Abbiamo intervistato Alfredo Alietti, docente di Sociologia Urbana all’Università degli Studi di Ferrara: «Per la nostra città il Grattacielo è un banco di prova significativo che ci responsabilizza tutti». Lo definisce «inferno, spazio alieno» ma anche esempio virtuoso di integrazione e convivenza multiculturale. «Servono tavoli di dialogo e reti solidali»
di Andrea Musacci
Alietti, il Grattacielo di Ferrara è sempre stato sinonimo di emarginazione sociale: quali le cause profonde e mai del tutto risolte?
«Il Grattacielo da tempo rappresenta una sorta di inferno ferrarese, uno spazio alieno il più delle volte narrato e discusso soltanto nelle sue criticità e non anche in ciò che era (uso il passato vista la situazione attuale) possibile fare in questi decenni mobilitando le sue presenti forze positive. Quindi prima di assumere l’immagine di emarginazione sociale per rappresentare questo luogo bisognerebbe comprendere l’articolazione degli inquilini i cui vissuti, le cui storie e le cui prospettive di vita in gran parte non sono riconducibili a condizioni di esclusione ma di interazione e integrazione con il resto della città. Indubbiamente, periodicamente vi sono state situazioni di illegalità, di problematiche connesse a comportamenti devianti che hanno contribuito a caratterizzarlo negativamente.
Tuttavia, non si può prescindere dalla constatazione che la maggioranza degli inquilini, nel corso del tempo insediatesi, appartiene ai ceti bassi e medio-bassi, pensionati, lavoratori precari, occupati nelle fasce deboli del mercato del lavoro. Questo insieme di abitanti ha subìto in questi anni gli impatti successivi della crisi economica, sanitaria e, assai importante, il peso del perdurante ciclo inflazionistico che ha ulteriormente eroso le risorse familiari necessarie a far fronte alle spese abitative.
La stratificazione di tali processi ha determinato una crescente vulnerabilità dell’inquilinato al quale non si sono date le dovute risposte di welfare per fornire strumenti di aiuto e sostegno.Del resto, queste stesse risorse si sono progressivamente ridotte e le Amministrazioni, al di là del colore politico, devono programmare in tempi difficili con vincoli di bilancio sempre più stringenti. Inoltre, la città di Ferrara ha perso altre possibili capacità di spesa sociale, come ad esempio il fallimento della Fondazione Carife che poteva essere un fattore di supporto economico alle politiche sociali. L’oggi chiama in causa tale configurazione critica e chiama altresì la comunità nel suo insieme a trovare delle risposte. Non è ipotizzabile pensare che vi siano soluzioni che non tengano in debito conto di questa responsabilità collettiva. Il capitale sociale composto dal mondo del terzo settore, della società civile e delle istituzioni pubbliche e private di Ferrara raffigura un orizzonte assai importante da mobilitare nell’immediato».
E nello specifico, Grattacielo è anche sinonimo di multiculturalismo: quello che poteva essere un modello positivo di convivenza, perché in molti casi si è trasformato nel proprio contrario?
«Se guardiamo nelle grandi, medie e piccole aree metropolitane in Europa e in Italia il più delle volte i quartieri popolari e quelli di edilizia residenziale pubblica, le zone in cui si concentrano i settori della popolazione con bassi redditi, si connotano dalla convivenza tra autoctoni e stranieri.
Questi microcosmi multiculturali sono percorsi talvolta da conflitti, ma anche da dinamiche solidali che nascono sulle basi di una comune condizione lavorativa e umana. Il Grattacielo nella sua singolarità e specificità è senza alcun dubbio un esempio paradigmatico di questa dimensione. La costruzione delle relazioni interetniche nella vita quotidiana del Grattacielo, anche attraverso gli studi che abbiamo condotto in un largo periodo di tempo insieme agli studenti e alle studentesse (v. box sotto, ndr), mostrano una sorta di ambivalenza, di un andare e venire da un sentimento di ostilità a un sentimento di accettazione, di indifferenza ma anche di rapporti densi. Abbiamo registrato questo insieme di atteggiamenti che hanno costruito un mondo plurale, in fondo non così distante nei suoi caratteri da altri quartieri valutati, a torto o ragione, meno complessi e problematici.
Il Grattacielo per questo suo peculiare carattere spesso ha subìto un processo di stigmatizzazione in chiave securitaria non sempre corrispondente alla realtà. In fondo, come raccontava un inquilino straniero durante un’intervista, la convivenza pacifica è un esito che si ha dopo un percorso di conflitti e condivisione».

Tornando al coinvolgimento più ampio della comunità cittadina, sia in questa fase emergenziale sia nel passato soprattutto recente, vediamo uno scarso coinvolgimento di cittadini e associazioni da parte delle Istituzioni locali. Servirebbe invece un’azione corale. Cosa ne pensa?
