LE TORRI DI FERRARA. Vengono dal Mali, dal Pakistan e dalla Cina gli sfollati che abbiamo incontrato per farci raccontare le loro storie: sono lavoratori, alcuni di loro proprietari di un appartamento al Grattacielo e padri di famiglia. Han vissuto ospiti di amici e conoscenti, tanti sono ancora in b&b. Chiedono solo verità e giustizia. Nei prossimi giorni prevista una manifestazione di protesta

di Andrea Musacci

Una comunità dispersa, ma non del tutto, quella del Grattacielo di Ferrara. Persone sfiancate dall’attesa, la depressione che colpisce sempre più. Ma il desiderio di giustizia non ancora del tutto vinto. Lo scorso 14 giugno la sede di “Cittadini del mondo” in viale Mura di Porta Po ha ospitato un’assemblea organizzata dal Comitato Torri; presenti una dozzina di sfollati – di cui quattro proprietari – e alcune volontarie/i del Comitato e di “Cittadini del mondo”.

Come il Comitato per la Trasparenza (v. box sotto), questo Comitato sta portando avanti anche una battaglia legale, principalmente per permettere agli sfollati di rientrare (perlomeno momentaneamente) nelle proprie case e per avere alloggi di emergenza. Due gli avvocati incaricati, Massimo Cipolla e Stefania Guglielmi: «l’ultima volta – ha detto Robert Elliot – li abbiamo incontrati giovedì. Sembra una presa in giro: su alcuni quotidiani locali abbiamo letto che un proprietario, Secchiero, è potuto entrare in alcuni dei suoi appartamenti assieme all’amministratore», mentre tutti gli altri condomini no, nemmeno più versando i famigerati 30 euro per 45 minuti. «Attraverso diffide e denunce – ha poi aggiunto Carola Peverati -, grazie ai due avvocati, è stata fatta richiesta di accesso agli appartamenti al Grattacielo. Ma i vigili del fuoco han risposto che non è di loro competenza». Il 16 giugno si saprà qualcosa di nuovo e mentre chiudiamo il giornale (15 giugno) l’amministratore condominiale dovrebbe avere dal Comune delucidazioni sull’accesso agli appartamenti. In questi, molti degli sfollati han dovuto lasciare pentole, stoviglie, posate, passeggini di riserva, abiti, scarpe e altri effetti personali. Uno, il passaporto e, non avendolo smarrito, non può richiederne un altro.

Andrea Firrincieli ha poi spiegato che, sempre grazie ai due sopracitati avvocati, «abbiamo inviato richieste di alloggi di emergenza», in base all’articolo 3 del Regolamento per l’assegnazione degli alloggi ERP per emergenza abitativa. «Il Comune ci ha risposto che si stanno esaminando le domande di ognuno degli sfollati richiedenti. Però son già passati cinque mesi dal primo sgombero…». Tramite i consiglieri comunali d’opposizione «stiamo sollecitando per avere risposte sull’iter» e «a breve dovrebbe essere convocata una nuova assemblea di condominio». Si è poi discusso su nuove forme di protesta: forse sabato 20 giugno si farà un presidio sotto il Grattacielo, ma è stata anche ventilata l’ipotesi di un corteo come quello del 7 marzo scorso, dalle torri fin sotto al Municipio, passando per viale Cavour e corso Martiri della Libertà.

LE STORIE DEGLI SFOLLATI

A margine dell’assemblea, abbiamo avvicinato alcuni degli sfollati presenti. Lassine Ballo è un ragazzo originario del Mali e lavora a Rovigo come operaio.Viveva nella torre B in affitto, col fratello, da quattro anni. «Il nostro contratto scade fra oltre un anno», ci dice. Dopo lo sgombero forzato del 12 febbraio è stato prima ospitato da un amico, poi è andato in Mali dalla sua famiglia per due mesi. Ora vive a san Bartolo. «Dopo il 30 giugno non so ancora dove andrò, però una persona forse mi ha aiutato a trovare un appartamento a Pontelagoscuro». Nel suo “nido” al Grattacielo è riuscito a tornare col fratello, per recuperare alcuni effetti personali. Ma il suo sguardo triste dice di un’ingiustizia, di una sconfitta, di un sogno infranto: «pensavo che la situazione legata al principio di incendio si potesse risolvere in pochi giorni». E invece eccolo qua, ancora a cercare casa.

Le storie degli sfollati sono tante: come quella della giovane madre con tre figli piccoli (a Ferrara hanno fatto tutto il ciclo scolastico) che dopo aver vissuto mesi in una stanza d’albergo in città, ha deciso di tornare in Libano. O l’infermiera che ha trovato lavoro a Cento ma – giustamente – dice: «devo poter  entrare nel mio appartamento, non posso ricomprarmi tutto!». Altri vivono ancora in b&b o in monolocali, con uno o due letti e un solo tavolo per tutto: mangiare, fare i compiti o altro. A volte, con un’unica finestra che dà sul ballatoio. Insomma, si fa fatica a considerarle case. Alcuni ipotizzano un disegno “politico”: sfiancare i condomini, costringendoli (anche attraverso i presunti debiti) a vendere gli appartamenti, e costringerli a cambiare città o ad andar via dall’Italia.

