La civiltà occidentale ha sviluppato un arsenale di armamenti, qualitativamente e quantitativamente, e deve esservi un collegamento con la cultura di questo tempo denso di spirito di competizione, soggettività, tendenza a trascurare il campo dei sentimenti, senso di superiorità e di universalità.

Il fatto che i discorsi per la pace, nella civiltà occidentale si concentrino sulla distruzione degli armamenti, senza prestare attenzione alle questioni più fondamentali, costituisce un esempio di questo stato culturale. Allora il disarmo culturale — prerequisito per la pace — è difficile almeno come quello militare. Implica una critica alla cultura dominante. Purtroppo nel momento in cui gran parte del pensiero culturale tradizionale tende a riproporre l’imperialismo, il colonialismo e l’universalismo, la cosiddetta “visione complessiva del mondo” sembra raccogliere l’eredità culturale di questi atteggiamenti. La pace ha numerosi significati e non è sinonimo di pacifismo.

È un qualcosa in cui si crede in quanto dato. Ma non è irrazionale. Un tempo la pace veniva firmata in nome di Dio; nella nostra epoca la pace sembra un mito unificante ed è anche in suo nome che si fa la guerra. E la strada per la pace è rivoluzionaria: esige l’eliminazione dell’ingiustizia, dell’egoismo e della cupidigia. Per trovare la pace serve prima di tutto un disarmo interiore. La cultura tecnocratica occidentale, coltivando l’accelerazione, ha sconvolto i ritmi naturali: è senza pace.

Guglielmo Bernabei

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 22 maggio 2026)

(Nella rubrica settimanale “Pillole di economia”)

 

(Foto: Peter Steiner 1973 – Pexels)

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