Al giovane ucciso nel 2016 dal regime egiziano è dedicato il docufilm: il 2 febbraio, ore 21, proiezione e incontro al Cinema S. Spirito

di Alberto Mion

Il 25 gennaio 2016, al Cairo, un giovane ricercatore italiano di 27 anni usciva di casa per non farvi più ritorno. Giulio Regeni, dottorando dell’Università di Cambridge, stava conducendo una ricerca sui sindacati egiziani. Nove giorni dopo, il 3 febbraio, il suo corpo venne ritrovato ai bordi di una strada statale. Portava i segni di torture indicibili: giorni di sevizie, fratture multiple, bruciature. Quando la madre Paola andò a riconoscerlo, dichiarò: «Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo».

A dieci anni da quella tragedia, il Cinema Santo Spirito ospiterà lunedì 2 febbraio, alle ore 21, una serata evento con la proiezione del docufilm “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, diretto da Simone Manetti, appena uscito. Un’occasione per ricordare non solo un giovane ricercatore strappato alla vita, ma anche la straordinaria battaglia per la verità condotta dai suoi genitori, Paola Deffendi e Claudio Regeni.

Chi era Giulio Regeni? Il libro scritto dai genitori, “Giulio fa cose”, restituisce il ritratto di un giovane curioso, generoso, innamorato del mondo e delle sue lingue. Nato a Trieste il 15 gennaio 1988, cresciuto a Fiumicello Villa Vicentina, Giulio apparteneva a una famiglia di “grandi viaggiatori”. Per i Regeni il viaggio era una forma mentis, un modo di educare alla scoperta e al rispetto delle differenze. Fin da bambino aveva dimostrato una curiosità insaziabile, al punto che la maestra convocò i genitori preoccupata perché «sapeva troppe cose». Quella curiosità si tradusse in un talento eccezionale per le lingue. Ne parlava sei: italiano, inglese, spagnolo, tedesco, arabo e francese e il dialetto bisiaco-triestino, che usava quando contattava la famiglia via Skype dall’altra parte del mondo. Era il suo modo di mantenere le radici mentre si apriva al mondo.

A 17 anni Giulio vinse una borsa di studio per il Collegio del Mondo Unito in New Mexico, dove ragazzi di tutti i paesi si formavano su valori di comprensione, rispetto per l’ambiente, capacità di mettersi in gioco. Negli Stati Uniti si confrontò per la prima volta con la disuguaglianza. Non la tollerava. Da quella esperienza nacquero i primi articoli sulla rivista triestina “Konrad”, in cui parlava di solidarietà, ambiente, effetto serra. Temi attualissimi, scritti da un 17enne nel 2005. Dopo il New Mexico: laurea a Leeds, master a Cambridge, stage all’UNIDO a Vienna, poi il dottorato a Cambridge. Un percorso brillante, ma difficile. In Italia aveva mandato decine di curricula, ottenendo raramente risposte.

Nel 2015 tornò al Cairo per la ricerca sui sindacati. Tema delicato sotto la dittatura del generale al-Sisi. Il 25 gennaio 2016 sparì. I genitori lo seppero solo due giorni dopo e partirono per il Cairo. Quando il 3 febbraio arrivò la telefonata dell’ambasciatore Massari con la notizia del ritrovamento, capirono subito. Le autorità egiziane tentarono più volte di depistare: delitto a sfondo sessuale, incidente stradale, uccisione da parte di cinque presunti rapinatori. Gli investigatori italiani smascherarono tutto. Gli elementi raccolti dimostrarono il coinvolgimento della National Security egiziana: Giulio era controllato da mesi, pedinato, le riprese dei suoi movimenti sparite.

Il docufilm di Manetti racconta questa vicenda dal punto di vista dei genitori e dell’avvocata Alessandra Ballerini, che li ha assistiti nella battaglia culminata nel processo del 2024 a Roma. Quattro agenti egiziani sono stati rinviati a giudizio. La campagna “Verità per Giulio Regeni” ha riempito l’Italia di striscioni gialli. È nato il “Popolo giallo”, migliaia di persone che sostengono Paola e Claudio. Nel libro i genitori spiegano: «Siamo forti perché sappiamo di aver subito un’ingiustizia».

La serata del 2 febbraio al Cinema Santo Spirito di Ferrara sarà dunque un’occasione per conoscere o ricordare questa storia, per riflettere su temi che interpellano profondamente la nostra coscienza civile: il rapporto tra democrazie occidentali e regimi autoritari, la difesa dei diritti umani, il valore della ricerca e della conoscenza. Ma soprattutto sarà un modo per onorare la memoria di un giovane che, come scrivono i genitori citando Gibran, era «una freccia scagliata verso il futuro». Una freccia fermata troppo presto, ma il cui volo continua nella tenacia di chi non si arrende alla ricerca della verità.

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 30 gennaio 2026)

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