«Questo è un punto su cui riflettere in maniera appropriata e profonda. Di fronte a situazioni di difficoltà, di possibile concentrazione di disagi e problemi, il coinvolgimento della cittadinanza nelle sue molteplici espressioni associative alimenta potenzialmente circuiti virtuosi. Sono innumerevoli le ricerche svolte in Europa e in Italia che offrono materia per legittimare positivamente tale affermazione.
Le ragioni sono diverse, innanzitutto il sapere espresso dalla società civile, dall’associazionismo è in grado, data la sua natura relazionale, di interagire dal basso e “orizzontalmente” con i bisogni espressi e con i problemi che si vengono a formare in determinati luoghi. Vi è, in sostanza, una migliore capacità di attivare risorse di socialità, di attivare reti di solidarietà e, non certo quale ultimo aspetto, di promuovere mobilitazioni per trasformare la realtà. Di conseguenza, l’insufficiente attenzione su questa forza collettiva nel caso del Grattacielo può essere valutata quale limite dell’azione politica prima e dopo. Come detto prima, non si può pensare di risolvere determinate problematiche senza l’apporto di un’intera comunità e delle sue azioni».
Come accennato, quindi, non tutto è da buttare: la gestione del Grattacielo a livello di integrazione possiamo dire esser stato anche un laboratorio di pratiche positive?
«Assolutamente. La sperimentazione sociale degli anni scorsi, attraverso l’Ufficio di mediazione, il doposcuola, è stato un elemento assai significativo che ha permesso di neutralizzare, o quanto meno di ridurre le potenziali conflittualità. Dalle ricerche e dalle nostre analisi gli spazi di socializzazione e di aggregazione in tali contesti sono un valore aggiunto indispensabile per stabilire traiettorie comuni e aprire canali di reciproca conoscenza. A questo si deve aggiungere le iniziative organizzate per aprire il Grattacielo alla cittadinanza, concerti, il cinemino di quartiere, la riqualificazione del giardino e del parco giochi antistante. Tutta una serie di esperienze positive promosse dall’istituzione pubblica e importanti per l’integrazione socio-spaziale che rimarranno nella memoria della città e che dovranno tornare al centro delle politiche sociali e culturali».
Venendo più all’oggi, la situazione degli sfollati e delle torri è tutta in divenire ma gli scenari temo non saranno positivi, visto l’atteggiamento dell’Amministrazione locale nella gestione dell’emergenza. Qual è il suo parere?
«L’evento traumatico che ha colpito le famiglie del Grattacielo amplifica i problemi che sono presenti, ovvero soggetti privi di quelle risorse economiche e, in alcuni casi, di quelle reti sociali in grado di fronteggiare tale calamità. La dimensione “privata” in sé non è un argomento del tutto accettabile poiché parliamo di soggetti che hanno dovuto abbandonare il proprio luogo di vita, per quanto attraversato da diversi problemi, e che non hanno delle alternative se non vengono costruite insieme alle rappresentanze delle istituzioni e dell’Amministrazione comunale. Parliamo di nuclei fragili che, comunque, nella loro condizione risultano per lo più regolari nei pagamenti delle locazioni. Indubbiamente, il debito accumulato nelle spese condominiali risulta un ostacolo serio che va affrontato con le dovute riflessioni a partire da una programmazione del possibile rientro. Così come sarà decisivo imbastire più tavoli di dialogo tra le differenti componenti pubbliche, private e del terzo settore al fine di delineare un quadro per risolvere degnamente l’emergenza e, successivamente, stabilire percorsi differenziati secondo i bisogni delle famiglie sfollate per recuperare la normalità alloggiativa, in particolare per gli anziani e le famiglie con minori. Per Ferrara il Grattacielo è un banco di prova significativo che ci responsabilizza tutti, nessuno escluso, e può diventare un esempio di buona amministrazione da ripercorrere nell’eventualità di altri eventi simili. Una volta osservato e discusso gli errori del passato è necessario andare oltre, senza fermarsi a recriminare le eventuali colpe politiche, e affrontare il presente guardando al futuro».
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Alcune tesi degli studenti di UniFe
Sono diverse le tesi di laurea che negli anni il prof. Alietti ha seguito e discusso come relatore a UniFe.
Fra queste, del Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie della Comunicazione del nostro Ateneo, ci segnala quella dello studente Marco Pietro Cesaro, “Il Grattacielo e il Centro di Mediazione a Ferrara: lo street level bureaucracy, la convivenza con l’Altro, la progettazione sociale. Un approccio di sociologia urbana”, a.a. 2018/2019; la tesi di Margherita Camporesi, “Un quartiere da salvare. La stampa quotidiana locale sul caso GAD”, a.a. 2019/2020;e “Vivere nella Torre di Babele: dinamiche dei flussi migratori di ieri e oggi”, di Mariasole Bighi, a.a. 2022/2023.
(Pubblicati sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 6 febbraio 2026)
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