scarsità di alloggi (causa “invasione” da anni di studenti universitari fuori sede, e anche per colpa di quegli appartamenti – sempre più – che in molti proprietari – per speculare – affittano solo per brevi periodi); poi ci sono i prezzi sempre più alti degli affitti e in alcuni casi le discriminazioni razziali e l’essere identificati come “quelli del Grattacielo”, quindi come delinquenti.

Ma torniamo alla mattina del 12 febbraio, quando ho assistito fin dalle 7 e per diverse ore alle operazioni di sgombero delle torri A e C. Nel breve piazzale che le divide dalla stazione dei treni, è ancora buio quando si appostano alcune camionette della Polizia (da Padova), oltre a Carabinieri e Polizia Municipale. Alcune consigliere e consiglieri comunali d’opposizione entrano per dare sostegno concreto assieme all’Assessore regionale alle Politiche abitative Giovanni Paglia e al Consigliere regionale Paolo Calvano. La polizia non può sgomberare con la forza né mettere i sigilli alle porte perché non esiste un’ordinanza comunale ad hoc; possono solo invitare i residenti a lasciare le loro case. Ivascu Ilie, operaio edile, magro, con la tuta della sua ditta, sigaretta in mano, è costretto ad implorare i poliziotti per recuperare il suo zaino e andare sul cantiere dove, mi dice, «se non trovo nulla mi toccherà dormire…». Alla fine lo “accontenteranno”. Arrivano anche due giovani studenti universitari, venuti qui per solidarietà, lei ha vissuto qui in passato. E il bar “Mai Guai” alla base delle torri intanto ospita alcuni sfollati al caldo.

MAKREM, NOURA E LE FIGLIE

Makrem e Noura, marito e moglie tunisini, vivono a Ferrara dal 2007, anno in cui hanno acquistato un appartamento nelle torri. Hanno 4 figlie: la più piccola ha 2 anni, le altre hanno 12, 14 e 15 anni (vanno rispettivamente al Tasso, al Carducci e al Bachelet). Makrem lo abbiamo incontrato anche la sera prima sotto il Grattacielo e conosciuto il 10 febbraio, con la moglie, in occasione del presidio/manifestazione nello stesso luogo: era disperato ma la sua disperazione non gli impediva di aiutare Imad, giordano di 65 anni, sposato con un’ucraina (parliamo più avanti di lui). Makrem e Noura il 10 mi raccontavano come lei avesse ricevuto la notifica di sgombero il 27 gennaio, lui il giorno dopo: «quindi dovremmo sgomberare in due giorni diversi?!», sorridevano amaramente. «Da 20 anni – mi spiega Makrem – lavoro in una ditta a Bologna come metalmeccanico. Ho preso una settimana di congedo parentale per affrontare questa situazione di emergenza ma non posso assentarmi troppo a lungo. Per il sisma nel 2012 per 1 mese avevamo dormito in Darsena, al coperto. E ora invece perché le istituzioni non ci aiutano? Se non esco da casa mia compio un reato, è assurdo!». La mattina del 12 febbraio Makrem ha saputo, dopo ore di angoscia, che lui e la sua famiglia andranno in un appartamento non molto distante, in via Modena, e pagheranno metà affitto. 

LA FAMIGLIA CINESE, GLI AMICI AFRICANI

Pericolo scampato, almeno per loro: a un certo punto, infatti, arriva la notizia che i servizi sociali vogliono portare madri e figli minori in strutture, ma senza i padri: in diversi si rifiutano. Una donna ci racconta che ha un figlio minore e una figlia disabile: «per ora andiamo a dormire da amici, poi vedremo». Una famiglia cinese parte con la macchina stracolma di borse e sporte. In tanti, anziani e non, nelle torri si rifiutano di uscire dagli appartamenti. E poi c’è un gruppo di africani, amici dentro un dramma più grande di loro: Daniel, Nigeria, 53 anni, vive con moglie e due figli maschi di 8 anni e di 1 anno, e lavora alla Coop Service: «non so dove andare, vogliono solo studenti negli appartamenti in affitto», mi dice, e gli altri ripetono con rassegnazione le stesse parole. Sono Toure Sana Mariame, 23 anni, guineano, Jaiteh Nyama, gambiano di 38 anni, Soukountou Sissoko, Badje Ebrima e Mustapha Diby, che fa il magazziniere all’interporto di Bologna. Storie di cittadini e di lavoratori onesti costretti in pochi giorni a dover lasciare la propria casa, senza nessun sostegno dal Comune.

