Scuola: tra gli adulti servono più educatori e meno influencer

di Micol Rovigatti

«Il problema non sono i ragazzi ma gli adulti, che ormai non sono assenti ma dissociati». È da questa affermazione che prende avvio la riflessione di Matteo Lancini, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro di Milano. Lancini mette in discussione l’idea che il controllo o il divieto possano rappresentare una risposta efficace al disagio adolescenziale. Le prime persone a non saper distinguere tra reale e virtuale sono proprio gli adulti. Più che nuove regole o divieti, anche nel mondo della scuola, va ripensato il ruolo dei docenti come figure capaci di ascolto, contenimento e assunzione di responsabilità in una società iper-connessa. 

Una riflessione che sposta il dibattito dall’emergenza digitale alla qualità delle relazioni educative. Un insegnante autorevole sa dire dei “no” e sa porre dei limiti. Il problema nasce quando viene introdotto un divieto che poi non si è in grado di far rispettare. In quel momento si perde credibilità, e questo vale a scuola come in famiglia. Nel caso dei social network e degli strumenti digitali, siamo di fronte spesso a provvedimenti che sfiorano una vera e propria demagogia educativa. Perché si pensa a divieti che si sa già di non poter attuare? Sono iniziative che funzionano perché rassicurano gli adulti. Queste proposte servono a far sentire meglio i genitori, ma anche molti docenti ed educatori, che si sono convinti che il problema del malessere adolescenziale dipenda dai social network, dallo smartphone, dai videogiochi o persino dalla musica trap. 

Dire dei “sì” o dei “no” è relativamente semplice. Il problema è essere in grado di applicarle quelle regole. Siamo spesso di fronte ad una demagogia educativa che serve soprattutto a far sentire gli adulti come se avessero fatto qualcosa mentre in realtà non si affrontano i problemi strutturali: una scuola non organizzata per le nuove generazioni, il disboscamento del pianeta, la plastificazione dei mari, una gestione disastrosa del post-Covid, genitori iperconnessi e docenti che spesso diventano influencer più che educatori. Il problema è perché continuiamo ad alimentare questo mondo e poi non ci preoccupiamo di educare le nuove generazioni a starci dentro. Chi educa oggi all’uso dei social network? L’insegnante che a scuola afferma che i social fanno male, ma poi governa la scuola attraverso i gruppi WhatsApp dei genitori, assegna compiti e manda note fuori dall’orario scolastico usando gli stessi strumenti? Oppure l’insegnante che è anche uno degli influencer, che racconta la propria vita sui social, promuove libri e dice che i social fanno male? 

Qui il tema centrale è la coerenza tra ciò che si fa ogni giorno per essere visibili e popolari e ciò che si afferma pubblicamente. Nessun genitore oggi riuscirebbe a vivere senza i gruppi WhatsApp, senza il controllo continuo, e poi si continua a sostenere che questi strumenti sarebbero la causa principale del malessere dei ragazzi. Dovremmo invece smettere di raccontare che i ragazzi stanno male e chiedergli perché stanno male. Le emozioni dei ragazzi disturbano sempre: in piazza, nelle strade, nei videogiochi. I processi di socializzazione una volta iniziavano a sette anni, quando potevi tornare da solo da scuola, mentre oggi siamo obbligati ad accompagnare i bambini, ad andarli a prendere e non si ha nessuno spazio di socializzazione se non quello virtuale. 

Paura, tristezza e rabbia sono state rimosse, perché gli adulti erano troppo impegnati a realizzare sé stessi, a lavorare, a vivere la propria vita. Quelle emozioni oggi riemergono sotto forma di ansia, disturbi alimentari, ritiro sociale, autolesionismo. C’entra la scuola, che oggi è uno dei luoghi che produce più malessere; c’entra l’assenza di politiche per le nuove generazioni; c’entra una società competitiva che chiede continuamente risultati. Abbiamo creato questa società e ora attribuiamo ai ragazzi la responsabilità del disagio che essa produce.

(Pubblicato sulla “Voce di Ferrara-Comacchio” del 20 febbraio 2026 – Nella Rubrica mensile “Ferrara e il bene comune”)

 

(Foto: Deposit photos)

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