La studiosa Chiara Benini spiega a “La Voce” la sua ricerca sul reimpiego di manoscritti tra il XVI e il XVII sec. soprattutto in ambienti cristiani
di Chiara Benini
Riflettere sul significato di un frammento porta con sé l’opportunità di affacciarsi alla complessità a cui quello stesso appartiene e alla sua capacità di essere testimonianza di un’opera scritta che alla nascita costituiva un elemento con una propria unità e identità. Frammenti di opere ebraiche in pergamena sono stati rinvenuti a Ferrara presso l’Archivio dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio trent’anni fa ad opera del prof. Mauro Perani, sotto segnalazione dell’allora Direttore dell’Archivio don Enrico Peverada. Erano gli anni Novanta del secolo scorso quando si stavano dando alla luce i risultati delle ricerche su quella che venne definita dagli studiosi la “Genizah Europea”. Così denominata sulla scia di quella Genizah spettacolare che cento anni prima venne resa nota da S.Z. Schechter: la Genizah del Cairo.
Cosa vuol dire Genizah? La radice della parola rimanda all’azione di riporre, custodire: è quel ripostiglio o magazzino che presso ogni Sinagoga è destinato al deposito dei libri sacri, o altri oggetti del culto ebraico, quando sono logorati o non più utilizzabili. Lo scarto non può però essere definitivo perché sono considerati “meritevoli di riverenza” dato che contengono la parola di Dio. Non bisogna dimenticare che ci possono essere anche documenti o libri privi di carattere religioso che, essendo scritti in ebraico, cioè nella lingua della Bibbia, non possono essere eliminati.
Con la definizione moderna di “Genizah Europea” ci si riferisce alle migliaia di pagine separate che vennero smembrate da manoscritti ebraici e reimpiegate come legature e coperte di registri e filze d’archivio. Alcune di queste sono state scoperte per caso, altre solo dopo aver condotto ricerche sistematiche, altre ancora perché segnalate da ricercatori, conservatori o restauratori. Le sedi in cui si sono rinvenute sono molteplici e non sempre scontate: biblioteche e archivi pubblici e privati, monasteri, laboratori di restauro, solo per indicarne alcune.
Se ci stiamo soffermando sul reimpiego di manoscritti ebraici, dobbiamo ricordare che questo fenomeno era comune anche per i manoscritti non ebraici: centinaia di pagine furono smembrate da codici latini in ogni parte d’Europa, in particolare nel corso dei secoli XVI e XVII e successivamente reimpiegate dai rilegatori per confezionare legature e coperte dei documenti.
Si trattava di migliaia di manoscritti non più richiesti, magari perché le idee che contenevano non erano più accettate, o perché erano apparse versioni migliori dell’opera, oppure perché era già apparsa a stampa la stessa. Alcuni di questi manoscritti furono acquistati da legatori e notai che ne usarono i fogli di pergamena per rilegare e ricoprire registri, filze o volumi.
In questa operazione di riuso i fogli di pergamena sono stati tagliati, ritagliati, sagomati, sovrapposti, talvolta eradendo la scrittura ebraica che rimaneva all’esterno e mantenendo solo quella interna, altre volte lasciando visibile il testo esterno e in alcuni casi sovrascrivendolo.
Poteva accadere che il manoscritto completo venisse venduto allo stesso legatore o notaio, in modo che tutti i fogli smembrati venissero riusati nelle legature di diversi libri rilegati dal medesimo. Questo, ad esempio, potrebbe essere il caso di quattro coperte scollate di Libri Querelarum datate 1607 che portano tutte la firma del notaio camerale Silvestro Lamperini; già segnalate dal prof. Mauro Perani trent’anni fa, fanno parte tutte del medesimo manoscritto, un’opera di Halakah chiamata Ohr Zarua, titolo che riprende il salmo 97,11 («una luce è spuntata per il giusto»). Venne composta nel XIII secolo, seguendo lo sviluppo delle leggi dal Talmud, è una fonte importantissima per l’ambito giuridico dell’epoca medievale. I 4 folia ritrovati garantiscono un’unità originaria per tipologia di scrittura, layout del manoscritto e consistenza della pergamena.
Tornando al fenomeno del riuso, poteva accadere che il manoscritto venisse venduto a fascicoli e disperso. Per questo oggi, quando è possibile, viene ricostruito virtualmente grazie alla tecnologia, riunendo i frammenti rinvenuti in città o nazioni diverse. I manoscritti che venivano sottoposti a questo reimpiego erano principalmente quelli che per formato e tipologia di pergamena si adattavano allo scopo di ricoprire e rendere resistente il registro o il volume.
La pratica del riuso era attiva anche in epoca Medievale, ma divenne più diffusa nei secoli successivi. Tra il XVI e il XVII secolo furono soprattutto gli ambienti cristiani a reimpiegare i testi ebraici, sia per materiale d’archivio che per confezionare legature. Il fenomeno è connesso ai momenti in cui gli ebrei vennero sottoposti a persecuzione. Nel 1550 con l’elezione di Papa Giulio III del Monte iniziò un periodo di cambiamento radicale, rispetto alle concessioni date alla stampa ebraica negli anni precedenti. La condanna pubblica del Talmud, la confisca dei libri e il rogo in Campo dei Fiori a Roma il 9 settembre 1553, giorno del capodanno ebraico, decretarono un periodo di confische che continuò fino al XVIII secolo e che coinvolse non solo il Talmud ma anche moltissime altre opere. Proprio al XVIII secolo appartiene uno dei riusi di ultimo rinvenimento presso l’Archivio Storico Diocesano di Ferrara. Si tratta di due frammenti ebraici che ricoprono un registro di matrimoni datato 1720 e trovato presso l’Archivio parrocchiale di Cologna Ferrarese, ora custodito nel deposito dell’Archivio Diocesano di Ferrara-Comacchio. Composto da 120 carte e da alcune lettere manoscritte rilegate in calce, inizia le registrazioni nel 1719 e le termina il 23 settembre 1742. La coperta del registro ospita due frammenti erasi nella parte esterna che presentano una scrittura quadrata ebraica, vocalizzata molto elegante; portano un passo di Isaia (61,10-63,3), per quanto concerne la pergamena più grande, mentre per la striscia che rinforza la parte anteriore, un passo dell’Esodo (5,8-5,20).
La speranza è che le ricerche possano continuare a mappare sistematicamente un patrimonio dimenticato che non coinvolge solo gli archivi parrocchiali dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio ma anche altri luoghi di conservazione del Comune di Ferrara e presso archivi privati.
“Creare sistemi” vuol dire uscire dalla frammentarietà delle fonti e riportare alla luce una storia che va compresa nella complessità delle sue relazioni, nel dialogo tra le diverse tipologie documentarie e dei produttori che le hanno volute.
Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 26 settembre 2025
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