IMAD IL GIORDANO

Sporte, borse, borsoni, sacchi neri, trolley: ed è così dalla mattina e anche nei giorni precedenti davanti al Grattacielo. Un frenetico via vai, alcune macchine sono parcheggiate nel vialetto antistante l’ingresso principale. È il tardo pomeriggio dell’11 febbraio.

Makrem (v. sopra) mi dice che due sue figlie hanno la febbre: una delle due è la bimba di 2 anni. «Non sappiamo dove andare…». Il giorno dopo ce l’avrà anche la moglie (a 39°). E mentre parlo con lui, da dentro arriva Imad, il giordano (v. sopra), con due sporte più grandi di lui, piene di roba. Mi dice: «andiamo tre notti a dormire sul divano di un’amica di mia moglie». Makrem lo aiuta a mettere le sporte nel baule dell’auto. Gli chiede a Imad: «perché ti porti via tutta sta roba?». «Perché da domani non mi fanno più entrare in casa mia!». Intanto, alcuni ragazzi africani parlano tra di loro, uno dà un consiglio a Imad per la mia moglie invalida. Si sono conosciuti in questo momento. Dal dramma nasce l’amicizia, la solidarietà, il mutuo aiuto, una relazione. Nasce da una domanda. Questo è il vero mutualismo dal basso, il germe di un mutualismo che dovrebbe essere la regola dell’agire politico. Nessuna guerra fra poveri ma solo spontanea e reciproca solidarietà. Imad l’ho conosciuto durante il presidio del 10 febbraio sotto il Grattacielo: è piccolo ed esile, vive nella torre C assieme alla moglie ucraina. «Secondo la notifica che abbiamo ricevuto, giovedì 12 dobbiamo lasciare il nostro appartamento ma siamo anziani, e mia moglie non riesce a camminare bene dopo un incidente di cui è stata vittima anni fa», mi spiega Imad. «Stamattina (10 febbraio, ndr) ero fra i 30 sfollati che insieme a Luca Greco (volontario e sindacalista CGIL, ndr) si sono recati nella sede ASP» per chiedere un’alternativa abitativa. «Ma hanno chiamato Digos e Polizia perché – han detto – la nostra era una “manifestazione non autorizzata”…». «Nell’appartamento dove vivo – prosegue -, ho iniziato ad abitare nel 1992, e fino al 2009 ci ho vissuto in affitto per poi diventarne proprietario, affrontando due mutui. Da giovane ho fatto alcuni esami di Farmacia e altri in Scienze Politiche all’Università, ho studiato anche a Urbino, poi per 20 anni ho lavorato come cameriere e per altri 20 alla Montedison di Ferrara. Ora ho il reddito di inclusione e fra un paio di anni dovrei andare in pensione». Imad e la moglie han trovato un alloggio, ma solo per un mese.

Nelle scorse settimane, giorno dopo giorno, le torri si sono spente e svuotate sempre di più. Luci clandestine, solitarie. Lo spettacolo sta per finire, il sipario cala: gli invisibili diventeranno ancora più invisibili. Pochi i salvati, molti i sommersi. La cancellata che cinge il parchetto antistante le torri resta chiusa, solitarie le giostre al suo interno. Vuoto davanti al vuoto.

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 febbraio 2026)

(La foto è di Andrea Musacci)

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