Incontriamo di nuovo George Shahzad, ragazzo pakistano, che per alcune settimane dopo lo sgombero ha vissuto a san Bartolo mentre la moglie (allora incinta) e il figlio piccolo (di un anno e due mesi d’età) i servizi sociali li avevano piazzati in un appartamento in via Boccacanale di s. Stefano. Ora la famiglia si è riunita, e allargata – due mesi fa è nata una bimba – e vivono in un appartamento in viale Po. Anche per loro, una sistemazione momentanea. George lavora come assistente familiare a Bologna e sta cercando lo stesso tipo di impiego a Ferrara, per essere più vicino alla moglie e ai loro bimbi.

Parliamo poi con due padri di famiglia cinesi, Ye Chen Lin e Jin Nan Xu. Ye Chen Lin vive in Italia da 30 anni e da 26 fa il muratore. Ha due figli maschi, uno, 36 anni, vive a Catania, l’altro, 24 anni, a Ferrara dove lavora come cameriere in un ristorante orientale in corso Porta Po. Ye Chen Lin con moglie e figlio vivevano nella torre B: «ora siamo ospiti da amici vicino all’Eurospin, in via Porta Catena», ci dice. Jin Nan Xu, invece, è in Italia da 22 anni e anche lui lavora a Ferrara come muratore. Dopo lo sgombero, ha vissuto in via Palestro, poi in uno degli appartamenti qui in v.le Mura di Porta Po, sopra la sede di “Cittadini del mondo”, ora è a san Bartolo con la moglie, il figlio di 34 anni e la figlia di 20. Quest’ultima lavora al ristorante Mizuumi di via Marconi qui in città. Jin Nan Xu, come Ye Chen Lin, è proprietario dell’appartamento al Grattacielo nel quale viveva: «l’ho comprato 20 anni fa, ho quasi finito di pagare il mutuo». E «in questi mesi ho contattato diverse agenzie immobiliari ma mi han detto che affittano solo a studenti universitari». Altre porte chiuse per questi figli e figlie di Ferrara.

 

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Condòmini, dure accuse all’Amministratore

Sono passati cinque mesi da  quel principio di incendio in seguito al quale il Sindaco Fabbri aveva deciso lo sgombero delle persone dalle loro abitazioni al Grattacielo. Il “Comitato dei Condomini per la Trasparenza del Grattacielo” denuncia ancora «una situazione di stallo inaccettabile, gravata da ostruzionismo e rimpalli di responsabilità tra Amministratore, Direzione Lavori e Impresa appaltatrice».

Lo scorso 8 giugno nello Studio dell’Amministratore Francesco Donazzi si è tenuto un tavolo tecnico allargato al Consiglio di Condominio, alla presenza dell’Amministratore stesso, della Direzione Lavori (Mezzadringegneria S.r.l.) e dell’Impresa esecutrice (Ghiotti s.n.c.). L’incontro, voluto dal Comitato presieduto da Daniele Pachera, aveva come obiettivi quello di «visionare i documenti contabili certificati e proporre una “road map” per il rientro negli appartamenti». Ma si è usciti con un nulla di fatto in quanto – prosegue il Comitato – «l’Amministratore e la Direzione Lavori non hanno esibito in originale i documenti fondamentali richiesti». Ma le accuse all’Amministratore Donazzi non si fermano qui: «a fronte di ben 5 incendi succedutisi in tempi diversi nelle Torri A e C, non ha fatto assolutamente nulla per impedire il disastro. Questo comportamento omissivo è sinonimo di colpa grave: l’Amministratore ha trovato prontamente 60.000 euro da destinare alla vigilanza privata (Securfox), ma non ha» messo «tempestivamente in sicurezza i vani contatori per tutelare l’incolumità pubblica. Ancora più inquietante è la “soluzione” da lui ventilata» in un’intervista a un quotidiano locale: «un “acquisto in blocco da parte di un privato”, ammettendo l’esistenza di “diverse interlocuzioni in corso” già all’indomani del rogo». Il Comitato «denuncia con forza il sospetto che l’inerzia e lo stallo attuale – tra conti nascosti, messe in sicurezza ignorate e verbali non firmati – rispondano non a semplice incapacità, ma a una precisa strategia: sfinire i proprietari sfollati per costringerli a svendere le proprie abitazioni in blocco a gruppi di investimento speculativi».

(Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 19 giugno 2026)

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