Quelle figlie e quei figli di Ferrara costretti a pagare un altro oneroso affitto, a dormire su divani altrui, in macchina, nei dormitori. Oppure a cambiare città, a lasciare l’Italia. A strappare legami, affetti. L’ombra di chi non ha agito (e avrebbe dovuto e potuto) e la luce di chi ancora lotta e spera
di Andrea Musacci
Otto mesi fa il Grattacielo era ridondante di voci, di incontri, di conflitti. Otto mesi fa le sue torri brulicavano di vita, intrecci ed energie. Di amicizie, incomprensioni e contaminazioni. Poi, da un principio di incendio il pretesto delle autorità che governano Ferrara per eliminare tutto ciò. Per spegnere e disperdere, slegare e disinnescare. Per tornare con violenza a demonizzare un luogo sì pieno di contraddizioni e di ombre ma anche ricco di luce.
Ora, quelle ombre dominano gli spazi vuoti, gli echi. E non sono le ombre dei conflitti, della difficile inclusione, ma dell’indifferenza. Il degrado è il frutto di questo grande oblio, dell’assenza. La mancanza di occhi (ricordate quelli dalle finestre ideati da Anna Rossi?) e di corpi convive con l’incuria colpevole di quel potere che ha abbandonato le sue figlie e i suoi figli, quelle famiglie, quei bambini e quegli anziani bisognosi di particolare cura.
MURI O CARITÀ
Sono circa le 3 di notte dell’11 gennaio quando si sviluppa un principio di incendio alla base della Torre B. 84 gli appartamenti interessati, circa 200 le persone evacuate. Da lì, da quella paura, nasce la rete solidale dal basso: una parte degli sfollati trova accoglienza da amici e parenti mentre una 70ina di loro viene accolta al Palapalestre di via Tumiati. Di questi, 55 (di 12 nazionalità diverse) verranno poi ospitati, pochi giorni dopo, in alcune aule messe a disposizione da Viale K in via Mura di Porta Po.
La scelta della Giunta e della maggioranza che la sostiene è fin da subito chiara: smembrare quella comunità multietnica. In tanti tenteranno di tenerla unita: il Comitato torri e la Caritas, la Diocesi e numerose parrocchie, Cittadini del Mondo e gli scout, il CSV e i sindacati. E tante altre associazioni, gruppi, movimenti e singole persone. Ma col tempo, si riveleranno tentativi destinati perlopiù a fallire.
Sicuramente l’Unità di strada Caritas ha fatto un gran lavoro, con l’indagine tra gli sfollati accolti nella sede di Viale K, soprattutto per individuare le situazioni di maggiore fragilità. Poi, col punto di ascolto nella sede della Biblioteca Popolare Giardino e successivamente in viale Po. In mezzo, l’enorme e lodevole accoglienza di decine di persone per mesi nel complesso di san Bartolo e tante altre iniziative.
Ma i muri che si trovano davanti i residenti delle torri sono enormi, ben più alti di quelli fisici nei quali abitavano: lo Sportello Sociale Unico Integrato (SSUI, presente dentro San Rocco in c.so Giovecca) li aiuta fino a un certo punto, perlopiù la risposta che dà loro è: «non abbiamo soluzioni». La Giunta alterna cinismo e indifferenza, fastidio e noncuranza. La Prefettura, nonostante tavoli istituzionali e incontri vari, ha le mani legate (da Roma?). La Regione non fa abbastanza.
GRIDA DALL’ALBA
L’alba del 12 febbraio rimarrà nelle coscienze dei ferraresi un grande vuoto che, almeno, si spera continuerà a interrogarci, a tormentarci: camionette della Polizia, Carabinieri e Polizia Municipale occupano gli spazi ai piedi delle torri. Volontarie e volontari sono, però, già lì, sfidano il freddo e gli occhi ciechi di chi non è presente, di chi continua ad additare, a sghignazzare, a voltare le spalle. Il dramma si consuma, anche le torri A e C vengono sgomberate: poche ore dopo, un comunicato del Sindaco Fabbri parla gongolante di «liberazione da persone degli alloggi del Grattacielo». Ma le urla, l’angoscia, le lacrime e lo spaesamento sui volti di bambini, madri, lavoratori, tutto ciò non ha cittadinanza nei comunicati del potere.
NELL’OBLIO
In questa lunga estate ho cercato di riannodare i fili di quelle storie, di trovare parole di speranza da persone che da gennaio hanno aiutato – e ancora aiutano – quelle figlie e quei figli di Ferrara. Ma a inizio settembre alcune famiglie del Grattacielo sono ancora nei b&b e negli appartamenti dati da ASP, con spese elevate e spazi ristretti. Di molti altri si fatica ad avere notizie o sono ospiti di amici, alcuni dormono per strada, altri a Villa Albertina, qualcuno ha lasciato Ferrara, altri l’Italia. Molte agenzie immobiliari continuano a non voler affittare a stranieri poveri come loro.
Lassine, Xu, Lin, Ilie, George, Amara, Ona, Alessio, John, Makrem, Noura, Daniel, Mariame, Nyama, Badje, Mustapha, Imad, Faiza, Assan, Julia, Snighda, Ousmane, Filippo, Ansar, Amina, Faith, Delia, Eliore, Abigal, Josh, Venicio: sono i nomi di alcuni degli sfollati e delle sfollate del Grattacielo che ho incontrato dopo l’11 gennaio. Oltre i festival e i brand, i profitti e il “decoro” (parole che abbondano sulle bocche dei sazi e dei potenti), chi darà voce a questi dimenticati?

(Le foto sono di Andrea Musacci e sono state scattate durante lo sgombero delle torri il 12 febbraio scorso)
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